Interviste

Neima Ezza: «Ho sempre avuto consapevolezza della causa palestinese»

Il rapper insieme a Baby Gang ha pubblicato “Dima Falestini”, un brano i cui proventi andranno alle associazioni che operano a Gaza

  • Il13 Ottobre 2026
Neima Ezza: «Ho sempre avuto consapevolezza della causa palestinese»

Neima Ezza

Oggi più che mai, sentiamo il bisogno che la musica non sia solo intrattenimento, ma anche strumento di consapevolezza e, nel migliore dei casi, aiuto concreto per chi è in difficoltà. È in questo solco che si inserisce Dima Falestini, il brano con cui Neima Ezza e Baby Gang non solo si uniscono a Mocro Stars, collettivo internazionale che riunisce artisti marocchini e della diaspora, ma sostengono attivamente la popolazione palestinese, devolvendo a The Zaynab Project, organizzazione non profit che fornisce aiuti umanitari, soccorsi di emergenza e assistenza sostenibile agli orfani e alle famiglie di Gaza, tutte le royalties nette del brano.

Al centro del brano – che riprende il campione di Dammi Falastini di Mohammed Assaf, canzone-manifesto fondamentale per l’affermazione dell’identità palestinese – c’è infatti un legame personale con una causa che, come racconta Neima Ezza in questa intervista, fa parte della sua storia fin da quando era bambino, tra le strade di San Siro – il quartiere in cui è cresciuto, uno degli ultimi baluardi di resistenza in città -, le manifestazioni e le voci che negli anni hanno contribuito a costruire la sua consapevolezza.

L’intervista a Neima Ezza

San Siro è una delle zone in cui si respira ancora resistenza rispetto a quello che sta succedendo in Palestina.
Sì, è vero. Cerchiamo di tramandare questa consapevolezza anche ai più giovani, come hanno fatto le generazioni precedenti con noi. Quando eravamo piccoli, vivevamo il quartiere e sentivamo certi discorsi: ci informavamo e, in qualche modo, quelle idee sono rimaste. Si spera che continuino a passare di generazione in generazione.

Tu e Baby Gang avete scelto un campione tratto da un brano molto importante per l’identità palestinese. Senti la responsabilità di portare un messaggio del genere?
Sì, ma sono contento di poter trasmettere questo messaggio. L’idea è nata da Baby, che mi aveva proposto questo pezzo palestinese da campionare. Mi aveva fatto ascoltare il brano un paio d’anni fa. Il progetto è uscito adesso e sono ancora gasato come quando lo abbiamo realizzato. Per me è una bella cosa.

Quando è arrivata nella tua vita la consapevolezza della causa palestinese? È qualcosa che c’è sempre stato oppure che hai scoperto crescendo?
Da quando ho memoria. Come dicevo prima, a San Siro si organizzavano feste nei centri sociali. Ricordo il Cantiere, con le persone che manifestavano e chiedevano giustizia. Poi, quando tornavo a casa, c’era il telegiornale, che parlava principalmente di guerre e di queste situazioni. È una consapevolezza che ho sempre avuto, anche grazie alle professoresse che ho incontrato a scuola. Alle medie ho avuto insegnanti brave, che ci hanno aiutato a conoscere queste realtà. Anche questo conta molto. Poi ne parlo spesso con gli amici e partecipo alle manifestazioni. Negli anni scorsi, per esempio, sono andato a Porta Venezia. Ho sempre saputo che questa questione esisteva. Non è qualcosa che è iniziato un paio di anni fa.

La mobilitazione per la Palestina degli ultimi anni è stata forse una delle più grandi a cui abbiamo assistito, anche in Italia.
Sì, a livello mondiale c’è stata una partecipazione incredibile. È una mobilitazione che ha unito tante persone sotto la stessa bandiera. In fondo, chi è rimasto umano ha sentito il bisogno di esserci, di partecipare con le proprie emozioni. Non si va a una manifestazione per sentirsi dire che si è umani, ma perché si riconosce qualcosa di fondamentale: siamo tutti d’accordo sul fatto che i bambini e le persone innocenti non debbano essere colpiti. L’ingiustizia non è accettabile.

Secondo te, che ruolo può avere la musica nell’amplificare un messaggio così importante?
Per me la musica è prima di tutto una forma d’arte, e non è detto che chiunque condivida una causa debba necessariamente parlarne attraverso le canzoni. C’è chi riesce a esprimersi attraverso il dialogo, chi attraverso un film e chi semplicemente confrontandosi con le persone a cui vuole bene. L’importante è trovare il proprio modo per parlarne. Io, per esempio, non sono particolarmente bravo con le parole, mentre mi sento più a mio agio con la musica. Per questo mi è venuto naturale affrontare questo tema in una canzone, raccontando realtà come quella di un bambino che muore da solo o di una bambina a cui sparano.

Credo quindi che la musica abbia un ruolo importante, ma che da sola non basti. Alla base di tutto c’è una questione umana. Possiamo incontrare una persona, confrontarci e scoprire di avere gli stessi punti di vista, oppure pensarla diversamente. L’importante è continuare a parlarne e a confrontarsi.

Questo pezzo avrà anche una finalità benefica: i proventi saranno destinati alle operazioni umanitarie a Gaza.
Quando ho saputo dell’iniziativa di donare i proventi a Zaynab Project sono stato contento. Mi hanno illustrato il progetto e i ragazzi di Mocro Stars mi hanno spiegato che si trattava di un’iniziativa concreta, non soltanto di parole. Questo mi ha reso ancora più felice di partecipare. Non penso che si potesse fare qualcosa di migliore. Realizzare un singolo senza lucrarci sopra, destinando i proventi alla beneficenza, mi è sembrata la scelta più giusta. Credo che ognuno debba cercare di aiutare come può, senza necessariamente doverlo dichiarare pubblicamente o vantarsi di quello che ha fatto. Ognuno faccia ciò che riesce a fare: piano piano, tutti insieme, possiamo ottenere qualcosa.

A proposito di Mocro Stars, che sensazione si prova a far parte di un collettivo in cui ci sono ragazzi provenienti da Paesi diversi, ma con cui condividi le stesse radici?
È bello perché, oltre a vedere coetanei che stanno avendo successo in altre parti d’Europa e del mondo, senti anche un senso di appartenenza e di orgoglio. Pensi: «Cavolo, veniamo da lì e siamo arrivati a questo punto». È bello vedere tanti artisti insieme, soprattutto perché il progetto ha uno scopo benefico e perché tutti questi artisti condividono la volontà di sostenere la causa e di fare qualcosa di positivo. Mi piacerebbe anche partecipare a un live. Sono sempre disponibile per concerti e iniziative di questo tipo. Se ci fosse la possibilità, sarebbe bello.

In che modo vorresti essere d’esempio alle nuove generazioni?
Vorrei che i ragazzi fossero in gamba e forti, perché, con tutto quello che succede intorno, è difficile mantenere la lucidità e restare concentrati sui propri obiettivi. Il consiglio che darei loro è di porsi degli obiettivi e di allontanarsi da ciò che fa loro del male. Quando incontro un ragazzo, sono contento di potergli dire di studiare. Non perché debba farlo semplicemente perché glielo dico io, ma perché studiare aiuta a imparare, a organizzare la propria giornata e ad affrontare il lavoro. Le conoscenze che acquisisci oggi possono tornarti utili domani, quando firmerai il tuo primo contratto, avrai una casa di proprietà o avvierai un’attività commerciale.

Ecco, consiglierei alle nuove generazioni di informarsi e di rimanere aggiornate. Non sto dicendo che i ragazzi non lo facciano, né che la mia generazione sia necessariamente più informata. È un consiglio che darei a chiunque: restare al passo con i tempi, essere reattivi e mantenere sempre alta l’attenzione su ciò che succede. Insomma, essere sempre sul pezzo.

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