L’arte di connettere suono e visione: il racconto di Lunchmeat 2026
Tra elettronica, arti visive e installazioni, vi raccontiamo il Festival di Praga: un viaggio sensoriale che mette al centro musica e community
Foto: Jakub Dolezal
Avete presente quella sensazione di sentirvi fuori dal tempo pur essendo pienamente presenti? Ecco, il riassunto dell’edizione 2026 di Lunchmeat Festival a Praga è esattamente questo. Osservi le performance e vai nella tua dimensione, nel tuo personale viaggio. Poi guardi le persone accanto a te, cariche, che scaricano sul cemento del Trade Fair Palace la loro energia, e allora ti accorgi di essere lì. Di riuscire davvero a sentire, liberandoti dei tuoi schemi mentali.
Ed è proprio questo che Lunchmeat intende fare. Come durante il crescendo di Woesum & Guz Reichwald – una delle anteprime mondiali commissionate dal festival – che fa sedere il pubblico e poi, per la foga di un entusiasta tra la folla che invita tutti ad alzarsi, trasforma una platea in un parterre. Dall’elettronica introspettiva e dall’estasi della prima parte, con una transizione fluida, si arriva alla seconda metà. Una sezione decisamente più euforica (innescata dalla collaborazione con Oklou in Empty Lightning).
Non si possono tralasciare gli effetti visivi e il disegno luci perché, oltre alla proposta musicale, è questa la vera chiave distintiva del festival. La simbiosi si completa anche tra musica e arti visive, con performance che combinano discipline differenti, comprese arti performative e rappresentazioni teatrali.
Il Trade Fair Palace è il centro del Lunchmeat Festival 2026
Pur sviluppandosi nell’arco di cinque giorni su tre venue di Praga differenti – dall’Opening Night al club Ankali alle installazioni audiovisive a 360° sotto la cupola LED del Planetario – il cuore pulsante e quartier generale della nostra esperienza a Lunchmeat Festival 2026 è stato il Trade Fair Palace (Veletržní palác) della National Gallery. Un edificio originariamente nato con funzione commerciale, architettura brutalista e funzionalista dai materiali rigidi e austeri, trasformato in un contenitore di atti distanti ma accomunati dalla stessa carica performativa.
Meticoloso l’allestimento. Il palco dancing era sovrastato da strutture di americane e tubi di ferro modellati per creare una sinuosità rigida, semi-illuminata da luci leggere e diffuse. Paradossalmente, persino l’illuminazione dei servizi igienici era curata nei minimi dettagli, con luci calde e a intermittenza ipnotica che davano continuità al concetto estetico dell’evento. Il Main Stage, al contrario, si presentava con un palco pulitissimo e un grande ledwall. Una semplicità funzionale, dettata dalla poliedricità degli atti musicali ospitati che richiedevano di volta in volta un allestimento scenografico differente.
La lineup del festival
Il nostro viaggio al Lunchmeat 2026 prende il via il giovedì con il live dreamy del duo Yawning Portal. Un telo plasticoso levitava vorticosamente su se stesso e una foschia avvolgeva il disegno luci alle spalle dei due artisti, tra vocals leggeri, quasi in trance, e sequenze melodiche felici con strizzate d’occhio al trip-hop. A seguire, il già citato set di Woesum.
Il venerdì è stato il giorno che nella prima parte ha accolto le proposte più sperimentali e viscerali. Un pugno nello stomaco la rappresentazione audiovisiva I Tell Her To Speak della performer slovacca Miriama Kardošová. L’artista racconta la storia del suo alter-ego Victoria Oren che collassa su se stessa nel vortice della fama. Lo show ha generato quasi sdegno e sgomento tra il pubblico nei momenti finali, con l’esfoliazione della pelle (fittizia) come forma di denuncia politica.
Alle dieci di sera, il set di PLF (Peter Kutin, Lukas König ed Elvin Brandhi) è risultato fin troppo intenso, complesso emotivamente e da interpretare. I visual mescolavano elementi tridimensionali indefiniti tra scorpioni e creature mutevoli, sorretti da percussioni basse che comunicavano direttamente alle viscere. Particolarmente interessante anche la performance firmata NEXUS (B4mba & Mooki6) insieme ad Akyute. French rap con produzione elettronica, modulazioni vocali al limite del metal e mappature visive alle spalle del duo che ritraevano corpi in dissoluzione.
A chiudere il Main Stage ci hanno pensato Debit insieme a Ian Margo & Alexandre Montserrat (Bianjie Systems), protagonisti di un set altamente scenografico fatto di americane, ledwall e display secondari che proiettavano codici di programmazione a intermittenza. Il tutto su basi techno e acidule, acclamato da un pubblico entusiasta di fronte alla progressione della serata, dalla ricerca pura al dancefloor.
Il cartellone complessivo ha visto alternarsi un totale di 29 act e 9 prime mondiali, accogliendo pionieri e progetti d’avanguardia. Si sono alternati sul palco i leggendari Autechre, b2b di Bitter Babe e Lechuga Zafiro, fino alle sperimentazioni di Safety Trance, Zora Jones, KMRU & Nick Verstand e Kevin Richard Martin.
Lunchmeat è un vero place to be per local e visitatori internazionali, ma solo se ci si sente in sintonia con la sua visione. Durante l’intero weekend si percepiva un forte senso di appartenenza: persone calme, in pace, lì solo ed esclusivamente per la musica. Un’atmosfera distante dal postureo di alcuni luoghi emblema della cultura clubbing europea, dove l’apparenza non è manifestazione di creatività interiore, ma solo un modo per farsi notare. Al festival, al contrario, nessuno sembrava farsi guidare dalla coolness esteriore. Ciascuno mostrava esternamente ciò che sentiva dentro, con una sincera consapevolezza della comunità e del contesto.

