Interviste

“La città che non dorme”, il sogno di MV Killa

Oggi il rapper annuncia il suo nuovo album che uscirà il 13 novembre dove è riuscito a raggiungere il livello di produzione che desiderava e a parlare dei temi che più gli stanno a cuore

  • Il22 Ottobre 2026
“La città che non dorme”, il sogno di MV Killa

Foto di Matteo Pavone

MV Killa e Napoli sono un binomio inscindibile. Il rapper partenopeo ha saputo raccontare la sua città senza restare intrappolato nei suoi cliché. Oggi, proprio da Napoli, da quel luogo che gli ha dato tanto, se non tutto, riparte per guardare oltre. Ed è in questa direzione che si muove il protagonista della nostra digital cover che oggi annuncia l’uscita del nuovo album, La città che non dorme, prevista per il 13 novembre. Un titolo che non rimanda soltanto alla sua città d’origine. Perché Napoli è anche un teatro a cielo aperto, capace di contenere «tutti i personaggi, le maschere, le comparse che si possono immaginare in tutto il mondo». 

Con questo lavoro, Marcello Valerio sembra aver trovato finalmente la propria direzione e aver raggiunto il suo sogno, dopo aver cestinato due album prima di arrivare a questo risultato. Un progetto che rispecchia davvero le sue ambizioni: una produzione più competitiva e internazionale, accompagnata da testi che hanno qualcosa da dire. «Il rap è un’arma, bella, che non può essere usata solo per parlare di brand senza affrontare temi importanti». E così il rapper ci parla di omologazione, di perdita dei punti di riferimento, di ambizione artistica e del senso più profondo della musica.  

Foto: Matteo Pavone
Graphic Design: Rebecca Casati

L’intervista a MV KILLA

Che cosa stavi cercando mentre lavoravi a La città che non dorme? 

«Non volevo assolutamente pubblicare un disco playlist ma volevo fosse un album più consapevole, di cui fossi soddisfatto al 100%. Quindi, dopo che ho trovato l’idea del disco l’ho finalizzato in 7/8 mesi insieme a Starchild, che ne curato la direzione artistica insieme a me. Prima lo avevo lavorato anche insieme ad altri due produttori, Sewsi e Krous. E ho anche scritto di mio pugno la tracklist che presto vedrete».  

Che cosa non ti convinceva dei primi due lavori? 

Volevo fosse un disco più coerente, per questo ho tolto alcune tracce. Non perché non mi piacessero. 

In almeno tre canzoni mi sembra che tu ti sia messo a nudo più del solito. Ti è venuto naturale?  

Senza dubbio, sarà perché mi sento proprio in una fase diversa della mia carriera, molto più consapevole. Per me il rap deve aiutare ad esprimersi e non deve essere una gabbia dorata. È un’arma, bella, e non può ridursi a parlare solo di brand senza affrontare temi importanti. Credo di essere un essere pensante e vorrei quindi che emergesse dal mio lavoro. E poi volevo che la produzione uscisse dal canone italiano per essere competitiva in Europa. 

E quali influenze avevi in mente? 

Sono cresciuto con la golden age dell’hip hop americano della fine anni ’90 e inizio Duemila. Però mi piace anche la scena inglese: Skepta, Giggs, Wiley. A me piace quando il prodotto ha un’identità, quindi anche io cerco di dare un sapore mediterraneo. Non volevo presentare il napoletano come uno stereotipo, ma è comunque bello avere una radice sonora ben precisa.  

MV Killa intervista
Foto di Matteo Pavone

Il rap è nato come musica degli ultimi. Ti infastidisce che oggi non sia sempre così?  

No. Il rap, come indica il nome, dovrebbe essere rythm and poetry e quindi non tutti fanno rap. La trap, per esempio, è un’altra cosa. Quindi è legittimata a parlare d’altro. Ma per me, se non hai qualcosa da dire non ha senso fare musica. Può essere anche un pensiero sulla vita quotidiana e non deve essere per forza un parere sulla società che va in profondità. 

In quelli che sono stati i primi due esperimenti sentivi di non esserti espresso abbastanza? 

Proprio così. Forse guardavo più dentro me stesso e basta, mentre ora ho cercato di raccontare ciò che mi circonda con la mia sensibilità.  

Ciò che ti circonda però – e quindi “La città che non dorme” del titolo – non è solo Napoli? 

Esatto, ovviamente essendo la mia città tutto ciò che scrivo nasce lì. Ma Napoli stessa è un teatro a cielo aperto: lì puoi trovare qualsiasi personaggio, qualsiasi maschera o comparsa che ti venga in mente.  

Napoli oggi è arrivata a un punto di saturazione? Penso soprattutto al turismo di massa. 

Sì, assolutamente. Io credo che dopo l’era Co’Sang, con noi della SLF e con Geolier che abbiamo dato il nostro contributo a fare arrivare il genere rap a più persone possibili poi si sia arrivati a un punto in cui questa creatività dei più giovani sia un po’ venuta a mancare. Ovvero trovo che ci sia un po’ di emulazione dello street style e ci siano molte più cose interessanti in altri generi piuttosto che nel rap. Per esempio con La Niña  o i Nu Genea.  

Vedi molta omologazione? 

Non vedo molta ispirazione. Mi pare parlino solo di pistole e poco altro. È come se ci fosse la paura di essere la pecora nera fuori dal gregge. Questa cosa riguarda gli artisti ma anche il pubblico. Se inizia a piacere un brand in città, tutti che vogliono comprarlo, senza senso critico. 

MV Killa intervista
Foto di Matteo Pavone

Vedi più interessante Milano? 

No, ma almeno lì incontro delle figure di professionisti, per esempio nel design, più interessanti. Solo che non vedo un’esplosione d’arte da nessuna parte in questo momento. La penso un po’ come Kid Yugi in Anche gli eroi muoiono, per me abbiamo abbastanza perso i punti di riferimento.  

E la gente fatica ad esprimersi. 

Esatto, dovrebbero farlo un po’ di più. Forse lo evitano perché hanno paura di perdere delle posizioni o dei risultati. I social hanno abbassato anche il livello della discussione.  

Tu, invece, mi sembri ispirato in questo momento. 

Molto. Perché ho cercato di uscire da determinati meccanismi, di non farmi influenzare dai numeri e dai risultati per forza e di fare musica per divertirmi in prima persona. Se no, non ha senso farla.  

E la collaborazione con la SLF continua? 

Certo, magari meno in questo momento perché l’album è uscito l’anno scorso. Ma noi non siamo un gruppo, siamo un collettivo, un po’ come gli Avengers. Quando ne abbiamo voglia ci ritroviamo per fare musica insieme. 

C’è stata una traccia di questo album particolarmente difficile da chiudere?  

No, perché ho cambiato proprio metodo e ho cercato di essere più “killer”. Cerco di arrivare in studio di registrazione con un’idea più precisa, dicendo subito cosa vada bene e cosa no. Così ci ho messo poco. 

Tu che importanza dai al denaro? 

Per me è un mezzo per fare tutto ciò che di bello può esserci come viaggiare o fare esperienze uniche al mondo, ma non mi sento particolarmente materialista.  

Qual è stata la frase più bella che ti ha mai detto un fan? 

Non me ne viene in mente una precisa però sono fortunato perché come capita ad Emanuele (Geolier, ndr) spesso ci dicono che abbiamo salvato loro la vita in qualche modo. Una volta un ragazzo, al termine di un live, mi ha dato un bigliettino dove mi scriveva che stava affrontando un periodo molto difficile e che avrebbe voluto compiere un brutto gesto. Tramite la mia musica era riuscito a risollevarsi. Quindi alla fine ho pensato che forse c’è un messaggio più profondo in quello che facciamo, non è solo intrattenimento da tot milioni di ascolti.

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