La libertà che guida Guè
A poche ore dallo show al Fabrique di Milano abbiamo incontrato Mr. Fini per parlare della differenza tra essere una pop star e essere un'icona pop, di cosa vuol dire
«O sei nato per ‘sta vita oppure non esiste», rappava nel 2011 Guè in Ultimi giorni. Se la vita di Vasco era spericolata, maleducata e piena di guai, quella di Cosimo Fini è veloce, allo stesso tempo lussuosa – e lussuriosa – e di strada, un lungometraggio in cui come un uomo di mondo che le ha viste e raccontate tutte si muove agilmente e in modo camaleontico tra i bassifondi e gli strati più alti della società, tra reietti e borghesi, tra gangsta e letterati.
Insomma, per ‘sta vita, Guè ci è decisamente nato, e in Fastlife 5: Audio Luxury, l’ultimo capitolo della saga di mixtape iniziata nel 2006, questo concetto raggiunge lo Zenit grazie non solo alla delivery del Golden boy del rap italiano, ma anche alle produzioni cinematografiche di Cookin Soul – che da una traccia all’altra ti portano dalle strade oscure di Los Angeles e New York ai paesaggi nostalgici del Giappone, passando per la raffinatezza lussuosa dell’Italia dei film d’essai – e la scelta dei feat.
Infatti, «in Fastlife sono più maniacale nel fare citazioni di un certo tipo, è una sorta di spin off ma più underground», come ci racconta Guè in questa intervista tra una prova e l’altra dei sui Fast Live, tre show – tutti sold out – con cui sul palco del Fabrique di Milano celebra il ventennale del suo street movie.
«Saranno novanta minuti di rap puro, mi spiace per le ragazze che ci saranno», scherza lui alla vigilia della prima data, dove le ragazze, però, sono sia sopra che sotto il palco, senza perdersi nemmeno una barra di una scaletta da veri appassionati, tra pezzi freschi di uscita, momenti «altissimi, quasi quanto la Nouvelle Vague francese» come il pediluvio di Emi Lo Zio su Sempre in giro, riproducendo sul palco insieme a Vincenzo da via Anfossi e Don Joe l’iconico video di 16 anni fa, “grezzo, senza set, senza produzione, senza attrezzatura professionale, vita vera 100%… puro Dogo senza tagli”, grandi amarcord – «si possono prendere strade diverse, ma gli amici non si scordano mai», come dice introducendo Entics -, il «feat migliore del mondo» (aka quello della piccola Celine G in Loquito) e brani diventati culto anche sul grande schermo.
A poche ore dallo show lo abbiamo incontrato per parlare di soddisfazioni, della differenza tra essere una pop star e essere un’icona pop, della libertà come più grande lusso, di cosa vuol dire vivere oggi l’hip hop e della doppia s: soldi e stronzi. E come direbbe lui «non hatate e non cercate il sangue dell’autore. Se la vita veloce non fa per voi, non provate a rifarla a casa».

L’intervista a Guè
Fastlife 5 è uscito da tre settimane: come sono stati i feedback? Era un progetto attesissimo con un sacco di affezionati…
Molto buoni. Di certo è un progetto abbastanza di nicchia, ma è stato riconosciuto il lavoro fatto con Cookin Soul e l’ideale che c’è dietro. Abbiamo omaggiato la cultura con cui siamo cresciuti, abbiamo lavorato tanto con i campioni e il concetto di audio luxury è venuto fuori. C’è dentro roba molto soul, black, ne sono molto soddisfatto.
Qual è la cosa che ti appaga di più?
Fare questo tipo di cose mi dà una libertà e una creatività senza limiti, e penso che si sentano la passione, il divertimento e l’alchimia che si è creata. Io sono molto versatile, ho molte passioni musicali quindi mi giostro su tante cose, ma l’hip hop classico come questo è il mio campo di battaglia. Ovviamente i miei pezzi più mainstream sono diversi – non è che col boom bap vivi in Top ten su Spotify -, ma crescendo ho capito che mi interessa molto di più la qualità. Poi, posso dire la verità?
Devi.
Io sento sempre la competizione, mi fa piacere e mi stimola, ma penso di essere arrivato a un punto in cui non devo più dimostrare niente, quindi posso anche prendermi il lusso di divertirmi con spensieratezza e fare questa roba che è quella per cui sono nato. Poi se domani mi dai un beat trap, dancehall o reggaeton te lo faccio lo stesso alla grande.
Hai detto che per te non è ancora arrivato il momento di fare un disco in cui te ne freghi totalmente del mercato, però la percezione invece è che, alla fine, hai sempre fatto quello che volevi.
Questo è vero, come è vero che anche nella roba più commerciale che faccio c’è sempre una matrice black e mai un’ispirazione pop tipicamente italiana come fanno molti miei colleghi. Con questo non voglio dire che sono il più bravo, anzi, io li ammiro perché sicuramente sono più ricchi di me. Fastlife è sicuramente un progetto molto libero con cui mi sono tolto tanti sfizi, ma so che adesso come adesso non posso fare un disco con campioni assurdi, in cui la batteria non entra mai e che è davvero di nicchia.
Pensi che arriverà mai quel momento in Italia?
Non lo so. L’Italia non brilla per cultura black, siamo schiavi della melodia, e quello è il motivo per cui la trap funziona.

Cosa ne pensi della nuova generazione?
Ci sono artisti che diventano un po’ dei copycat e fanno una versione un po’ più edulcorata di altre cose, ma ci sono anche artisti molto forti. Artie 5ive sta avendo un sacco di successo e ne sono felice perché rappresenta a pieno Milano ed è mega cool. Ma penso anche a Promessa, 22Simba, Flaco G e tutta questa nuova wave di artisti che sono stati chiaramente influenzati da noi ma che portano la loro roba in modo nuovo. Sono fighi: spero che facciano sempre bene perché poi in Italia si sa come vanno le cose.
Quando raggiungi troppo e diventi una star, è quasi automatico che la tua musica peggiori perché devi fare una cosa che sia per tutti, è un po’ un passaggio obbligato. Però dipende tutto da cosa vuoi fare. Io sono contento di quello che faccio e della mia carriera, nonostante anche io abbia fatto Sanremo, lo stadio e tutti i palazzi.
Però sei riuscito a mantenere un tuo equilibrio.
Penso di essere l’unico nel mio genere ad averlo fatto puntando sempre e solo sul rap. Ci sono tantissimi miei colleghi bravissimi che hanno raccolto un pubblico enorme facendo anche delle cose diverse. Guarda Salmo, che è un grandissimo artista che però ha sempre teso verso un crossover, o Marracash, che ha una natura molto diversa da me, più cantautorale.
Hai detto infatti che sei consapevole del fatto che non sarai mai una pop star.
Voglio essere sincero: una delle cose più belle che puoi fare con la musica è toccare le persone nell’anima, ma io sento che non sempre riesco a toccare l’uomo comune. Non voglio sembrare snob, ma a me piacciono i manga, l’arte, l’hip hop, i vinili, la cultura di strada e parlo di questo, quindi inevitabilmente c’è qualcuno a cui non arriverò. E va bene così.

Mi torna in mente il Disclaimer di Fastlife 4 in cui si dice che “l’ascolto è consigliato a persone che abbiano letto almeno due libri e conoscano artisti come Lil Wayne, Dipset e simili”. Non hai paura che questa intenzione volutamente esclusiva sembri una sorta di autocompiacimento?
Lo è totalmente. Io mi compiaccio del fatto di non arrivare a tutti. Questo però non vuol dire che io non sia a misura della gente. Se mi conosci sai che sono sempre in giro per Milano e per il mondo, tutti mi conoscono. La musica però è un’altra cosa: non ho la sensibilità di fare gli stadi e di parlare a tutti, mentre ci sono artisti che ce l’hanno e altri che invece la fabbricano in studio, e chi vuole intendere, intenda.
In Italia c’è questa cosa che l’artista deve creare empatia o – in alcuni casi – una finta empatia perché la gente vuole quello: vuole qualcuno che la faccia piangere, che le insegni a vivere. Io però non sono d’accordo con questa cosa. Anzi, secondo me elimina anche un po’ il fascino di un artista. Se io mi compro un quadro non devo per forza abbracciare il pittore che lo ha dipinto. Io sono cresciuto ascoltando artisti irraggiungibili a cui non potevi rompere i coglioni in aeroporto o mettere il telefono in faccia. Poi che io sia uno stronzo è una leggenda: se una persona è educata con me io la rispetto, ma non mi sento di dovere nulla.
Infatti poi tu ti “smascheri” da solo. Penso anche solo al gesto che avevi fatto a Geolier a Sanremo. Avresti potuto giocare su quella cosa, invece hai detto che era stato mal interpretato.
Ma certo. Quella cosa ti fa capire quanto la gente si costruisca un film tutto suo. Tutti mi dicevano “che bravo che sei stato, che bel gesto”, ma non era la verità. Ogni giorno vedo delle cose assurde, tipo che non abbraccio Elodie perché è l’ex di un mio amico. Ecco, sai quale sarebbe per me il vero lusso?
Vai.
Non avere Instagram. Io infatti mi sono fatto un account parallelo, ma non un finsta come fanno gli americani. Ho proprio un profilo dove seguo solo cose che mi piacciono, musica, arte o altre robe assurde, tendenzialmente tutte straniere. Quando mi voglio disintossicare vado lì e so che non mi comparirà mai l’influencer che spacchetta l’hamburger o la coppia di TikTok.
Instagram del resto ha influenzato anche il modo in cui si critica la musica.
Oggi ti trovi giudicato dai quattordicenni sui social che dettano i trend, mettono in giro news che la maggior parte delle volte sono fake, si esprimono solo a meme. Sono poche le testate autorevoli rimaste, e l’informazione è offuscata. Tropico del Capricorno partiva con un pezzo più mainstream, e tutti a dire che avevo fatto un disco commerciale. Ecco, tornando al discorso dei feedback, forse ti dico che a volte sono un po’ snob su quello. Sono contento se le persone che sanno di hip hop apprezzano quello che faccio, ma ti dico la verità, a me non interessa accontentare l’utente medio di Instagram.

Non diventerai una pop star e okay, però sei un po’ un’icona della cultura pop, no? Adesso sei anche in un film di Sorrentino…
Sapere che le persone mi conoscano anche al di fuori del mio genere mi fa senza dubbio piacere. Però il mio sogno forse è questo: pian piano sparire da un certo tipo di mondo e esistere in uno magari più adulto. Poi non nego che sia una fortuna alla mia età continuare ad avere un appeal così eterogeneo per età e per generi.
Beh, hai attraversato sicuramente più generazioni. Ogni anno infatti hai potenzialmente un anniversario da celebrare. Il 2026 è il turno del ventennale di Fastlife.
Per farlo ho pensato di dare vita a un live molto settoriale, portando solo un dj e le hit rap. Diciamo che la scaletta è un best of di questa roba e interverranno amici vecchi e nuovi: Ensi, Entics, Emi Lo Zio, Bassi, DJ Shoca, Tayone, Vincenzo da via Anfossi, Sayf, Ele A, Enny P. Sarà un po’ un gotha. Novanta minuti di rap puro, senza i pezzi più mainstream.
Enny P che per altro è stata una delle grandi sorprese di Fastlife 5.
Lei è fortissima. Ha una bella voce, una bella metrica, è brava in tutto. Per le ragazze è sempre più difficile, ma io sono certo che il tempo metterà le cose a posto e sicuramente avrà il suo momento.
Che differenza senti tra il Guè degli album ufficiali e quello di Fastlife?
Forse in Fastlife sono un po’ più maniacale nel fare citazioni di un certo tipo: luoghi, brand di un certo calibro, hotel. La narrazione alla fine è quella un po’ pappona, un po’ anni 70-80. Sono meno nel personaggio più formale, è una sorta di spin off ma più underground.
Come del resto i feat americani che hai scelto. Ti vedo sempre in queste situazioni mega hip hop: a un block party a Parigi con Freddie Gibbs, a un concerto di Benny The Butcher di fronte a sì e no 500 persone…
Perché a me piace quella roba lì. Mi piace fare i palazzetti, ma quelle dimensioni sono le mie preferite. Per questo mi piace sempre fare tour all’estero, perché sono cose più underground. Io ho completamente un altro approccio rispetto ai miei colleghi. Al di là di quello che può pensare il target medio di Instagram, io non sono mai mosso dai soldi, anzi. Finché una cosa mi diverte, io la faccio.