Grace Chatto racconta “La Dolce Vita” dei Clean Bandit con TÄRA: «Tutto crolla e fingiamo che vada bene»
Dai tre album rimasti nel cassetto al sogno di collaborare con Rihanna, la cofondatrice del gruppo ci racconta il nuovo capitolo della band
I Clean Bandit insieme a TÄRA sul set del nuovo singolo "La Dolce Vita"
Un grande sorriso, poi il racconto parte da Firenze. Quando ci sediamo nel B&B in cui alloggia, Grace Chatto definisce il nostro Paese «una seconda casa»: qui ha studiato violoncello, parte della sua famiglia vive tra la Toscana e Roma e da ragazza era «ossessionata» da Gianna Nannini.
Da oggi, venerdì 23 ottobre, è disponibile La Dolce Vita, la collaborazione tra i Clean Bandit e l’artista italo-palestinese TÄRA – uno dei nomi di Sanremo Giovani 2026. Il brano mescola italiano e arabo, archi e oud, mentre il videoclip diretto dalla stessa cantantautrice è stato girato a San Giorgio a Liri, in provincia di Frosinone. Tra le persone che vi compaiono c’è anche la nipote di Grace, violoncellista barocca.
Il singolo rappresenta uno dei primi tasselli del terzo album dei Clean Bandit, previsto nel 2027. Un numero sorprendentemente basso per un gruppo in attività da più di quindici anni. Nel frattempo, infatti, la band ha registrato abbastanza musica da riempire almeno altri tre dischi, mai pubblicati a causa dei problemi con l’etichetta e ormai abbandonati.
L’intervista a Grace Chatto
Come è nata la collaborazione con TÄRA e che cosa puoi raccontarci del progetto?
Mi sono imbattuta in un suo video sui social e ho pensato immediatamente: «Chi è questa ragazza?». La canzone era Mezzaluna e mi aveva colpita perché non avevo mai sentito niente del genere: univa italiano, sonorità arabe e un ritmo legato alla pista da ballo. Le ho scritto per chiederle se volesse comporre qualcosa insieme e lei è venuta nel nostro studio a Londra. Normalmente proviamo a scrivere una canzone in una sola giornata, mentre questa volta abbiamo trascorso tre giorni insieme e abbiamo avuto il tempo di ragionare sul progetto. TÄRA ci ha fatto conoscere strumenti arabi con i quali non avevamo mai lavorato, come l’oud.
Abbiamo discusso molto anche della lingua: non avevamo mai realizzato una canzone in italiano, ma adoro il suono delle sue parole su quel tipo di beat. Il pre-ritornello, invece, è in arabo. Anche il videoclip è stato diretto da lei. Normalmente realizziamo personalmente i nostri video. Questa volta, invece, ci siamo limitati ad andare a San Giorgio a Liri, mangiare spaghetti e pescare.
Hai più volte affrontato questioni politiche e sociali. Quale ruolo dovrebbe avere oggi la musica?
Penso sia importante considerare la politica quando si crea musica, ma non credo che ogni canzone debba essere politica. Abbiamo comunque bisogno di divertirci e di evadere. Oggi, però, prestiamo molta attenzione a collaborare con persone con le quali condividiamo una certa visione. Quando possiamo, cerchiamo di inserire un significato politico persino dentro una canzone d’amore. Rockabye, per esempio, raccontava una donna lasciata indietro dal sistema. Avevo conosciuto in Italia la protagonista del videoclip, una pole dancer che aveva anche un figlio. Quando abbiamo scritto la sceneggiatura, l’ho chiamata e le ho chiesto se sapesse recitare. Anche la nuova canzone con TÄRA è in parte politica. Si intitola La Dolce Vita, ma parla del modo in cui le persone continuano a fingere che vada tutto bene e a guardare altrove quando, in realtà, ogni cosa sta crollando.
Sei cresciuta in una famiglia nella quale la musica classica era molto presente. Come sei passata dal violoncello all’elettronica?
Mio padre suona il violoncello, ma li costruisce anche: è un liutaio. In casa ce n’erano ovunque e i miei genitori raccontano che, da bambina, pensavo semplicemente che tutti vivessero così. Ho cominciato molto presto e per anni ho suonato in orchestre e quartetti d’archi, ma ho sempre amato anche il pop e la dance. Ho pensato di unire questi mondi verso i diciotto anni, quando ho conosciuto Jack. Aveva studiato jazz e stava cominciando a sperimentare con l’elettronica. Veniva ai miei concerti, registrava tutto e poi proponeva di aggiungere un beat. Alla fine abbiamo organizzato un concerto in un nightclub, collegando violini e violoncelli al suo computer affinché potesse modificarne il suono dal vivo. L’atmosfera fu talmente speciale che capimmo subito di voler continuare.
Con i Clean Bandit avete realizzato successi come Rather Be, Rockabye e Symphony. Qual è il segreto per creare una hit capace di resistere nel tempo?
Magari lo sapessimo! Non credo che qualcuno possa conoscerlo davvero. Seguiamo ciò che amiamo: quando creiamo un suono che ci fa provare qualcosa, speriamo che anche le altre persone possano sentirlo. Non penso che esista una formula tecnica.
A proposito di Symphony, il meme dei delfini sembra averne riscoperto un lato più malinconico. Era già presente nella canzone originale?
Sì, ed è molto curioso. Quando abbiamo scritto Symphony, il testo era completamente diverso: era una canzone di rottura. Diceva: «Con te sentivo soltanto silenzio, ma adesso riesco ad ascoltare il mio cuore. E, se vuoi la verità, la musica suona meglio senza di te». Anche quella che oggi è «a rhapsody for you and me» era inizialmente «a requiem for you and me». Quando l’abbiamo fatta ascoltare all’etichetta, la canzone è piaciuta molto, ma ci hanno detto che la musica sembrava felice mentre le parole erano troppo tristi. Ci hanno chiesto di riscriverle e noi eravamo infastiditi, perché amavamo quel testo.
Poi abbiamo lavorato con Ina Wroldsen, che è riuscita a conservarne gran parte ribaltandone il significato e ha scritto il nuovo ritornello. È divertente che le persone su TikTok abbiano ritrovato proprio quella malinconia attraverso il meme. Forse hanno sentito che, nonostante la musica sia così esuberante, nei sintetizzatori è rimasta una certa tristezza.
La produzione elettronica è stata a lungo un ambiente prevalentemente maschile. Hai mai avuto la sensazione di dover dimostrare più dei tuoi colleghi?
Un po’ sì. A volte propongo qualcosa e vengo ignorata; subito dopo Jack dice la stessa cosa e tutti rispondono: «Sì, ottima idea». Me ne sono accorta soprattutto di recente, ripensando al passato. Ho fatto più fatica a far valere il mio punto di vista con i dirigenti e le persone che lavorano nelle etichette, che tendono a fidarsi più di lui. Jack possiede anche un’autorità naturale, quindi non so quanto dipenda dal genere, ma è una dinamica che ho notato.
Dopo tutte le collaborazioni realizzate, chi rimane nella tua lista dei desideri?
Rihanna, sempre. Ogni volta che scriviamo una canzone pensiamo a lei. Sono anche ossessionata da Rosalía e amo la cantante spagnola Belén Aguilera e il rapper britannico Giggs. È molto divertente lavorare in lingue diverse e concentrarsi prima di tutto sul suono delle parole. Ma Rihanna rimane al primo posto.
Che cosa possiamo aspettarci prossimamente dai Clean Bandit?
Stiamo lavorando al nostro terzo album. È quasi assurdo, considerando quanti anni siano trascorsi dal secondo. Abbiamo avuto diversi problemi con la nostra etichetta e, nel frattempo, abbiamo realizzato materiale sufficiente per altri tre dischi che non sono mai usciti. Adesso abbiamo deciso di ricominciare perché ci eravamo stancati di quelle canzoni. Probabilmente non le ascolterà mai nessuno. Qualche settimana fa abbiamo pubblicato Company con Chlöe Bailey e Omah Lay, che stabilisce bene il tono del nuovo progetto. È una musica solare, estiva e con molti elementi afrobeats. Abbiamo viaggiato e collaborato con diversi artisti africani e sudamericani: è stimolante non comprendere sempre ogni parola e concentrarsi sul suo suono.
Non abbiamo ancora un titolo né una data precisa, ma il disco dovrebbe arrivare il prossimo anno. Sono entusiasta perché, dopo tanto tempo trascorso a pubblicare singoli isolati, finalmente sta prendendo forma un lavoro unitario. Vorremmo anche tornare in tour. Negli ultimi anni abbiamo suonato in moltissimi festival, ma non abbiamo organizzato un vero tour tutto nostro. Spero che potremo farlo quando l’album sarà uscito.

