Cosa serve davvero per diventare DJ?
Al DJing si arriva ormai da molte porte. Per il “back to school” abbiamo aperto quella delle scuole dedicate, per capire cosa si cerca oggi in un’aula
Tutorial per ogni tecnica, controller sempre più accessibili e praticamente tutta la musica del mondo a portata di smartphone. Al DJing si arriva ormai da molte porte. A settembre, per il “back to school”, abbiamo aperto quella delle scuole per DJ, per capire cosa si cerca oggi in un’aula quando cominciare non è mai sembrato così semplice.
Per capirlo abbiamo coinvolto MEC Academy di Napoli, NAM Milano e Rimini Music Academy, le tre educational partner italiane di AlphaTheta, partendo da una domanda molto semplice: chi entra oggi nelle scuole per DJ?
Non necessariamente qualcuno al suo primo mix. Marco Piccolo, fondatore e docente di MEC Academy, racconta anche di ex DJ che tornano nelle scuole dopo anni e devono confrontarsi con tecnologie diverse. Claudio Flaminio, direttore di NAM Milano, incontra invece molti autodidatti: hanno già imparato qualcosa attraverso tutorial su YouTube e pratica personale, ma cercano metodo e struttura. Ma a Rimini circa l’80% degli allievi parte da zero, spiega Max Monti, direttore e docente del corso DJ, però ci sono anche adulti che hanno deciso di recuperare una passione lasciata in sospeso per anni.

Cosa si cerca nelle scuole per DJ
Beatmatching, cue, loop, EQ, effetti, preparazione della libreria: dalle basi bisogna comunque passare. Alla MEC, per esempio, si lavora sul beatmatching anche senza guardare i BPM, per allenare l’orecchio e non dipendere dallo schermo. Ma questo non significa rinunciare alla tecnologia. Chris Bowl, co-fondatore e docente della scuola di Napoli, racconta come una buona preparazione dei brani su rekordbox permetta di arrivare al set con riferimenti precisi e, proprio per questo, essere più veloci nelle scelte e più liberi di improvvisare.
Per Monti il valore di un insegnante e di un percorso didattico sta anche nella possibilità di costruire teoria e pratica gradualmente, correggendo subito errori che studiando da soli rischiano di diventare abitudini. Ma che cosa possono dare le scuole per DJ che un tutorial non può fornire? Flaminio mette la questione in altri termini: «Un tutorial può spiegare perfettamente come utilizzare una funzione. Un percorso formativo deve invece aiutare a capire quando utilizzarla, perché e come inserirla all’interno di un discorso musicale».
E poi bisogna decidere cosa suonare. Piccolo parla di costruire una “memoria artistica”: molti ragazzi arrivano senza un gusto ancora ben definito e conoscere le radici del DJing, la sua evoluzione, confrontarsi con generi diversi aiuta a costruire una propria identità musicale. Per Flaminio cultura musicale significa soprattutto imparare ad ascoltare, ampliare i riferimenti e trovare collegamenti che rendano una selezione meno prevedibile. Monti, dopo molti anni di insegnamento, ne ha visto anche gli effetti più concreti: studenti entrati con un’idea precisa hanno cambiato direzione dopo aver scoperto musica che semplicemente non conoscevano.
Si può insegnare a “leggere” il dancefloor?
Qualcosa si può fare prima: imparare cosa osservare, riconoscere le reazioni di una pista, capire quando seguire una direzione e quando abbandonarla. Per Flaminio un set è “un dialogo con il pubblico, con il luogo e con il momento” e anche l’osservazione, quindi, va allenata.
A lezione Monti affronta situazioni e possibili reazioni, ma su un punto non ha dubbi: «La migliore palestra rimane sempre il contatto diretto con il pubblico». Alla MEC provano ad accorciare la distanza tra aula e dancefloor anche portando, quando possibile, gli studenti alle serate dei docenti. Vedere una pista cambiare davanti ai propri occhi, e osservare come reagisce chi sta suonando, è qualcosa che un esercizio può solo simulare.
È qui che Bowl individua una componente del DJing ancora profondamente umana: «Capire il pubblico, secondo la mia personale opinione, è forse l’unico aspetto per cui il DJing non potrà essere sostituito dall’intelligenza artificiale».

Cosa significa oggi diventare DJ
Il club, intanto, non è affatto sparito dall’orizzonte. Secondo Bowl rimane l’obiettivo di circa il 90% degli studenti della MEC Academy di Napoli. A cambiare è quello che può esserci intorno. Piccolo vede DJing e produzione sempre più vicini, fino a immaginare una figura capace di muoversi tra DJ set tradizionale e live performance. Alla NAM, accanto a club e festival, entrano già nel quadro produzione, radio, eventi, comunicazione e sound design. Il DJ è quindi un professionista capace di occuparsi di più aspetti della propria carriera.
Anche il primo incontro con una console è molto meno eccezionale di un tempo. Alla MEC fanno un paragone piuttosto efficace: per un ragazzo trovare un controller nella camera di un amico sta diventando quasi come, per una generazione precedente, trovarci una chitarra. Nel frattempo, piattaforme, social, community e algoritmi hanno moltiplicato la musica che si può incontrare ogni giorno. I più giovani si muovono con maggiore facilità tra i generi, ma per Flaminio tanta disponibilità in streaming rende ricerca e senso critico ancora più importanti: trovare musica è facile, costruire una selezione personale è un’altra cosa.
Monti riporta tutto a due parole decisamente meno nuove ma centrali: passione e costanza. Ha visto studenti molto dotati fermarsi e altri arrivare gradualmente a situazioni professionali semplicemente perché hanno continuato a studiare e fare esperienza. Ma allora quando si può dire di essere davvero diventati DJ? Per lui il punto d’arrivo rimane comunque molto concreto: «Il fine di un artista è confrontarsi con il pubblico».
AlphaTheta a “Strano a Milano”
Il primo passo può avvenire anche lontano da una scuola o da un club. A settembre è successo a Strano a Milano, il festival gratuito ideato da Santeria nell’ambito di “Milano è Viva”. Per tre giorni Cassina Anna, a Bruzzano, ha ospitato concerti, incontri e laboratori, portando la musica nel cuore di un quartiere della periferia nord.
Tra le attività del festival c’era anche un workshop per DJ gratuito, realizzato con Fondazione Aquilone e AlphaTheta. E qui il luogo conta quanto l’attività. Fondazione Aquilone nasce a Bruzzano nel 1993, a partire da un’esperienza di volontariato sviluppata proprio per rispondere alla mancanza di servizi e opportunità nel quartiere. Oggi lavora anche con ragazzi, adolescenti e giovani attraverso spazi di aggregazione, attività educative e progetti pensati per favorirne partecipazione e protagonismo. A disposizione dei partecipanti al workshop c’era XDJ-AN, il sistema DJ all-in-one a due canali, utilizzato per avvicinarsi direttamente al mix e prendere confidenza con una console.
Ma cosa resta quando il workshop finisce? In questo caso, anche lo strumento con cui continuare. Finito il festival, la console è rimasta nello spazio musicale di Cassina Anna, a disposizione durante l’anno dei giovani che frequentano le attività di Fondazione Aquilone. Un primo incontro con il DJing, quindi, che non si esaurisce nel programma di un festival: la console resta nel quartiere e con lei la possibilità di continuare a provare.


