William, nayt e altri
L'artista romano racconta il percorso di scoperta di sè e dell'altro che ha intrapreso e che culminerà con il suo debutto a Sanremo
Chi è William? È la domanda alla quale nayt cerca una risposta, quella alla quale vorrebbe rispondesse il pubblico di Sanremo e quella che forse gli balla in testa mentre viene scattato davanti a uno specchio che triplica di volta in volta il suo volto. È impossibile coglierne tutti i punti di vista in un unico sguardo, neppure per chi ha preso le misure del proprio habitat. L’unico modo per conoscersi e guardarsi in modo completo è aprirsi all’altro. «Che cos’è una relazione?» è ancora la domanda della sua e della nostra generazione, perché è impossibile comprendersi davvero finché non si instaura un rapporto.
Con Prima che, brano con cui farà il suo debutto a Sanremo, l’artista romano dà il la definitivo a un nuovo percorso iniziato con Un uomo: «L’ho scritta in tre ore. Non è una canzone pensata per il Festival, ma è la più consapevole e onesta con la quale potevo presentarmi al grande pubblico». Il suo invece lo vorrebbe sempre più conscio, soprattutto del fatto che può esistere un equilibrio tra arte e intrattenimento, tra razionalità e istinto, tra l’impegno e il diritto a una riflessione silenziosa.

Foto: Pippo Moscati
Stylist: Kristi Veliaj
Ass. Fotografo: Gaia Renis
Mua: Beatrice Torchio
Producer: @nicholas_luca
Sanremo è l’occasione perfetta per ampliare i confini: «Il festival è un’esigenza. Ho sempre puntato ad allargare il mio bacino e, se ci ho messo tanto, è perché non sono mai sceso a compromessi» racconta durante l’intervista. «Dopo aver parlato di me e aver conquistato sempre più pubblico, il mio obiettivo è cercare di capire come si costruisce il rapporto con la collettività. Adesso che il dialogo si è aperto, come si fa a stare insieme?». William se lo chiede come nayt, ma soprattutto come uomo alla soglia dei trent’anni. Perché il rischio è che ci si aspetti troppo dagli artisti: «Non sono per la deresponsabilizzazione, però non deve esserci nemmeno la tendenza opposta. L’educazione emotiva non può essere insegnata solo attraverso la musica».
«Cercare la versione migliore di sé» tra tanti miliardi di persone è comunque pericoloso, soprattutto nel mondo virtuale. È quello che facciamo scrollando i post social su Instagram o i video di TikTok. La prima e l’ultima attività della nostra giornata, sempre in tensione, in costante ricerca di equilibrio tra l’esaltazione e il senso di colpa per i risultati e le relazioni degli altri che ci mettono di fronte ai nostri presunti fallimenti. Per William il desiderio di vedersi ed essere visto in tutte le sue sfaccettature è qualcosa di irrealizzabile, ma è proprio questa continua ricerca che gli ispira quella fiducia in una nuova bellezza da poter raccontare. «Il punto non è mantenere il controllo su come si viene percepiti. Bisogna ripartire sempre da sé e non da quello che ti succede». Mantenendo i piedi per terra e la testa in aria.

L’intervista a nayt
La tua partecipazione al Festival nasce da un desiderio, una curiosità o un’esigenza?
Di sicuro non è una semplice curiosità. Faccio musica perché è il mio modo di condividere la bellezza in cui credo. Io sono intenzionato e appassionato dall’idea di dividerla con più persone possibili, nello spazio e nel tempo. E Sanremo è davvero un evento incredibile. Entra nelle case delle persone e si radica nella società. Quindi partecipare al Festival per me più che un desiderio è forse un’esigenza.
Quando parli con un artista che non è mai stato a Sanremo, spesso capita che ti dica che sta aspettando il pezzo giusto. Nel tuo caso la canzone l’hai trovata o l’hai cercata?
Io ho sempre saputo che sarei andato a Sanremo più che con la canzone giusta, conscio di quello di cui volevo parlare o perlomeno del modo in cui volevo presentarmi. La prima volta non sarebbe stata un pezzo d’amore o un brano più cantato, cose che comunque sono nel mio registro. Il mio desiderio è mostrarmi nel modo più chiaro al grande pubblico. Dopo anni di gavetta e carriera, mi sono conquistato tante piccole cose e per me è importante fare un passo così grande nel modo più consapevole possibile.
Perché un brano come Prima che lo è?
Perché si lega a un concept più ampio al quale sto lavorando da un anno e mezzo e che presto sarà chiaro a tutti. È un brano che parla del riconoscimento, del rapporto tra me e l’altro e tra noi individui e il mondo esterno. Forse è un tema che mi rappresenta da sempre, ma sto tentando di approfondirlo sempre di più senza ripetermi. Ci tengo a dire però che Prima che è nata in un modo molto spontaneo, in tre ore in un pomeriggio. Il ritornello mi è uscito in dieci minuti appena ho ascoltato i primi accordi del beat. Quando i pezzi escono così forti e arrivano subito completi in questo modo è come se ci fosse una magia che li avvolge.
Proprio il ritornello è una delle cose più interessanti del pezzo. A differenza dei classici pezzi sanremesi, hai scelto di mantenerlo nel tuo stile, senza un’apertura vera e propria.
Non avendo iniziato la sessione di scrittura e sessione pensando al Festival è stata anche quella una cosa naturale. Sinceramente all’inizio, il non avere un ritornello “aperto” mi ha fatto venire dei dubbi: “Chissà come verrà accolto dal pubblico di Sanremo?”. Allo stesso tempo però mi ha tranquillizzato il fatto che mi rappresenta a pieno. Anche perché non condivido il meccanismo della competizione tra canzoni, quindi l’importante è che sia un brano in linea con il mio passato.

In HABITAT il discorso era con te stesso, con Lettera a Q ti sei aperto all’altro, con Un uomo e soprattutto Prima che sembra che tu chieda al tuo interlocutore: “Ma tu, quindi, come mi vedi?”.
Sento che è una cosa che è intrinseca anche al mio percorso di vita. Dopo aver parlato di me e aver cercato di parlare con l’altro, il mio obiettivo è cercare di capire come si costruisce il rapporto con la collettività. Adesso che il dialogo si è aperto, come si fa a stare insieme? Mi scontro continuamente con il fatto che, come esseri umani, facciamo fatica a vederci. Sto affrontando il fatto che ho raggiunto i 30 anni. Non sono più un ragazzino e la mia vita è extra ordinaria: sono sempre in giro, non ho una regolarità. Passo dallo stare tutti i giorni in studio a girare l’Italia per suonare davanti a un sacco di persone. Per cui per me è importante tentare di essere onesto e capire come esserlo con le persone che cercano di esserci nonostante tutto questo.
I social sono nati con l’obiettivo di facilitare i rapporti. Oggi sono un aiuto o un ostacolo secondo te?
Spesso sono un inganno. Pur essendo una persona molto poco social, è impossibile non farsi influenzare soprattutto quando fai un lavoro come il mio. Il web ci mette di fronte a una fetta di persone preponderanti che crediamo di conoscere per quello che decidono di mostrarci. A volte siamo noi o comunque tutti abbiamo degli amici che commentano il post di qualcuno che non conoscono dicendo la propria. Sia che lo facciano in modo positivo o negativo, ho l’impressione che sia una forma di evasione dalla propria realtà, soprattutto quando è sistematica. Io vorrei non assecondarmi in questa cosa. Vorrei vedere le persone nella loro completezza.
Ci riesci?
Credo che sia un desiderio non totalmente esaudibile. E lo esprimo verso l’altro tanto quanto verso me, perché persino noi stessi non riusciamo mai a vederci nella nostra complessità. Anche quando ti guardi allo specchio hai un solo punto di vista. Allo stesso tempo è fondamentale tendere a questa voglia anche se è irrealizzabile.
Credo che per un artista sia fondamentale che questo desiderio di vedersi ed essere visti nel complesso rimanga irrealizzabile.
Sì, sono d’accordo. Mi viene in mente Oscar Wilde che diceva di vivere “nel terrore di non essere frainteso”. Il punto non penso che sia mantenere il controllo su come si viene percepiti, ma ripartire sempre da sé e non da quello che ti succede.

Dai club ai palazzetti e ora l’Ariston. Hai paura di non riuscire a rimanere legato alla «vita reale»?
Mi fa tanta paura quando vedo certi artisti o personaggi dello spettacolo perdere completamente la concezione e il contatto con la realtà. Sono consapevole di quello a cui vado incontro, dei pro e dei contro dei rischi di una vita come la mia. È ovvio che c’è molto peggio di questo. L’unica soluzione è stare con i piedi a terra e mantenere la testa in aria. Mi piace tanto volare ed esplorare più cose possibili, ma non posso perdere il contatto con le persone comuni e l’ambiente dal quale arrivo: i bisogni, i problemi e le piccole gioie.
«Qualcuno ha paura che io possa tradirvi o snaturarmi. […] Ve lo posso promettere: cercherò di impegnarmi sempre il più possibile per far sì che questo habitat resti uno spazio di crescita per tutti noi» hai detto dal palco del Forum il giorno prima dell’annuncio di Conti. Come mai hai sentito il bisogno di ribadirlo?
Sono anni dove sto crescendo tanto artisticamente e a livello di popolarità. Percepisco che le persone che sono sempre state abituate ad avermi molto vicino, a stare in una cerchia di pubblico allargato ma allo stesso tempo contenuto, hanno paura di non avere più quella magia. Di non riuscire più ad avere un rapporto come quello avuto finora. Con quelle parole volevo dire loro che ci sta avere il timore perché il sistema fagocita gli artisti nel proprio meccanismo. Tuttavia, arrivo a questo punto dopo 17 anni di carriera e non potrei fare musica in modo diverso da quello a cui sono abituato. Ho sempre puntato ad allargare il mio bacino e se ci ho messo tanto è proprio perché non sono mai sceso a compromessi. Quando sono stato annunciato il giorno dopo al Festival quel discorso è diventato ancora più importante.
L’artista ha il pubblico che si merita o è il pubblico che ha l’artista che si merita?
Credo che valgano entrambe le direzioni. È un movimento reciproco. Noi ci attraiamo e veniamo attratti da quello verso cui siamo più pronti. Questo vale col pubblico ma anche nei rapporti.
In tal senso hai ancora fiducia nel messaggio che il rap o la musica in generale può portare e credi che sia un suo dovere?
Credo che oggi la musica, soprattutto l’urban, l’hip hop e il nuovo cantautorato, possa avere un potere incredibile proprio di educazione emotiva sulle persone, non solo i giovani. Anche se qualche volta può sembrare eccessivo, ci credo molto in questo perché non riusciamo più a dirci le cose razionalmente. Se qualcuno oggi fa un bel discorso che finisce sui social ci sarà sempre un muro preventivo ad accoglierlo, a prescindere dalla moralità del messaggio. Nella musica è diverso perché non è tutto razionale, ci sono le note, i giochi di parole e soprattutto sei costretto ad ascoltare. Poi non so se questo potere sia sempre un bene.
Cioè?
Il rischio è che ci si aspetti troppo dagli artisti. Io non sono per la deresponsabilizzazione, però non deve esserci nemmeno la tendenza opposta. Sennò è come dire che l’educazione sessuale va fatta sui porno. Il problema dell’educazione emotiva non te lo può risolvere la musica da sola. L’aggravante è che viviamo in un periodo storico che è un campo minato e quindi bisogna capire come battersi per le giuste cause nel modo meno controproducente.

Avevi definito Lettera Q un disco pieno di fede. È rimasta intatta?
Sì, anche se sono più in conflitto. Ho molta fede nel fatto che tutto ha una ragione di esistere. Non lo dico in modo passivo, per me significa trasformare il senso di colpa in senso di gratitudine e proattività. Il senso di colpa è la più grande perdita di tempo che possiamo mettere in atto nelle nostre vite. Non serve a nulla perché noi lo sistematicizziamo per continuare a sbagliare: ti senti in colpa per stare meglio nell’errore.
Se dovessi associare nayt a qualche artista che negli ultimi anni ha calcato il palco di Sanremo, direi Rancore, proprio per l’attitudine conscious. Che ne pensi?
Tarek per me è un amico e un artista incredibile. Ogni volta che lo ascolto mi stupisce. Lui però è molto più ermetico di me. Io sono sempre andato verso la direzione di semplificare il più possibile per arrivare a tutti. Anche ragionando in termini di classifica, perché no?
Sempre nell’ottica di allargare il pubblico, stai pensando di portare il tuo stile sempre più verso la dimensione cantautorale?
Ci penso, ma senza perdere la strada da cui vengo. Poi chissà come evolverà tutto. Amo entrambe le cose: sono innamorato del suono delle parole e della poetica.
Poco prima di salire sul palco dell’Ariston per la prima volta, se potessi parlare al piccolo William, cosa gli diresti?
Che ne vale la pena.