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Nozze d’argento per C2C Festival: venticinque anni di danze, futuro e avant-pop

Le celebrazioni per il quarto di secolo del Festival si sono concluse, segnando il traguardo della venticinquesima edizione di uno dei festival avant-pop più celebrati in Europa

  • Il3 Novembre 2026
Nozze d’argento per C2C Festival: venticinque anni di danze, futuro e avant-pop

Yung Lean e Bladee, foto di Fabiana Amato

Come in ogni matrimonio che si rispetti, la relazione è cambiata nel tempo, si è evoluta e ha incluso nuovi elementi capaci di gettare le basi per i prossimi venticinquesimi anni. Se C2C Festival era nato come un appuntamento radicato a Torino per i torinesi, nel 2026 è un punto di riferimento europeo per i festival-goers di tutto il mondo. Non è un’iperbole. Ai varchi si sono contate presenze provenienti da ogni angolo del pianeta, superando quota 43.000. Con oltre il 50% del pubblico di provenienza internazionale per la prima volta nella storia della manifestazione.

Guido Savini, direttore artistico chiamato a raccogliere l’eredità del fondatore Sergio Ricciardone, scomparso due anni fa, ha assunto fin da subito la responsabilità di imprimere una direzione nuova a C2C, preservandone però il DNA storico. Nato come un progetto incentrato sul club hopping – il girovagare tra un locale e l’altro alla ricerca di nuovi o noti act musicali con un unico biglietto -, nel 2026 C2C Festival vive di una linfa del tutto rinnovata.

L’apertura del C2C Festival 2026

Se dovessimo descrivere l’esperienza di questa edizione, la parola che affiora spontanea è apertura. Nella direzione artistica, nella composizione del pubblico, nello studio degli spazi e nella vocazione internazionale. Un’apertura musicale che si traduce nella capacità di ospitare line-up dai tagli differenti sera dopo sera. Disegnando veri e propri percorsi tematici dall’opening alla chiusura e accogliendo platee eterogenee – dal pubblico più queer del venerdì a quello più urban del sabato -, tutte accomunate dal desiderio di scoprire nuovi linguaggi e celebrare i nomi già consacrati.

Naturalmente non sono mancate le critiche. Alcune motivate – come i problemi tecnici durante il set di Arca o le code prolungate alle OGR -, altre figlie inevitabili dello status che il festival riveste oggi. Quando l’elefante nella stanza diventa così ingombrante, è facile sentirsi spaesati o divisi. C2C è ormai un totem culturale così imponente da creare uno spartiacque netto tra chi lo ama incondizionatamente e chi ne avverte la distanza. Proprio come in un legame amoroso di venticinque anni. E per quanto ne vogliano le critiche, ciò che conta davvero è come si sono sentite le persone. Le analisi fin troppo sofisticate di chi vede nelle marginalità errori fondamentali non tengono conto del fatto che il valore intrinseco reale di un festival è l’aggregazione, la spensieratezza. E in questo, C2C è un maestro.

La line up di C2C Festival 2026

Incredibile il riscontro del sold-out per il Grand Opening di C2C Festival presented by Alfa Romeo alle OGR di Torino. Un traguardo probabilmente inedito per la storia del festival, favorito da una line-up che avrebbe tranquillamente potuto riempire uno dei palchi del Lingotto.

Coloratissimo e caleidoscopico il set dei The Avalanches, che hanno portato sul palco i brani di No Bad Memories, il loro recentissimo album intessuto di suoni pubblicitari, campionamenti e memorie videoludiche, dando quasi la sensazione di un’allucinazione collettiva. A seguire, Shygirl ha inaugurato la serata accompagnata dalla sua band, muovendosi tra atmosfere ritmate e intime prima di virare sul synth-pop tagliente che l’ha portata recentemente a collaborare anche con Charli XCX. Un manifesto vivente della filosofia avant-pop del festival.

La serata ha visto anche il ritorno di Alfa Romeo come Mobility Partner, con la nuova Tonale Edizione Luna Rossa a dominare la corte esterna sotto una grande sfera luminosa).

Robyn regina del venerdì a C2C Festival

Il venerdì del Lingotto ha incarnato al massimo il concetto di apertura. Ha accolto infatti una community incredibilmente queer attraverso la sequenza Underscore – Oklou – Robyn – Arca. Underscore ha stregato il pubblico con un hyper-pop irriverente e una presenza scenica da veterana. Subito dopo, Oklou ha offerto una declinazione più danzante del suo Choke Enough, fondendo dream-pop ed EDM e culminando nell’arrivo sul palco di Underscore per eseguire Harvest Sky, tra le grida e i salti euforici di una platea in visibilio.

La vera regina della serata, tuttavia, è stata Robyn. Madre nobile del pop europeo, è tornata a splendere con forza dopo qualche anno di apparente distanza dalle scene. Tra classici immortali e nuovi brani, la sua presenza scenica ha ricordato cosa significhi fare sentire le persone libere dal 1997 in poi. Vederla dominare il palco su vertiginosi tacchi a spillo a 47 anni ha ribadito una verità semplice. A rendere potente un artista non è l’estetica, ma l’attitudine. Il culmine è arrivato con Dancing On My Own, cantata a squarciagola dal pubblico a cappella sotto una pioggia di glitter, in un momento di pura catarsi generazionale.

Un’irriverenza che ci si aspettava di ritrovare anche in Arca, amica storica del festival, il cui set sul Main Stage ha tuttavia lasciato un po’ di amaro in bocca. Nonostante un impianto visivo formidabile – con ledwall rotanti e un disegno luci impeccabile -, la proposta è apparsa un passo indietro rispetto alla dirompenza del live di due anni fa. Sebbene la natura della performance fosse differente, si è avvertita una certa disconnessione tra l’artista e il pubblico. Arca resta una delle presenze più audaci della nostra epoca, ma è probabile che serva una nuova traiettoria per ritrovare l’impatto di un tempo.

L’impatto generazionale di Yung Lean e Bladee

Il nostro sabato è iniziato con le coordinate sofisticate di Kelela, capace di connettere R&B ’90s ed elettronica scintillante. Un set potentissimo che ha creato un clima intimo e viscerale, culminato nell’iconico “Torino, are you with me?” e in una Bank Head eseguita in penombra su una piattaforma, dove le luci psichedeliche sembravano ribadire una verità: “la mia potenza è la mia presenza”.

A prendersi il palco principale da veri headliner sono stati poi Yung Lean e Bladee, attesissimi dalla platea del Lingotto. La loro trap elettronica e le atmosfere eburnee hanno scatenato una reazione quasi sismica, dando l’impressione che il soffitto della struttura stesse per crollare sul pubblico. Il picco d’euforia si è toccato con l’attacco di Storm II, accompagnata dall’iconico visual che aveva già fatto il giro del web ai VMAs, confermando l’impatto generazionale del duo sul palco.

Il dj set a sopresa con Arca e Bill Kouligas

Il dj-set a sorpresa sul Dazed Stage ha visto riapparire Arca, stavolta al fianco di Bill Kouligas. Un’apparizione che lascia qualche perplessità sulla necessità di riproporre Arca per la seconda volta nell’arco di ventiquattr’ore, a fronte dei tantissimi DJ di rilievo presenti in circolazione.

A chiudere la terza serata sul Main Stage ci ha pensato Crystalmess, che ha calato sul Lingotto un set acido, industriale e viscerale, infarcito di frammenti di hit del passato completamente distorte. Un vero e proprio inno al clubbing, immerso tra le luci verde acido e i ledwall rotanti che si abbassavano sulle teste della folla come architetture futuriste. Trascinando tutti in una trance collettiva e lasciandoci guidare dal ballo fino all’ultimo beat.

Pur non avendo assistito alla giornata conclusiva a causa della stanchezza accumulata dopo tre serate ad altissima intensità, sulla carta – e attraverso i frammenti condivisi da centinaia di fan sui social – la combinazione tra la storica sala da ballo Le Roi e le OGR si è confermata vincente, sigillata dalle performance di Marina Herlop, Lorenzo Senni e Headache.

Non ci resta che ricaricare le energie e attendere la prossima edizione: C2C tornerà a farci ballare dal 28 al 31 ottobre 2027. L’augurio più sincero che possiamo fare al festival è di continuare a rinnovare questa storia d’amore per i prossimi venticinque anni. In attesa di festeggiare le nozze d’oro di una creatura che più di ogni altra in Italia ha osato rompere gli schemi della classicità.

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