Interviste

Lorenzo Pacini: «I rapper potrebbero dare un grande contributo alla politica»

Classe 1996, è candidato alle primarie del PD come sindaco di Milano: con lui abbiamo parlato di centri sociali, locali che chiudono, della rabbia dei maranza, e del perché “15 Piani” di Sfera Ebbasta e Marracash è un perfetto esempio di racconto della realtà delle periferie

  • Il19 Ottobre 2026
Lorenzo Pacini: «I rapper potrebbero dare un grande contributo alla politica»

Lorenzo Pacini

Se è vero che la primavera è il momento della rinascita, in quella del 2027 Milano potrebbe assistere al fiorire di una nuova era, quella della “Rivoluzione di Milano”. A farla? Lorenzo Pacini, classe 1996 e candidato alle primarie del PD come sindaco dopo i due mandati di Beppe Sala. C’è chi ha parlato di lui come il Zohran Mamdani italiano, e in effetti la sua posizione è decisamente più a sinistra di quella del suo partito.

Parla infatti di socialismo municipale, si definisce apertamente marxista e si batte per temi in questi giorni caldissimi – come dimostrano le manifestazioni che stanno infuriando in tutta Europa, perché, come dice in questa intervista, «se oggi a Milano vediamo l’esprimersi di certa rabbia, in particolare da parte di giovanissimi ragazzi, è anche perché negli anni sono stati abbattuti i luoghi dove questa rabbia poteva diventare lotta politica» – come il costo della vita e la gentrificazione progressiva delle periferie in una città sempre meno a misura della classe lavoratrice, vero motore propulsivo di Milano. Battaglie che sembrano ormai quasi un’utopia nella borghese sinistra contemporanea, ma – come dice Lorenzo Pacini – «siamo qui anche per sfidare un po’ l’impossibile e riuscire a immaginare un modo completamente diverso di fare politica, di occuparci della città e delle persone».

Lo abbiamo incontrato per parlare di centri sociali, locali che chiudono, della rabbia dei maranza, del perché 15 Piani di Sfera Ebbasta e Marracash è un perfetto esempio di racconto della realtà delle periferie e di come «i rapper potrebbero dare un grande contributo alla politica».

L’intervista a Lorenzo Pacini

Ultimamente a Milano – una città in cui l’offerta musicale dovrebbe essere molto più ampia – stanno chiudendo molti locali di musica dal vivo. Tu cosa ne pensi?
Sicuramente è un tema. Secondo me, oggi, con tutte le regole che si sono accumulate nel tempo, alcune giuste e altre frutto di un’eccessiva burocratizzazione, sta diventando sempre più difficile per chi vuole suonare dal vivo, più o meno professionalmente, farlo in strada e nei locali. Se, da un lato, bisogna valorizzare gli spazi pubblici per compensare queste difficoltà, dall’altro gli spazi privati devono fare i conti con il costo crescente degli affitti. Noi, come Comune, possiamo mettere maggiormente a disposizione gli spazi pubblici, abbassando il canone e permettendo così che si svolgano comunque attività musicali e aggregative.

Il tema più ampio, poi, è il costo della vita, determinato essenzialmente dal costo delle abitazioni e degli spazi commerciali. È il motivo per cui, pian piano, chiudono le botteghe storiche, i locali musicali e le attività che non riescono più a pagare l’affitto. Qui entra in gioco il mercato. Se continui a insistere su un determinato modello di attrattività della città, su un certo tipo di turismo e sui grandi eventi, finisci per rendere economicamente impossibile la vita a tutti gli altri.

Ma come si impedisce la chiusura di questi locali?
La questione è impedire che si creino condizioni di mercato tali per cui ai proprietari convenga mandare via chi gestisce il locale per aumentare l’affitto. Il problema è che, se crei le condizioni per cui è possibile aumentare gli affitti, i proprietari lo faranno. Che siano privati, fondi immobiliari o altri soggetti, è una conseguenza delle dinamiche di mercato. Non posso mettere per legge un tetto agli affitti. Possiamo però intervenire sulle condizioni che favoriscono determinate dinamiche economiche. Esattamente come abbiamo incentivato un certo modello di attrattività della città, dobbiamo introdurre dei limiti e disincentivare gli aspetti più problematici.

Quali sono?
Il problema non è la Settimana della Moda, il problema è quanto spazio lasciamo ai grandi marchi, che rischiano di fagocitare tutto il resto. Se applichi le stesse regole a un grande concerto, dietro al quale ci sono sponsor, investimenti e grandi disponibilità economiche, e a un piccolo locale che porta avanti un’attività continuativa dal basso, è ovvio che quest’ultimo finirà per soccombere.

Anche molti centri sociali soccombono: quanto sono importanti nel tessuto culturale della città?
Sono fondamentali, ma è altrettanto fondamentale la conflittualità. Dobbiamo entrare nell’ottica che un centro sociale, per esistere, ha bisogno anche di un certo livello di conflitto, perché è attraverso quello che può esserci progresso. Ci sarà sempre un’amministrazione che cercherà di regolarizzare i centri sociali, e secondo me bisogna trovare il giusto compromesso. La conflittualità può e deve essere politica, ma sulle regole comuni che ci diamo deve esserci un accordo. A me interessa che tu proponga attività culturali dal basso, faccia vivere i quartieri e contribuisca a garantire una vera sicurezza sul territorio, e un Comune che difende i propri centri sociali è un’amministrazione in cui i vertici politici, compreso il sindaco, si schierano quando vengono sgomberati da un governo di destra che fa propaganda, magari a metà agosto, perché non sa di cosa parlare.

Se oggi a Milano vediamo l’esprimersi di certa rabbia, in particolare da parte di giovanissimi ragazzi, in forme totalmente apolitiche, con atti di saccheggio, è anche perché negli anni sono stati abbattuti e cancellati i luoghi dove questa rabbia poteva diventare lotta politica. È stata fatta la guerra ai centri sociali e agli spazi di aggregazione e oggi la rabbia si riversa direttamente nelle strade, organizzandosi su TikTok.

Come dovrebbe comportarsi in questo caso l’amministrazione?
In una situazione del genere, il compito di un’amministrazione coraggiosa e di sinistra è schierarsi con quelle realtà, anche partecipando alle manifestazioni. Bisogna dire chiaramente: io difendo questo posto e cerco in tutti i modi di trovare una soluzione. Poi, a un certo punto, può prevalere lo Stato, ma la città sa da che parte stai e che cosa stai difendendo. La cosa che mi fa più paura, però, è che non nascano nuovi centri sociali, molto più del fatto che alcuni vengano sgomberati. Una città è sana quando, se viene sgomberato un centro sociale, ne nascono due nuovi, perché vuol dire che esiste ancora una certa vitalità politica. 

Secondo te, in questi anni Milano ha valorizzato la cultura che nasce dal basso?
Potrebbe sicuramente fare molto meglio. Secondo me, l’amministrazione ha seguito due binari. Da un lato, ha inseguito a tutti i costi l’attrattività dei grandi eventi, della grande cultura e dei grandi mecenati che finanziano iniziative importanti, garantendo eventi culturali di prestigio e di alto livello. Dall’altro lato, ha cercato di valorizzare la cultura dal basso, per esempio attraverso i municipi, che rappresentano una realtà fondamentale. Ci sono tantissimi progetti che magari hanno poca visibilità al di fuori del quartiere in cui operano, ma che tengono in piedi la città dal punto di vista culturale e artistico. Sono progetti straordinari, spesso finanziati con le poche risorse a disposizione dei municipi, che fanno comunque parte dell’amministrazione comunale.

Si crea così una sorta di schizofrenia politica. Da una parte inseguiamo il grande evento, che contribuisce ad aumentare il costo della vita e a rendere la città più esclusiva ed elitaria; dall’altra cerchiamo di compensare questi effetti con le poche risorse che abbiamo. Ma stiamo cercando di compensare errori che continuiamo a commettere noi stessi. È questo l’aspetto assurdo. A un certo punto dovremmo smettere di ripetere gli stessi errori e concentrarci su come rimediare a quelli del passato, per esempio sostenendo la cultura dal basso. Questo significa investire risorse economiche, sburocratizzare, semplificare le procedure, ascoltare le persone e garantire una presenza costante sul territorio.

Qual è il più grande errore commesso in questi anni nelle periferie?
Non aver impedito la gentrificazione, che parte dal centro della città. Se aumenta il valore degli immobili in piazza Duomo, prima o poi aumenta anche a Cernusco sul Naviglio, perché il mercato immobiliare non conosce i confini amministrativi né quelli dei municipi. Non ci siamo resi conto che, rendendo il centro sempre più escludente, finivamo per gentrificare anche le periferie. Le persone che non possono più permettersi di vivere in centro si spostano in periferia; i figli di chi vive in periferia vanno fuori Milano e chi vive fuori Milano si allontana ancora di più. È un progressivo allontanamento della classe lavoratrice dalla città. Il ricatto sociale di oggi è questo: vuoi i servizi, ma il tuo reddito non ti permette di vivere dove quei servizi ci sono. Vuoi vivere con il tuo reddito, ma devi andare in un posto dove non c’è niente.

Se vuoi gli ospedali, le scuole, la metropolitana e anche i servizi privati, i concerti, i ristoranti, gli amici e la possibilità di viaggiare, ti serve un reddito che spesso non hai. Se non puoi permetterti tutto questo, sei costretto ad andare a vivere lontano e rischi di essere escluso da una parte importante della vita sociale. Un altro errore è stato, a volte, inseguire la narrazione della destra sul tema della sicurezza e delle periferie. L’emergenza sociale esiste, ma non è un’emergenza di sicurezza. Pensare di risolverla con più polizia significa non aver capito il problema.

Di cosa hanno davvero bisogno oggi le periferie e i quartieri popolari?
Di lavoro, di servizi pubblici, di una presenza costante sul territorio e di una presenza politica reale. Non del turismo politico, cioè di chi va nelle periferie per parlare con i poveri e poi se ne torna a casa. Servono persone che provengano da quei luoghi, che facciano parte di quel mondo e che possano prendere in mano le decisioni riguardanti i propri quartieri. Il nostro socialismo municipale significa abbattere il costo della vita, restituire i servizi pubblici ai cittadini e ridistribuire il potere. Le periferie non devono affidarsi a qualcuno che lavorerà per loro: devono poter prendere in mano il potere della città e difendere non soltanto i propri interessi, ma i propri diritti.

Mi viene in mente il caso di San Siro, in cui sono stati gli abitanti del quartiere – tra cui i ragazzi della Seven 7oo – ad aprire un centro che accogliesse i giovani delle popolari perché si sentivano completamente ignorati dall’amministrazione comunale.
Sono iniziative fondamentali, ma non può essere tutto affidato alla buona volontà dei singoli. Il settore pubblico deve almeno coordinare gli interventi e dare l’impulso iniziale. Se avessimo voluto fare davvero qualcosa per la sicurezza di questi quartieri, avremmo potuto ricreare esperienze simili alle Case del Popolo che un tempo esistevano nei quartieri operai. Non è che in passato i quartieri popolari di Milano fossero necessariamente migliori, ma la differenza è che allora c’erano la politica, i partiti, le associazioni e la volontà di costruire un ascensore sociale, di permettere alle persone di emanciparsi. Oggi, da quei quadrilateri di case popolari, sembra che ci siano soltanto tre strade per andarsene: diventare un trapper, un calciatore oppure uno spacciatore. Le prime due possibilità sono difficili, perché servono fortuna, contatti e talento, e non tutti possono riuscirci.

E la quarta strada?
Se non dai alla gente le opportunità, se non le dai nemmeno i documenti perché è figlia di cittadini stranieri, la stai escludendo. Un ragazzo che non ha la cittadinanza italiana, per esempio, potrebbe non avere i requisiti per partecipare a un concorso nelle forze dell’ordine, anche se volesse cambiare strada. Diciamo a questi ragazzi che devono studiare, ma poi non riconosciamo loro nemmeno la cittadinanza e li priviamo di tante opportunità. Come possono immaginare il proprio futuro?

Paola Zukar una volta ha detto che oggi fare il rapper rappresenta l’ultimo ascensore sociale pulito.
Ed è vero. Un tempo anche il calcio rappresentava un ascensore sociale. Oggi, però, il sistema delle scuole calcio italiane è in grande difficoltà. Questi sono gli ascensori sociali che dovremmo difendere. Altrimenti, rimane la criminalità, ma quella è una strada che spesso porta a una vita breve, perché prima o poi si rischia di morire o di finire in galera. E il discorso non è diverso nei quartieri popolari di Napoli. Il tema non è la provenienza geografica, ma la condizione sociale, la classe. È una dinamica che ritroviamo in tutta Europa e nel mondo occidentale.

La classe sociale a Milano influisce anche sull’istruzione?
C’è sicuramente un problema di distanza economica e culturale. Ci sono scuole pubbliche con percentuali spaventose di abbandono scolastico e, a pochi metri di distanza, altre scuole pubbliche frequentate dai figli di famiglie privilegiate. Forse anche una parte del disagio giovanile e della criminalità che osserviamo oggi nei quartieri più difficili è legata proprio a questa vicinanza. A Corvetto, per esempio, basta attraversare la strada per ritrovarsi in una realtà sociale completamente diversa. Un tempo, un ragazzo nato in una casa popolare poteva avere genitori che lavoravano tutto il giorno, ma che riuscivano comunque a offrirgli la possibilità di studiare, e in questo modo riusciva a migliorare la propria condizione sociale.

Oggi, invece, attraversi la strada e scopri che un appartamento privato a Corvetto costa cinquemila euro al metro quadrato. Se guadagni 1.500 euro al mese, non puoi permettertelo. La banca probabilmente non ti concederà nemmeno un mutuo, a meno che tu non possa contare sui soldi della tua famiglia. Ma se i tuoi genitori vivono in una casa popolare, è possibile che non abbiano quelle risorse.

Abbiamo quindi una generazione di giovani, figli di famiglie non privilegiate, che lavorano ma rimangono poveri e non possono emanciparsi. Sono persone che, pur lavorando, non hanno accesso al credito necessario per migliorare la propria condizione. È una delle più gravi ingiustizie sociali. Si creano quartieri in cui le persone finiscono per sentirsi straniere a casa propria. Oggi un ragazzo che vive nelle case popolari di Corvetto potrebbe non sentirsi straniero in piazza Duomo, ma sentirsi estraneo proprio nel suo quartiere. È lì che nascono la rabbia e il conflitto sociale.

Milano è una città a misura di giovani?
Potrebbe diventarlo. Prima, però, dobbiamo decidere cosa significa una città a misura di giovani e chi intendiamo quando parliamo di giovani.

Giovani non ricchi.
Esatto. È una precisazione importante, perché in Italia spesso consideriamo giovani tutti, dai quattordici ai quarant’anni, e poi, a un certo punto, si diventa vecchi. Milano non è una città a misura di giovani non ricchi. Oggi sono sfruttate anche persone che hanno avuto la possibilità di studiare e che, per esempio, iniziano a lavorare negli studi legali come stagisti per 600 euro al mese. Anche loro sono sfruttate. La differenza è che i giovani che possono permettersi di affrontare questo periodo di sfruttamento hanno alle spalle famiglie in grado di aiutarli.

Il sistema, quindi, è ingannevole: sfrutta tutti i giovani, ma permette soltanto ad alcuni, soprattutto ai figli delle famiglie ricche, di sopportare quel periodo, perché sanno che prima o poi saliranno di livello e possono contare sull’aiuto economico dei genitori. Come fai a sopravvivere se la tua famiglia non può aiutarti? Non puoi. Questo sistema di sfruttamento finisce per tenere fuori da determinate professioni le persone che non provengono da famiglie benestanti. Non è soltanto una questione di conoscenze e raccomandazioni, ma di capacità economica.

In che modo l’amministrazione comunale può intervenire su questo meccanismo?
Attraverso il socialismo municipale, che significa abbattere il costo della vita. Dobbiamo immaginare una città per giovani non ricchi. Per esempio, che cosa significa essere una città universitaria? Da dove vogliamo che arrivino gli studenti? A me interessa che siano anche internazionali. Sono internazionalista e, in linea di principio, non credo nelle nazioni e nei confini. Però sono anche marxista, quindi so che esistono i portafogli, e che la vera differenza spesso è proprio quella. Oggi arrivano molti studenti universitari ricchi, mentre gli studenti italiani meno abbienti rischiano di non potersi permettere di venire a studiare qui.

Anche le università sono state, per certi versi, complici di questo meccanismo. Quando costruisci studentati in cui una stanza costa mille euro al mese, pensi davvero che possano permetterseli gli studenti italiani con famiglie a basso reddito? In realtà stai creando strutture destinate soprattutto a studenti americani o provenienti da altri Paesi che possono sostenere quei costi. Il paradosso è che le università italiane sono ottime, comprese quelle pubbliche, e possono competere con molte università private d’oltreoceano. Eppure rischiamo di mettere a disposizione risorse e università pubbliche per studenti stranieri che, con la loro capacità di spesa, alimentano un mercato privato degli alloggi. Bisogna garantire anche agli studenti italiani meno abbienti la possibilità di accedere alle nostre università.

Hai detto che vorresti che i maranza votassero per te.
Mi hanno chiesto cosa direi ai maranza, e io ho risposto: votate per me. Al di là del termine, secondo me bisogna anche provare a destrutturarlo e normalizzarlo, per evitare che venga utilizzato come strumento di repressione e di pregiudizio. Detto ciò, i giovani non hanno soldi, non hanno potere e sono numericamente pochi rispetto ad altre fasce della popolazione. Per questo hanno bisogno di organizzarsi. Io dico: votate per me, ma soprattutto venite a darmi una mano. Non voglio fare le cose per voi: voglio che siate voi a fare le cose per voi stessi. Non soltanto per i maranza, ma per i giovani italiani, ragazze e ragazzi che non sono il futuro: sono il presente.

Tutta questa energia, tutta questa rabbia, che è sicuramente meglio della rassegnazione, deve essere incanalata in qualcosa di organizzato. Dobbiamo fare un passo in più rispetto alla giusta necessità di scappare da un luogo difficile. È comprensibile voler andarsene, emanciparsi e trovare nella musica una possibilità di riscatto. Ma possiamo anche accompagnare questa aspirazione con la voglia di lottare per cambiare le cose, fino al punto di non dover più essere costretti ad andarsene.

Dobbiamo concentrarci sul qui e ora, non soltanto rincorrere una speranza che spesso si rivela un inganno. Quante persone riescono davvero a diventare trapper famosi e a lasciare il proprio quartiere? Per ogni persona che ce la fa, ce ne sono cento che non ci riescono e rimangono lì. Penso alla canzone 15 piani, che racconta proprio questa realtà: fai il magazziniere e passi la vita a fare quel lavoro. Magari nessuno sogna di fare il magazziniere, ma, visto che tante persone lo fanno, dobbiamo lottare affinché le loro condizioni di lavoro migliorino. Si può sempre sperare di diventare milionari o famosi e di non dover più lavorare, ma non è possibile che tutti ci riescano.

Gli artisti dovrebbero esporsi su questioni politiche?
Vorrei spezzare una lancia a favore del mondo degli artisti e della musica. Non è soltanto colpa loro se non si espongono o se sembrano avere sempre meno cose da raccontare. I primi a smettere di esporsi sono stati i politici. Io guardo prima di tutto in casa mia: se siamo noi a non prendere posizione, cosa pretendiamo da un artista che, alla fine, fa un altro mestiere? Detto ciò, preferirò sempre un artista che si espone rispetto a uno che sceglie di non farlo mai.

E chi sono gli artisti che ascolti maggiormente?
Domanda difficile perché ascolto tantissima musica. Tra i miei ultimi ascolti ci sono Fabrizio De André, Busta Rhymes, Britney Spears, Luca Carboni, Gorillaz, Adriano Celentano, Enzo Avitabile, Nancy Sinatra, Paolo Nutini, Lucio Battisti, Khaled e tantissima musica araba, mi piace molto così come mi piacciono la cumbia, la musica napoletana – ho una grande passione per il neomelodico – e il rap. Mi piacciono tantissimo Fabri Fibra, Marracash e i Club Dogo, penso che Rendez Vous Col Delirio abbia un testo incredibile, che forse oggi non potrebbero neanche più pubblicare. 

Beppe Sala ha partecipato al video dei Club Dogo: se te lo chiedessero, lo faresti?
Sicuramente reciterei meglio di lui. Il rap del resto è nel DNA di Milano. Se parliamo di ascensore sociale, è fondamentale confrontarsi con il rap. Quando cito 15 piani di Sfera Ebbasta e Marracash, non voglio appropriarmi di parole che non sono mie, ma penso che sia una canzone capace di spiegare molto bene perché le persone fanno rap e cosa rappresenta questa musica.

Quando Marracash ha organizzato il Marra Block Party, i ricavi sono stati destinati a delle attività sociali in Barona.
E questo secondo me è un segnale molto importante. È un gesto politico concreto: fare qualcosa per la gente, con la gente e a partire dalla gente, per riprendere un concetto legato anche ai Club Dogo. Penso che gli artisti sappiano di poter dare una mano. Magari ognuno lo farà con i propri tempi e qualcuno sembrerà più disinteressato di altri, ma alla fine la vita degli artisti è anche questo: arrivare a un certo punto a comprendere il proprio ruolo e le proprie possibilità. I rapper potrebbero dare un grande contributo alla politica.

Chi porteresti con te, se potessi scegliere?
Dipenderebbe anche da chi vorrebbe venire con me. Per me sarebbe un grande onore avere al mio fianco persone che hanno costruito quella storia artistica e che credono davvero nel nostro progetto, persone disposte a dare una mano e a mettersi in gioco. Io faccio politica, ma sono una persona del mondo reale, una persona normale che ha conosciuto tanti mondi diversi di questa città. Amo Milano perché amo le persone che la abitano: da quelle più sconosciute e abbandonate fino a quelle più privilegiate, purché almeno comprendano qualcosa di questo mondo difficile. Più che il nome o la notorietà di un artista, mi farebbe piacere ricevere la sua fiducia, anche senza che me lo dicesse apertamente. Mi interessa che quei pensieri, quelle storie e quelle esperienze possano confluire in un progetto politico reale e concreto.

Intervista a cura di Silvia Danielli e Greta Valicenti

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