Interviste

Dopo i Gilla Band, la musica rock irlandese (e non solo) non è stata più la stessa: l’intervista

“Pugnello”, in uscita domani, è il disco più completo e straziante della loro carriera. Merito della produzione, dei testi e dell’nnata passione della band per il ritmo. Con Dara Kealy e Alan Duggan abbiamo parlato anche della scena irlandese e di quanto sia cambiata

  • Il24 Settembre 2026
Dopo i Gilla Band, la musica rock irlandese (e non solo) non è stata più la stessa: l’intervista

Foto di El Hardwick

In questi ultimi anni in cui il rock nelle sue forme più disparate – post-punk, art rock, alt jazz – ha riconquistato uno spazio centrale nel mercato europeo e internazionale, tra Irlanda e Inghilterra soprattutto, mi è capitato di intervistare diversi dei gruppi che hanno definito questa rinascita. Nella maggior parte dei casi, quando si finiva a parlare di influenze e artisti contemporanei, uscivano fuori i Gilla Band. Il loro primo disco Holding Hands With Jamie del 2015 attirò l’attenzione della critica per l’intensità dei suoni e la produzione. Dara Kiely, Alan Duggan, Daniel Fox e Adam Faulkner divennero tra gli artisti più chiacchierati.  

A distanza di undici anni, il loro quarto album Pugnello, in uscita domani, il cui nome deriva da un font fantasma tratto da un romanzo horror ideato dallo zio del frontman e voce del gruppo, fa quasi impallidire al confronto i loro primi lavori. Registrato e autoprodotto sempre a Dublino, la loro base che giurano non abbandoneranno mai, ha una complessità, un gusto per il breakbeat danzereccio e una gestione dei dettagli che rappresentano il seguito ideale di Most Normal. «Quando abbiamo registrato il disco precedente la cosa più importante per noi era trasformare la nostra sala prove in uno studio. Con Pugnello siamo riusciti a utilizzare quello spazio in modo migliore» racconta Alan collegato su Zoom con Dara. 

Foto di El Hardwick

Tutti i dischi dei Gilla Band sono sempre nati da una “crisi” personale o artistica. Musicalmente la rivoluzione questa volta l’hanno portata la drum machine e i progetti paralleli che i vari componenti hanno intrapreso negli ultimi anni. Alan, per esempio, si è cimentato con The Null Club: «Mi ha permesso di acquisire molte capacità tecniche su come gestire i software di registrazione e programmare i ritmi. Tutte competenze piuttosto utili perché ti permettono di comunicare in modo più efficace». Di questi aspetti, infatti, prima se ne occupavano gli altri componenti della band. In prima linea Daniel Fox – oramai un producer in rampa di lancio che ha lavorato tra gli altri con le Lambrini Girls, gli SPRINTS, Dry Cleaning e Mandy, Indiana – e qualche volta il batterista Adam Faulkner.  

Ascoltando Pugnello, oltre all’impressione di essere finiti in un rave dance punk, c’è la sensazione che Dara abbia liberato del tutto i propri pensieri. «Scusami se sono stato un po’ pesante su questo argomento» dice teneramente dopo avermi raccontato come, ancora una volta, le sue vicende personali abbiano dato una direzione alla sua scrittura. La morte di suo padre (Jacobson), ma soprattutto la diagnosi della schizofrenia (Alogia) che ha rappresentato una sentenza definitiva dopo i problemi di salute che l’avevano colpito durante il primo tour con la band e che aveva esorcizzato e trasfigurato nel secondo disco The Talkies (2019). Stavolta però non ci sono giri di parole, o metafore. Dara vomita tutto nel microfono, abbandonandosi anche a un pizzico di melodia, subito sovrastata dalla stratificazione strumentale degli altri componenti del gruppo.  

O sarebbe meglio dire amici perché sono le uniche persone con cui si sente pienamente se stesso, quelle che l’hanno aspettato nel momento più difficile. Non potrebbero esistere i Gilla Band senza Dara perché tutto quel frastuono calcolato non avrebbe più volume ed emozione. Non sarebbe autentico.  

L’intervista ai Gilla Band 

Sembra che tutti i vostri album nascano sempre da una sorta di momento di turbolenza. È andata così anche con Pugnello? 

Dara Kiely: In parte è vero ed è come se in ogni disco cercassi di documentare in quale momento della mia vita mi trovo. Questa volta però il tema è emerso solo col senno di poi. Mio padre è venuto a mancare e mi è stata diagnosticata la schizofrenia. Queste due cose sono state le due principali fonti di ispirazione. Il lutto è diventato così un aspetto importante dell’album.

E dal punto di vista musicale, come vi siete mossi sul piano della sperimentazione?  

Alan Duggan: C’è una costante che accompagna i nostri album. Quando acquistiamo un nuovo dispositivo o uno strumento, questo finisce per influenzare in modo significativo il suono del disco. Stavolta è successo con una drum machine di Erica Synths, la Perkins HD01 che è diventata una componente davvero fondamentale del suono del progetto. E poi anche un pedale di Chase Bliss, l’Onwards Pedal. L’abbiamo utilizzato anche sulle voci e non solo sulle chitarre. Questi elementi di produzione hanno influenzato in modo decisivo Pugnello.  

A proposito della chitarra, c’è una cosa che mi incuriosisce: qual è il tuo approccio allo strumento, vista l’immensa ricchezza sonora della tua band? 

A: Considero la chitarra come uno strumento per produrre suoni e manipolarli. Non mi interessa trovare un riff o essere virtuoso. Nonostante sia cresciuto e abbia imparato fin da piccolo a fare musica con la chitarra, il mio approccio con essa è più o meno lo stesso che ho quando mi metto a sperimentare con le drum machine o i sintetizzatori. Soprattutto dal vivo per me è molto più divertente perché puoi immergerti completamente ed è un’esperienza molto tattile, molto più intensa rispetto alle tastiere.  

Quanto è stato lungo il processo creativo e di scrittura del disco? 

D: Ci sono voluti circa quattro anni. Concluso Most Normal, io e Al ci siamo messi al lavoro abbastanza presto. Se non ricordo male abbiamo iniziato a buttare giù una bozza di Jacobsons circa due settimane dopo la promozione dell’album. Siamo molto lenti a scrivere (ride, n.d.r.). 

Ho letto che The Megazord è stata la più complessa. Quante versioni ne esistono e quanto è cambiata rispetto alla primissima? 

D: L’abbiamo praticamente completata all’ultimo minuto. Credo che possiamo contarne sicuramente più di 30 versioni, solo della parte vocale. E anche il giorno stesso della registrazione abbiamo cambiato l’approccio alla voce. Invece, il testo l’ho scritto piuttosto in fretta. 

A: Siamo partiti dal campionamento di un breakbeat di Arthur Brown, ma per un bel po’ non ci convinceva. Era proprio uno di quei casi in cui ti rendi conto che c’è qualcosa che non funziona ma non riesci a capire cosa nello specifico. Per cui abbiamo fatto tantissimi tentativi. Un processo molto lungo, quasi giornaliero, attraverso il quale la canzone si è come rivelata, mostrandoci il suo vero significato. Era praticamente sempre in lavori in corso, anche al mixaggio. È stato un approccio diverso, più stimolante. 

Quando uscì Most Normal, intervistando Daniel Fox mi ricordo che mi disse quanto amasse la melodia, ma che poi, suonando e sperimentando con il resto della band, il rumore e il ritmo finissero per prevalere

A: La melodia per mè è nei ganci e in quelle parti che restano impresse nelle canzoni, che puoi ripetere qua e là e a cui puoi tornare. Cerchiamo sempre di individuarli, che siano con la voce, nel basso, nelle chitarre o nella batteria. La sfida è coglierli e metterli in primo piano quando serve. Mi piace però dare la sensazione di volerla nascondere. Le nostre melodie sono il più delle volte bizzarre e, attraverso gli effetti che costruiamo, le rendiamo più astratte. È molto soddisfacente. 

D: Sono d’accordo. La gente magari pensa che odiamo la melodia (ride, n.d.r.). Invece siamo tutti grandi fan dei Beatles. Adoriamo la musica pop. Certo, è un elemento della band che è un po’ difficile da individuare. Ma c’è! Giuro che c’è della melodia lì dentro.  

Il primo brano è stato Jacobson, uno dei più personali e sofferti. È come se proseguisse un sentiero più oscuro e intimistico iniziato con la traccia finale del precedente disco, Post Ryan.  

D: Prima di Post Ryan non avevo mai scritto qualcosa di così diretto e personale. La prima volta che feci ascoltare la demo al resto della band ero talmente a disagio che dovetti uscire dalla stanza. Il fatto che sia piaciuta a tutti mi ha sbloccato e reso più sicuro nel mettermi a nudo nei testi. In Jacobson parlo di mio padre, ma poi c’è anche Alogia in cui affronto la diagnosi della schizofrenia.  

Condividere le esperienze traumatiche è qualcosa che ormai fai spontaneamente o è più un’ispirazione per scrivere musica? 

D: È un modo per affrontare e gestire gli aspetti più complicati della mia vita. Per esempio, mi è stata diagnosticata la schizofrenia proprio nelle due settimane in cui stavo scrivendo la parte finale di Alogia. Era sia un evento piuttosto fresco che mi ha influenzato, sia anche un modo per razionalizzare e affrontare il dolore. Scrivere mi aiuta a proiettarlo. In generale mi lascio ispirare da ciò che succede giorno per giorno. Prendo anche degli appunti giornalieri: li chiamo le “pagine del mattino”. In pratica, appena mi alzo riempio due o tre fogli, a mo’ di flusso di coscienza.  

Non a caso uno slogan che caratterizza il vostro ultimo album è “Make positive out of negative”.  

D: Non avrei mai scritto certe cose se non avessi avuto problemi di salute mentale. I testi che scrivevo quindici anni fa erano un po’ banali e poco interessanti. Quando ho iniziato a stare male, la mia mente si è come “resettata”. Ho vissuto episodi così estremi da essere attraenti e stimolanti. Ha davvero cambiato il mio modo di vedere le cose. 

A: Anche la storia del nostro gruppo ha avuto un andamento simile. Agli albori della band molti manager ci hanno respinto. Quella è stata un’esperienza negativa che si è rivelata positiva perché ci ha portato ad abbracciare uno spirito DIY che ci ha guidato fino a oggi. 

Questo è un album cupo, ma anche pieno di ironia. Mi viene in mente un brano come Placeholder. Il fatto che vengano citati elementi dell’infanzia, come i Power Rangers, sembra un tentativo di riconnessione con una sorta di bambino interiore. 

D: Sono i miei argomenti rassicuranti. Quando ero piccolo le distrazioni erano una cosa importantissima, tipo i cartoni animati, i Power Rangers e roba del genere. E anche la musica di quel periodo era un po’ food for heart. Non è solo una questione di nostalgia però, anche se sarebbe un argomento molto facile da trattare. Scrivere testi un po’ più sciocchi mi aiuta a staccare ed è molto divertente.  

Our band could be your life dicevano i Minutemen. I Gilla Band esistono da quindici anni. Vi hanno salvato la vita? 

D: Questa band è una parte fondamentale della mia vita. Con loro riesco a essere me stesso. Non si tratta solo di ammirare il loro approccio alla musica. Siamo molto legati e mi hanno sostenuto quando ho avuto dei problemi seri. Dopo tutti questi anni è ancora come se stessimo dando vita a un progetto molto divertente tra migliori amici. Non so se ci abbia salvato la vita, ma di sicuro l’ha incanalata in modo positivo. 

A: La band ti aiuta anche trovare uno scopo, ti dà una motivazione per fare qualcosa. È buffo quando ci fanno domande del tipo: “Oh, allora perché avete deciso di pubblicare un disco proprio adesso?”. Come se stessimo lì a pensare: “Ok, ora è il momento di lavorare al nuovo disco così da poterlo pubblicare”. Beh, non è mai così. Continuiamo semplicemente a scrivere e ci capita di finire un disco. Essere in questo gruppo è fantastico perché da sempre quella sensazione di avere qualcosa da fare. 

In Freehands Clapping parlate di Dublino. Quanto è cambiata dal primo giorno dei Gilla Band ad oggi? 

D: Mi sono trasferito a Cork circa un anno fa, ma Dublino è ancora casa mia. Viverla a 19 o 20 anni, andando a tutti i concerti possibili, incontrando un sacco di persone con i miei stessi interessi è stato incredibile. Eravamo praticamente sempre in città o in sala prove, a immergerci nella musica. Ora, nella mia testa, la situazione mi sembra un po’ diversa. Molti si sono trasferiti.  

Tante band e artisti irlandesi sono andati fuori dall’Irlanda per produrre e fare musica in effetti.  

A: Capisco perfettamente il perché gli artisti se ne vadano. Se mi chiedi come sia cambiata la situazione negli ultimi dieci anni, ti rispondo che è un disastro. Il numero dei senzatetto è aumentato, il costo della vita è sempre più alto ed è impossibile ottenere un mutuo per comprarsi una casa. Il livello di razzismo nel Paese è diventato più evidente e c’è una presenza politica di estrema destra molto più forte di quanto non ci sia mai stata. Allo stesso tempo un sacco di locali sono spariti ed è davvero difficile trovare un posto dove registrare. Lo studio dove abbiamo prodotto i nostri primi lavori, per esempio, oggi non c’è più. È diventato il parcheggio di un hotel.  

E voi come mai siete rimasti? 

A: Fin dal giorno in cui abbiamo pubblicato il primo EP, è sempre stato chiaro che la band non fosse un impegno a tempo pieno. Abbiamo altri lavori al di fuori, quindi non dipendiamo esclusivamente dalla musica. Siamo semplicemente riusciti a far funzionare le cose e a vivere qui a Dublino perché è da qui che veniamo tutti. Non è qualcosa che diamo per scontato e ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati. Se parli con molti artisti irlandesi magari ti diranno che se potessero, tornerebbero volentieri.  

Molte band che ho intervistato, non solo irlandesi, ma anche inglesi, alla domanda sulle loro influenze vi hanno citato come dei precursori di questa new wave rock dell’ultimo decennio. Com’era l’atmosfera quando avete iniziato? Percepivate la nascita di una nuova ondata? 

A: Penso che in quel periodo ci fossero già sicuramente un sacco di band che facevano roba tipo post-punk: Ice Age, Savages, i Mets. Se lo guardiamo da una prospettiva puramente irlandese, non c’era però granché. I Ginnles e i Turning Down Sex, per esempio, proponevano un genere musicale un po’ più estremo. Era un fenomeno circoscritto e la musica che andava era più di tipo cantautorale. Hozier stava appena emergendo ed era in linea con artisti come Damien Dempsey e Damien Rice. A noi entusiasmavano altri generi musicali come la No Wave, la psichedelia tedesca, la techno e genericamente il post-punk. Ci emozionava andare alla scoperta di quei mondi.  
 
D: È pazzesco, comunque, che ci troviamo in questa situazione in cui veniamo considerati un punto di riferimento per alcune di queste band più recenti. Per noi è un onore.

I Gilla Band saranno in concerto a Milano il prossimo 6 febbraio. I biglietti sono ancora disponibili a questo link.

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