Latrelle ora c’è davvero
Classe 2002, il rapper è il nuovo protagonista di GENb e nella nostra intervista ha raccontato tutto il suo mondo
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. Il nuovo protagonista è Latrelle.
Entrare nei pensieri di Latrelle non è affatto una cosa semplice. Quando scrive – anzi, quando scrive senza scrivere – la sua mente sembra mettere in moto un ingranaggio tanto complicato e da decifrare quanto istintivo e urgente. Dietro infatti, come mi racconta Latrelle in questa intervista al tavolino di un bar in uno di quei pomeriggi in cui Milano non sembra poi così male, non c’è solo un allenamento quasi maniacale sulla scrittura fatta in un certo modo, ma lunghi silenzi, cose non dette e problemi da buttare fuori in qualche modo.
Scoprire la musica, per Umberto, è stato come iniziare finalmente a parlare con se stesso dopo anni passati a non farlo con nessuno: mi dice che niente nella vita gli ha mai fatto provare sensazioni così forti, e che il suo obiettivo è fare con gli altri ciò che gli artisti che ha sempre ascoltato – Tedua su tutti, che lo ha scelto anche come primo ospite del suo primo live a San Siro questa estate – hanno fatto da ragazzino con lui.
Il suo ultimo EP uscito a novembre, Precipitazioni, interamente prodotto da Fritu, è in questo senso una sorta di rifugio oscuro ma accogliente, una mano che Latrelle tende nel buio a tutti coloro che almeno una volta hanno sentito di cadere. Una sensazione ricorrente nella sua poetica (e no, non stiamo usando questo termine a sproposito), che non ha nulla a che fare con tutto ciò che potete sentire in giro e che si muove tenendosi in equilibrio sul filo della nostalgia di un passato che a volte è difficile da guardare negli occhi. Ed è proprio lì, in quel vuoto d’aria e in quella sospensione indefinita che il mondo tanto concreto quanto profondamente evocativo di Latrelle prende forma. E noi abbiamo voluto entrarci.

Creative direction & production: Thala Belloni
Foto: Matteo Strocchia
Styling: Alessandra Pistolesi e Leonardo Chiaramida
MUA & grooming: Marzia Infantino
L’intervista a Latrelle
Quando è arrivata la musica nella tua vita?
Ho iniziato a fare musica a 13 anni e l’anno dopo è uscito il mio primo pezzo. Da lì non ho mai smesso: la musica è stata una cosa che mi è piaciuta dal primo momento. Ancora prima di capire che volevo scrivere, mi è sempre piaciuto cantare.
Cantare o rappare?
Proprio cantare. Non ho mai fatto scuola: se dovessi cantare adesso una canzone, farei schifo. Da ragazzino però ero bravo.
E il rap?
La prima volta che ho sentito rappare ho detto: “okay, io le canzoni voglio farle così, con tante parole”. Prima ho capito che potevo dire molte più cose che in una canzone classica, poi che avevo dei sentimenti da buttare fuori. Già allora nella mia vita avevo dei problemi enormi, poi ne sono arrivati di ancora più grandi ed è stato un altro paio di maniche. Non avevo fiducia praticamente in nessuno, non parlavo con nessuno dei cazzi miei, né con mia madre né con mio padre quando era vivo. Potevo parlarne solo col rap.
Ti ha mai fatto paura mostrarti vulnerabile?
No. Io credo che chi pensa di non essere vulnerabile debba ancora scoprire di esserlo. Se pensi che non ti tocchi niente è perché ancora non l’hai sperimentato. E allora lì capisci tante cose.

Ti ricordi la prima canzone che hai scritto?
Sì. Ricordo che avevamo fatto il video in un hotel abbandonato nelle nostre zone. Non era un brutto pezzo per avere 14 anni, però ora lo trovo inascoltabile: una cosa immatura, registrata male. Ero veramente scarso e non ho problemi a dirlo, perché poi sono diventato bravo con tanto esercizio e allenamento. Io penso che puoi anche avere una vocazione, un talento, ma se non lo coltivi rimani lì dove sei. Ho dovuto imparare tanto: avere la confidenza giusta dietro il microfono, far suonare le cose come volevo che suonassero.
E come hai preso questa confidenza?
Facendolo all’infinito. Ho sempre fatto tutto da solo. Registravo in modo ossessivo anche se non usciva niente, finché le prime cose non sono venute fuori nel 2016-17. Poi ho smesso di far uscire cose: ho ricominciato a registrare da solo con un pazzo, in continuazione, ma roba veramente grezza. Quando ho conosciuto N’Dreamer abbiamo fatto pezzi per quattro anni e abbiamo iniziato a pubblicarli quando ci sentivamo veramente soddisfatti.
Qual è il primo riconoscimento che hai sentito di avere?
La prima cosa che mi ha fatto dire “forse non sono un coglione, forse veramente c’è qualcosa di bello” è stato quando ho fatto uscire su Instagram Triade uno, un mio primissimo freestyle. Abbiamo registrato il video a Genova, dove ho vissuto per un po’, e lì ho sentito il rispetto della città. Al secondo poi mi hanno chiamato per farmi firmare un contratto.
Dici “forse non sono un coglione”, e prima, mentre scattavamo, non volevi guardare le foto perché rivederti ti faceva sentire a disagio. Come mai?
Mi fa strano vedermi in certi contesti al posto di quelli che guardavo da fan da ragazzino, perché io mi sento una persona normale e penso: “Magari sto esagerando”. E poi provo una sensazione strana a riguardare in generale le foto, soprattutto se sono vecchie. Le cancello tutte.

Che rapporto hai con la nostalgia? In Credo di esserci dici: “Dovrei pensare al futuro, però spesso penso a ieri”.
La nostalgia è il sentimento più brutto che provo. Non c’è una cosa che mi fa male come la nostalgia, neanche la rabbia. Quando ricordo in modo nostalgico anche un ricordo bello, sento una tristezza infinita. Non so perché, credo di avere un meccanismo automatico. Se è successo qualcosa di bello la settimana scorsa e ci ripenso oggi, lo ricordo con malinconia.
Quanto c’è di questo nella tua musica?
Tutto, assolutamente tutto. Penso che la nostalgia sia il sentimento chiave di quello che faccio.
Qual è il pezzo più nostalgico che hai scritto?
Forse 10:30 A.M.. In quel pezzo ricordo tante cose, penso a tutti gli anni che sono passati, alle cose che sono successe. Ecco, in quel pezzo c’è nostalgia bella.
Un tema che ricorre spesso nei tuoi pezzi è la sensazione di cadere.
Per me è una costante. In un pezzo che deve ancora uscire dico: “Sono in caduta libera pensando che volo”. Hai presente quando vai alle giostre e senti il vuoto d’aria e fai un salto? Ecco, io mi sento quasi sempre così.
E ti fa paura o senti adrenalina?
Se lo sapessi forse non farei musica. Ho visto decine di psicologi nella mia vita e tutti mi chiedevano: “Ma cos’è questa tristezza?”. Non ho mai saputo rispondere. Molte cose non riesco a identificarle e non so nemmeno se la musica mi aiuti così tanto a farlo. Dico cose pesanti, è vero, ma alla fine, se non le risolvi, dirle e basta non ti dà la soluzione.
In cosa ti aiuta?
Forse nel fatto di urlarlo a qualcuno che magari può capirmi. Più che aiutare me stesso, forse io voglio aiutare gli altri. So cosa si può provare con la musica da ascoltatori. Le sensazioni più forti della mia vita non le ho provate con familiari, con le donne, con gli amici; forse non le ho provate proprio nella vita: le ho provate solo ascoltando musica. Io voglio generare la stessa cosa in chi mi ascolta.
Adesso stai scrivendo un nuovo album.
Sta andando bene, un po’ a rilento ma bene. Certi giorni non esce quello che vogliamo, il giorno dopo sì. Con i miei progetti precedenti, volente o nolente, ho messo un’asticella su di me e chi mi segue si aspetta qualcosa all’altezza. Per questo voglio che il mio primo album ufficiale sia fatto come si deve.
Senti più il peso delle tue aspettative o di quelle degli altri?
Assolutamente delle mie. Le mie condizionano qualsiasi cosa. Se qualcuno mi dice che un pezzo è una hit ma a me non convince, io non lo continuo. L’unico su cui alla fine ho cambiato idea è stato L’ultima goccia.
E il lavoro con Fritu per Precipitazioni com’è andato?
Benissimo, perché è stato vero, e le cose vere sono sempre le migliori. Non abbiamo mai detto: “Dobbiamo fare un progetto”; abbiamo fatto delle sessioni e, man mano, i pezzi sono venuti fuori da soli e avevano tutti una direzione: si sentiva che andavano allo stesso punto. Sono soddisfattissimo di Precipitazioni perché per me non era scontato che uscisse bello, particolare. Io non sono uno molto propenso ad allargare il giro con cui lavoro: infatti il mio album sarà prodotto solo da N’Dreamer. Se lo faccio è perché trovo qualcuno che è riconoscibile al 100%, come possono essere Fritu o Night Skinny. L’arte, alla fine, è questo: essere riconoscibili, fare qualcosa che sia veramente tuo.

In cosa ti senti così?
Nella scrittura. Come scrivo, come uso le parole, come le sviscero e le incastro. Credo di aver sviluppato un modo mio e ne vado fiero. E poi il flow.
La copertina di Precipitazioni mi ricorda quella di Io in terra di Rkomi.
Questa cosa è assurda, è assolutamente una coincidenza, ma è vero, anche se Precipitazioni ha un’estetica molto più rovinata. Probabilmente è un album che ho assimilato talmente tanto che ormai, inconsciamente, è una parte di me. Io in terra per me è uno dei dischi immortali non solo del rap, ma della musica italiana in generale.
Beh, entrambi sono due bei viaggi.
Quella per me deve essere la base di un progetto. Se quando ascolti un disco non entri in qualcosa, allora cosa stai ascoltando? Già alla seconda canzone devi avere un ambiente attorno, devi vedere cose che non ci sono, sentirti da un’altra parte.
Qual è la cosa che vorresti arrivasse alle persone che entrano nel tuo viaggio?
Ogni barra, dalla prima all’ultima, è talmente viscerale che non c’è una cosa che non voglio che arrivi. Se lo sto dicendo è perché voglio che quella cosa ti colpisca. Forse la cosa principale, però, è che se ti senti in un certo modo, qualunque sia, non sei da solo, non sei strano e non sei tu il problema.
Nel video in cui Tedua annunciava San Siro si sentiva uno spoiler di un vostro pezzo. Che rapporto hai con lui?
Per parlare di lui voglio davvero trovare le parole più giuste. Non so nemmeno descrivere come si è comportato con me: è stato un fratello dal primo momento. Quando prima ti dicevo che le sensazioni più forti le ho provate ascoltando musica, parlavo in particolare della sua. Magari qualcuno me le ha fatte provare con tre canzoni, Tedua con quaranta. È veramente la persona più umile che abbia mai conosciuto e, nella sua posizione, non è una cosa scontata.
La prima volta che ci siamo visti è venuto a prendermi in macchina a casa di un mio amico dall’altra parte della città e mi ha portato in studio. Quella notte siamo stati ad ascoltare musica e a parlare fino alla mattina. Mi ha messo subito nella posizione di avere confidenza e di trattarci da fratelli. Lui ha visto qualcosa in me e ha capito anche quanto la sua musica sia stata importante.

Mi spieghi questa cosa di non scrivere ma di fare tutto a mente?
È esattamente così: scrivere senza scrivere. Faccio una barra, poi quella dopo, e mi ricordo la prima e la seconda. Poi faccio la terza e mi ricordo tutte e tre. E così via, ascoltando il beat a ripetizione. A volte ci metto una settimana per fare una canzone, a volte un giorno solo. Non è freestyle, anzi, è proprio l’opposto: è un modo di scrivere molto pensieroso, lungo e lento. Forse è strano da dire, ma sento proprio che nel cervello mi si mischiano le parole e che non finirò mai le cose da dire.
Se ascolti un mio pezzo con leggerezza sembra che abbia chiuso cinque rime con la stessa parola, ma in realtà la rima è prima e tu non ci sei ancora arrivato: io non vedo l’ora che ci arrivi. Questa cosa mi manda fuori, davvero: cercare sempre il modo più assurdo di incastrare le parole. A tutto questo ovviamente non voglio togliere il lato istintivo, ma non voglio neanche far passare l’idea che mi metto davanti al microfono, sputo le rime e ho finito. Anche le cose più di pancia, nella forma, sono studiate.
Cosa sogni adesso?
La serenità. Ma tanto so che non mi arriva nemmeno con la musica, altrimenti l’avrei già raggiunta.