Interviste

Clamö è qui per prendersi il suo spazio

La musica di Clara, classe 2002, non nasce per essere capita, ma per essere sentita davvero, anche nel dolore che pulsa come i bassi sotto la cassa di un club

Clamö è qui per prendersi il suo spazio
Autore Greta Valicenti
  • IlMarzo 25, 2026

GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. La prima protagonista dell’anno è Clamö.

Creative Direction : Chiara Glionna, Thala Belloni
Production: Thala Belloni
Foto: Chiara Glionna
Assistente Foto: Carlotta Ricci
Styling: Federica Belalba
Assistente Styling: Giorgia Massaccesi
Hairstylist: Marica Abbascia
MUA: Nicole Melillo

Crescere sentendosi fuori posto, attraversare il dolore senza nasconderlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo e mai sentito fino ad ora in Italia: è da qui che prende forma il racconto di Clamö. Classe 2002, sin dall’infanzia Clara ha vissuto una distanza tra ciò che mostrava e ciò che sentiva davvero, portandosi dietro e dentro un senso di inquietudine difficile da spiegare se non nella sua musica: rumorosa, oscura, disruptive. Come il suo primo EP, Deutsches Baby, un progetto che non nasce per essere capito, ma per essere sentito davvero, anche nel dolore che pulsa come i bassi sotto la cassa di quel club che sa essere casa e perdizione allo stesso tempo.

La sua è una musica cruda e reale, che si muove tra esperienze estreme, le notti con le sue ragazze, le sostanze che ti mangiano ma in cui cercare delle risposte e il bisogno di curare certe ferite, le sue e quelle di chi – almeno una volta – si è sentito perso, senza la paura di mostrarsi imperfetta.

L’intervista a Clamö

Che bambina sei stata?
Penso di essere sempre stata molto triste. I miei genitori dicono che ero allegrissima, molto solare, e lo trovo molto particolare perché io invece ricordo un sacco di malessere di quegli anni. Da bambina mi sono sentita sempre molto fuori posto. Alle medie non mi sono mai sentita “cool” e credo che questo sia un lato che in realtà accomuna un po’ tutti gli artisti: siamo tutti un po’ persone che non si sono mai sentite viste e che quindi poi cercano il palcoscenico perché hanno bisogno di colmare un certo desiderio di apprezzamento. Vedo tantissimo questa cosa in me.

E da adolescente?
Durante il liceo mi sono inserita, ho trovato i miei giri, ho capito un po’ che persona fossi. Ho finito le superiori in sette anni, e non è stato per niente un percorso facile: quando sei adolescente e vai male a scuola pensi che quello sia tutto ciò che conta e che farai schifo per tutto il tempo che ti rimane. Non sapevo assolutamente cosa volessi fare, e il post-diploma è stato super traumatico.

Cosa è successo?
Diciamo che c’è stato un momento in cui ho detto: “okay, devo un attimo impazzire”. Ero in un periodo buio e questa cosa mi ha spinta verso le sostanze. Ho conosciuto le serate, Berlino come persona adulta, e ho scoperto cosa c’era dietro a tutta quella roba. Ho fatto un passo indietro prima che tutto mi rovinasse, ma paradossalmente, per quanto il mio approccio sia stato confuso e sbagliato, lo rifarei.

Clamö, foto di Chiara Glionna

Spiegami meglio.
Se ci penso ora, le sostanze mi hanno letteralmente mangiata da dentro, ma mi hanno dato anche un sacco di risposte su altrettante cose e mi hanno permesso di essere una persona che prima non sarei stata in grado di essere. Ora sto cercando di lasciarmi tutto alle spalle, iniziando anche a raccontare tutti quegli anni della mia vita in musica.

Hai detto di non demonizzare l’uso delle sostanze, ma la tua debolezza.
Se qualcuno nella mia musica vede solo una celebrazione delle droghe, vuol dire che non ha ascoltato veramente quello che sto dicendo. Però credo che sarebbe molto incoerente da parte mia dire: “le droghe fanno male, non drogatevi”, perché nella vita a volte inciampi in certe cose, e non è che sei un tossico o sei peggio degli altri: semplicemente la tua vita ti ha portato lì. La cosa importante è tirartene fuori e non perderti in quelle robe. Io sono andata in quella direzione più hardcore perché avevo un dolore dentro inimmaginabile.

E Berlino che ruolo ha avuto?
Di Berlino ho solo bellissimi ricordi. Era come se, in un mondo in cui vieni bocciato a scuola e non va bene, trovassi finalmente un posto che ti accetta per quello che sei, che non ti fa sentire sola nei tuoi problemi. A me piaceva già la techno, ma lì ho capito cos’è la techno fatta bene, ho scoperto tantissime cose, tra cui la cultura della privacy. A Berlino sono tutti molto rispettosi, mi sono sempre sentita super al sicuro anche nelle mie debolezze. Per me è il mio posto sicuro, sento molta appartenenza; è una città che mi fa stare tranquilla. Il peggio è stato poi quello che mi sono portata a Milano e come l’ho affrontato: questa città mi ha sempre fatto fare le scelte peggiori.

Clamö, foto di Chiara Glionna

Adesso il rapporto con Milano com’è?
Devo dire che è abbastanza buono. Nonostante io abbia messo a posto un sacco di cose della mia vita, non mi sento ancora completamente “okay”, però credo che la mia mentalità sia cambiata. Ho imparato a non voler controllare cose che non posso controllare, a essere più selettiva su chi frequento e su dove sto. Se impari a prendere le cose per quello che sono, qualsiasi posto alla fine è vivibile.

La musica quando è arrivata?
Mio padre è sempre stato un grandissimo appassionato di musica, quindi sono cresciuta sentendo un sacco di bella musica. Mio fratello suonava la chitarra, mio zio è pianista e insegna al conservatorio, quindi la musica c’è sempre stata nella mia vita. Io in realtà arrivo un po’ più dal pop, mi piaceva tantissimo l’R&B, e per qualche anno ho studiato canto jazz e blues. Appena tornata dal mio primo viaggio a Berlino, ho fatto il mio primo pezzo, si chiamava Berlin; ci sono ancora molto legata. Ricordo che il mio primo pezzo registrato in assoluto era un pezzo pop-punk in inglese che alla fine diventava un remix in cassa dritta dello stesso pezzo. Mi dicevo: “se devo fare questa cosa, allora devo farla bene e in un modo che nessuno ha ancora fatto”.

E arriviamo a Deutsches Baby: hai scritto che non è nato per essere capito, ma a te quanto interessa esserlo?
La cosa che mi interessa è che chi mi vede e sente i miei pezzi dica: “che cazzo è questa roba?”. Non mi importa se mi capisci oppure no, mi importa fare una cosa stilosa. Vorrei che nel mondo della musica quello che ho fatto venga visto come qualcosa di assolutamente rispettabile dal punto di vista dell’innovazione. Se non mi capisci, chi se ne frega: basta che riconosci che ho fatto una cosa che non hai mai sentito da nessuno.

Cosa vorresti che arrivasse di più?
Credo che dietro al mio personaggio ci sia semplicemente una ragazza che non si vergogna della propria imperfezione ma che è molto forte, anche aggressiva se vuoi, e che la vita l’ha presa sia in culo che di petto. Vorrei che arrivasse che nella mia musica c’è un messaggio di cazzimma. Mi piacerebbe se magari una ragazzina che ascolta un mio pezzo dicesse: “okay, mi sento anch’io di merda come lei, che nonostante questo riesce comunque a stare in piedi”.

Clamö, foto di Chiara Glionna

Io ci sento anche molta fragilità. Si percepisce tanto il dolore nei tuoi pezzi.
Perché quello è alla base del mio essere. Tutti noi abbiamo i nostri cazzi: c’è chi resta più segnato, chi meno. Io mi sono sentita molto debole per un sacco di tempo, molto fragile, e mentirei se non ti dicessi che dietro alla forza c’è la debolezza più grande del mondo. Io non voglio ostentare solo il coraggio della “cattiveria”: se non fossi una persona che ha sofferto nella vita, credo che la mia musica non avrebbe così senso.

Beh, sarebbe diversa.
Per me la musica è intima e personale: se non ti metto anche quel pezzo lì, ti ho tolto qualcosa di fondamentale. Mi sento molto in dovere di aprirmi sulla musica. Prendi Vetri Rötti, un pezzo che non volevo nemmeno far uscire perché pensavo che a nessuno interessasse ascoltare i cazzi miei. Mi piace quando qualcuno mi dice: “questa cosa è successa anche a me ed è assurdo che tu la stia raccontando così”: è un po’ come curare delle insicurezze che uno si porta dietro da tutta la vita. Anche io, da artista, spero di trovare quell’appoggio, perché per me l’ascoltatore fa tanto quanto io faccia a lui. Se ti dicono che sei brava per una cosa che in realtà ti fa malissimo ed è la tua più grande insicurezza di sempre, allora forse l’hai vinta davvero.

Clamö, foto di Chiara Glionna

Il pezzo con cui ti ho conosciuta è Le ragazzë: chi sono quelle di cui parli?
Ho una sorella più grande, del ‘96. Quando ero piccola, lei per me era un punto di riferimento e credo sia stata la prima donna di cui ho pensato fosse cazzutissima. Poi ho scoperto che ce n’erano tantissime. Mi sento molto fortunata perché ho sempre avuto a che fare con figure femminili fortissime, che ho sempre rispettato tantissimo, che si sono fatte un sacco di sbatti e hanno avuto mille cazzi.

La notte l’ho sempre vissuta con tante donne, e le serate con le mie amiche sono sempre state le più belle. Nella mia vita ho avuto amicizie femminili che hanno alzato il mio standard per le relazioni amorose: il bene che ti vogliono le tue amiche a vent’anni è un tipo di rapporto che ti insegna rispetto, amore e forza. Le ragazze per me sono quello. Ho avuto momenti in cui ero totalmente a terra, e a raccogliermi non c’era un uomo, ma le ragazze che mi hanno accolta nel mio dolore.

E invece con la comunità della notte che rapporto hai? Molti dicono che nel club trovano la propria famiglia.
Per me quella cosa è estremamente dannosa. Anzi, la chiave è capire che quelle persone non sono la tua famiglia, perché quella sarà la tua rovina. È molto vero però che in quel mondo trovi inclusione e il più delle volte accoglienza: si fanno incontri che possono essere molto speciali con persone che in altri contesti non incontreresti mai. Ho avuto conversazioni anche solo di una notte che mi hanno insegnato delle cose che non dimenticherò mai. Quella è la vera magia.

Venerdì scorso è uscito il tuo ultimo singolo, Pietà.
È un pezzo bello hardcore, con delle sonorità philly, per cui devo ringraziare Nari, il mio produttore. Lui viene dalla trap ma sa fare tutto: è sempre stato super ferrato su tutti i sottogeneri della musica, appena esce qualcosa di nuovo lui lo sa e sa esattamente cos’è e come si fa. Da prima che diventasse un fenomeno faceva queste robe philly drill che a me piacevano di brutto, e volevo rapparci sopra. Quel tipo di produzione era perfetta perché era underground e scura. Ho raccontato del mio quartiere, delle mie ragazze e del perché sono quello che sono.

Clamö, foto di Chiara Glionna

Nel 2026 che programmi hai?
Ribaltare tutto. Non so come, non so quando, però so che pezzi ho in cantiere, so in che direzione sto andando e sono abbastanza sicura che sarà una bella botta. Il mio obiettivo per il 2026 è semplicemente mettere fuori cose che mi rappresentino, che mi facciano sentire veramente contenta della musica che sto mettendo fuori, e sperare che il resto venga da sé. Già per come sta andando adesso sono super contenta, quindi non voglio nemmeno mettermi troppi obiettivi, perché sono una che con la testa è già da tutt’altra parte, però allo stesso tempo voglio tenermi salda: non si sa mai che cazzo succede nella vita, ma quello che so è che voglio prendermi uno spazio.

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