Immensamente Giulia
Il teatro, la Gialappa's, una nuova avventura con Hot Ones Italia in partenza domani: nella nostra intervista Giulia Vecchio si è raccontata senza maschere
«Non tagliamo niente da questa intervista», mi dice Giulia Vecchio poco prima di accomodarsi di fronte a me e raccontarsi per la successiva ora. Se in televisione – precisamente al GialappaShow, dove ha portato in scena le parodie di personaggi diversissimi tra loro come Milly Carlucci, Monica Setta, Valeria Bruni Tedeschi e Elettra Lamborghini – indossa delle maschere, nel privato non esistono filtri.
Attrice di formazione accademica, cresciuta a pane e tragedia greca, Giulia Vecchio è una di quelle artiste che non hanno mai smesso di interrogarsi sulla propria identità e sul senso del proprio lavoro. La comicità, arrivata quasi di traverso e spesso riconosciuto dagli altri prima ancora che da se stessa, è diventata negli anni uno spazio di libertà e di coraggio, un territorio in cui far ridere ma anche mettere in crisi se stessa e chi guarda, perché «puoi anche avere una cifra comica, ma nel dolore ci devi scavare».
L’abbiamo incontrata alla vigilia del suo debutto come conduttrice di Hot Ones Italia – disponibile da domani su Rai Play -, dove raccoglierà il testimone da Alessandro Cattelan, e con lei abbiamo parlato di libertà, stereotipi sulla comicità femminile, temi generazionali che emergono quando si spegne la trentesima candelina, sogni e no che fanno crescere.

L’intervista a Giulia Vecchio
Come ti sei convinta di non essere solo un’attrice drammatica?
Ho sempre pensato che in un’artista convivano molte corde diverse. A un certo punto, però, inizi a percepire chiaramente il grande conflitto tra il fare arte e ciò che il mercato richiede. C’è una fase in cui puoi permetterti di sperimentare molte cose, ma arriva anche un momento — per me è stato dopo i trent’anni — in cui senti il bisogno di chiederti, in termini di mercato, dove vuoi davvero collocarti e quale sia lo spazio in cui ha senso posizionarsi. Altrimenti sarei rimasta a fare provini in modo generico, una condizione che non mi nutriva più.
Cosa hai trovato nella comicità rispetto all’ambiente dell’accademia?
Sentivo che nel panorama della comicità femminile c’era un grande fermento. Era uno spazio difficile da attraversare, ma proprio lì percepivo la possibilità di esprimere più cose. Ho continuato per anni con i provini canonici, come fanno tanti attori a Roma, spesso con difficoltà persino a parlare con il proprio agente: è un percorso complesso, anche perché dipende sempre dall’idea di qualcun altro: dal testo scritto da altri, dal produttore che deve incastrarti in un progetto. Io, invece, sentivo il bisogno di generare idee che potessero nascere da me.
Ti sei sentita più libera?
Sì, sentivo che ai provini non riuscivo a esprimermi completamente. Credo che anche chi mi incontrava lo percepisse. Sono sempre stata fortunata e ho lavorato, ma quella sensazione restava.
Hai sentito che la tua vena ironica dovesse traboccare in qualche modo?
L’ironia, in realtà, non l’ho mai sentita così chiaramente dentro di me: sono stati piuttosto gli altri a rimandarmela. Per esempio, quando Stefano De Martino, dopo l’esperienza di Bar Stella, mi ha chiamata per lavorare da Natale a Santo Stefano, continuavo a chiedermi cosa avrei dovuto fare. A un certo punto gli dissi apertamente che non lo sapevo, e lui mi rispose: “Fai Giulia”. È stata una risposta spiazzante, perché a teatro mi avevano sempre detto che la cosa più difficile è essere se stessi. Ma che cosa significa, davvero? È stato interessante iniziare a interrogarmi su come gli altri mi percepissero: se mi vedevano come comica anche semplicemente nel mio essere Giulia.
Beh, il tema dell’identità è centrale nel teatro classico.
Certo, ma anche il mettersi fuori da sé per osservare quali sono i temi universali che interessano a tutti. Oggi essere se stessi è la cosa più in voga di tutte. Assistiamo a molti spettacoli di gente che parla di se stessa, che ti posso dire? Per me è pure una grande rottura di coglioni. Secondo me bisognerebbe almeno domandarsi quello che facevano i grandi: questi temi sono solo miei o possono diventare universali? Ultimamente mi capita di vedere tanti spettacoli ambientati, ad esempio, nello studio di uno psicologo. Pur avendo anch’io un percorso di psicoterapia alle spalle, ho la sensazione che questa spinta a psicologizzare tutto ci stia riportando continuamente su noi stessi. E invece è importante avere la percezione che questa cosa che sto affrontando la affrontano anche tante altre persone: la ridimensioni. Non che io lo sappia fare eh, però dovremmo almeno provarci.
Come nella musica la comicità non può essere fine a se stessa?
Tu come artista puoi anche avere una cifra comica, ma un po’ nel dolore ci devi scavare, devi entrare in crisi. Non puoi dire soltanto “io sono un comico, quindi ti racconto com’è andata la mia vita e ti faccio ridere con delle battute”. Sotto quelle battute un punto critico ci deve essere.
C’è secondo te uno stereotipo sulla comica donna?
Sì. Diciamo che il contraddittorio è sempre che o sei esteticamente già buffa – per cui tutto quello che dici in qualche modo già fa ridere -, oppure – se rappresenti dei canoni diversi -, devi raccontare che sei sfigata o qualcos’altro. Infatti io alla Gialappa’s ho avuto bisogno di maschere. Lì ho potuto sperimentare così tanto da poter fare anche una cosa così diversa da me, tipo Monica Setta. Però ho percepito che la risposta del pubblico è stata molto più immediata, più che se avessi detto le cose come Giulia. Il lasciapassare è stato molto più immediato, perché comunque il mio aspetto era già un aspetto buffo.
Hai la percezione che agli uomini sia permesso di usare un certo tipo di linguaggio che nella bocca di una donna è meno accettato? Da noi la società si aspetta che siamo eleganti, non diciamo le parolacce…
Sì, siamo dentro una cultura in cui il maschile è ancora il riferimento principale, anche se le cose un po’ stanno cambiando. Io credo che una donna che distrugge delle cose sacre faccia molto più effetto in questo momento e penso che se ne senta un po’ la necessità. Una donna che fa ridere fa più scalpore di un uomo che fa ridere. Io ho percepito questa cosa quando sono entrata alla Gialappa’s e prima di me c’era Brenda: avevo già la percezione esterna che fosse bravissima, perché quando una comica è brava fa più fatica ad emergere, ma anche più scalpore.
A proposito della Gialappa’s, ti immaginavi tutto questo successo?
Già la parola successo mi mette ansia. Io desideravo molto farne parte perché l’ho sempre vista da spettatrice e ho sempre pensato che dopo tutti questi anni continuassero a fare cose fighe. La Gialappa’s è un contenitore altissimo, e io volevo dare il massimo perché loro sono molto esigenti: creare un personaggio con loro vuol dire lavorarci minimo in mese. L’idea, la scrittura, il travestimento, capire se funziona fisicamente, portarlo di fronte al pubblico. E poi ci sono i social, che sono un altro termometro importantissimo: noi registriamo la puntata, vedi la vibe dei presenti, ma è sui social che capisci tanto perché il contenuto arriva in modo immediato.
Come hai scelto di fare la parodia di Milly Carlucci e Monica Setta? Sono due personaggi molto diversi tra loro…
Diametralmente opposti. Milly è la perfezione, Monica Setta è molto più tridimensionale, quindi per me è molto più interessante da fare. Io me la immagino a casa, come respira, cosa mangia, al supermercato. Anche Milly ha il suo mondo, ma lì il lavoro è stato opposto. Di Monica c’era già tantissimo materiale, di Milly no: lei ha costruito un’immagine perfetta, pulita, il lavoro è stato trovare il punto di rottura. Per esempio ho letto che mangia 50 grammi di cioccolato fondente: lì ho capito che è perfezionista anche nella dieta. Poi ho iniziato a chiedere a chi la conosceva dettagli, perché per far funzionare il personaggio devi immaginartelo ovunque.
Lo stesso vale per Valeria Bruni Tedeschi: all’inizio non era chiara, poi facendola me la sono immaginata a 360 gradi. Diciamo che la cosa che accomuna tutte è che il punto di follia è chiaro, e quello è il bello, perché poi da qualche parte devi solleticare anche chi guarda.
Quando fai le parodie ci sono dei limiti che ti poni pensando “oddio, magari questa persona si potrebbe offendere”?
Evidentemente no (ride, ndr)! C’è sicuramente un limite artistico, quello sì. Lavoro con un bravissimo autore, Giuliano Rinaldi, e sono dentro ad una squadra che cerca sempre di puntare in alto. Quello che facciamo non è un umorismo facile perché è la Gialappa stessa che lo richiede: dopo che hai presentato l’idea, se non sono convinti perché è troppo facile, ti mettono in discussione. Con Giuliano cerchiamo di non raccontare i fatti personali, non prendiamo in giro la vita privata. Questa per noi è la cosa più interessante: cogliere una caratteristica e portarla a un livello di esasperazione.

E invece il cinema ora che ruolo ha nella tua vita?
Il 2025 è stato l’anno in cui ho fatto un film per la prima volta con un ruolo importante. Uscirà a marzo e si chiama Cena di classe. È scritto da Andrea Pisani, Francesco Mandelli e Roberto Lipari. Siamo una generazione di disagiati, più o meno della stessa età. Ci ritroviamo dopo vent’anni dal liceo per il funerale di un ex compagno di classe. Da lì succedono delle cose ed è un confronto generazionale, dai 30 ai 40 anni. È un film corale ed è stato molto bello farlo, perché anche in fase di lavorazione c’era sempre confronto sulla scrittura.
Trovarsi in un cast dove siete tutti comici è più facile o più difficile?
Difficile! Da ingenua ragazza di paese pensavo che saremmo stati tutti sempre presi bene, e invece ho scoperto che non è così. Un comico nella vita è una persona normale come tutte le altre. E poi la nostra generazione sta affrontando temi importanti: mi sposo o no? Sto insieme da anni per abitudine o mi lascio? Sono single: rimarrò tale? Ce l’ho fatta o sono uno sfigato che non ce la farà mai? Cambio lavoro o no? Sono temi forti.
Quindi ti capita magari che la gente si aspetti che tu sia sempre allegra, mentre magari sei presa malissimo…
Sicuramente quando fai un lavoro a teatro, un’intervista, e sei fisicamente con altre persone, l’energia degli altri ti condiziona, nel mio caso in modo positivo. A settembre, quando abbiamo ricominciato la seconda stagione della Gialappa’s, stavo passando un momento delicato nella mia vita personale e mi chiedevo come avrei fatto a funzionare comicamente. Invece alla fine è andata. Tutte le cose hanno bisogno di un contrappeso: anche la cosa più drammatica ha bisogno di uno sguardo comico. Guarda anche solo i film di Totò, della Magnani, di Mastroianni: c’è sempre uno sguardo ironico, anche nei momenti più drammatici.
Domani sera debutterai con Hot Ones Italia: quanto sei stata spicy con le domande?
Chi lo sa… La reference italiana delle domande spicy per me è la Fagnani, io però sono un’attrice, non voglio fare la giornalista. È difficile rimanere stronza se dall’altra parte senti apertura. Io posso anche scrivere domande spicy, ma poi quando mi trovo davanti a una persona seguo il flusso.
Infatti non ti ho fatto nessuna delle domande che avevo preparato…
Perché hai seguito il flusso. Per me è come se si creasse un patto di fiducia: quando mi intervisti stai entrando a casa mia, posso decidere se essere accogliente o farti sentire ospite. Io faccio fatica a non essere accogliente. Poi certo, dentro tutti abbiamo un po’ la nostra Monica Setta, quella curiosità di sentire “la puzza”.
E qual è ora il tuo sogno?
Me lo chiedi proprio nell’anno in cui ho detto nessun proposito (ride, ndr)! Diciamo che ne ho due. In primis fare qualcosa insieme alle attrici comiche della mia età che stimo tantissimo e creare con loro qualcosa che ancora non c’è. E poi vorrei raccontare la mia terra, il Sud profondo. Io vengo da Santa Maria di Leuca, la punta estrema dell’Italia. Mi piacerebbe fare un progetto cinematografico o documentaristico su quel mondo: contraddittorio, cinico, abbandonato, con una cultura quasi pagana. È un mondo grottesco, incredibile, che merita di essere raccontato bene. La reference per me è Natale in casa Cupiello: racconta una famiglia e il suo contesto. Mi piacerebbe scriverlo, poi oh, magari qualcuno dirà che è una merda, ma intanto io vorrei farlo.
Ci sono stati dei no nella tua vita che ti hanno fatta crescere e invece dei no che hai detto tu e di cui a posteriori ti sei pentita?
Ho ricevuto tantissimi no, soprattutto dal sistema dei casting romani, però quella cosa non mi piace perché spesso non ti dà modo di crescere. Anche solo un feedback sincero aiuterebbe: quando si parla di arte si investe un capitale umano enorme. Ecco, se ti devo dire cosa hanno fatto crescere in me quelle non risposte è un senso di inadeguatezza, ma anche la voglia di fare cose in cui ho più controllo e più contatto umano. Non ho detto dei no di cui mi sono pentita, perché tutto poi ha portato a qualcos’altro. Sentire oggi miei vecchi compagni di accademia e persone che stimo dirmi “stai facendo proprio quello che ti piace”, mi fa capire che anche i no sono stati giusti.