Interviste

Il posto di Nicolò Filippucci

Il vincitore delle Nuove Proposte a Sanremo torna venerdì con "UN POSTO DOVE ANDARE". Un disco in cui sceglie di perdersi per trovare la sua strada. La nostra intervista

Il posto di Nicolò Filippucci
Autore Samuele Valori
  • IlAprile 8, 2026

Trovare il proprio posto o anche solo capire quale sia la direzione giusta per raggiungerlo è un dilemma che riguarda chiunque. Anche chi, come Nicolò Filippucci, viene da un anno decisivo culminato con la partecipazione all’ultimo Festival di Sanremo nella sezione Nuove Proposte e la vittoria con Laguna. I traguardi raggiunti sono un indizio ma ad appena diciannove anni essere ancora in cerca di un luogo emotivo e artistico è in realtà linfa creativa. Dopo l’ep Un’ora di follia pubblicato al termine della sua avventura ad Amici, UN POSTO DOVE ANDARE è la fotografia di un artista che non ha paura di rischiare. Non solo a livello di generi, ma soprattutto nell’aprirsi nei confronti dell’ascoltatore.

I nuovi brani raccontano i posti del cuore che Nicolò ha scoperto in questa fase della sua vita che aspettava da tempo, ma che sembrava non arrivare mai. «Avevo questa strana sensazione di essere continuamente lì per lì per fare il grande salto nel mondo dei professionisti, ma era come se non ci riuscissi mai» racconta. Ora invece, oltre a un secondo disco, sono in arrivo i primi concerti difronte al grande pubblico, come i Magazzini Generali.

La dedizione, un sano agonismo e una sorta di sacro rispetto per la fatica sono gli elementi che ha ereditato dagli anni trascorsi giocando a pallanuoto e che lo stanno guidando in un mondo pieno di squali come quello della musica. Un mondo che l’ha comunque già trasportato in un altro luogo, lontano da casa: «Devo dire che un po’ il distacco lo sento, ma più che altro perché tutti i miei amici e le persone care sono a Perugia. Però vivo bene a Milano» rivela.

Inutile girarci intorno, le favole si chiamano così proprio perché il più delle volte restano tali. C’è chi il proprio posto nel mondo non lo trova mai per davvero e magari passa tutta la vita a cercarlo. Nel caso di Nicolò una mano ce l’hanno messa il destino e la “genetica” grazie a una famiglia di musicisti, da sua madre a suo fratello fino a quel nonno conosciuto solo attraverso racconti e spartiti ma che sente artisticamente e umanamente più vicino di chiunque altro. Sono questi sentieri invisibili a costeggiare i contorni sfumati di una meta ancora senza nome. «Ho vari sogni nel cassetto, ma più di ogni altra cosa vorrei vivere continuando a fare musica» racconta. Il posto dove andare non è ancora stabilito, ma la segnaletica stradale è più chiara che mai.

L’intervista a Nicolò Filippucci

Come ci si sente a meno di una settimana da un nuovo disco e dal primo dei tuoi concerti dopo tanto tempo?

Diciamo che non avevo ancora calcolato che mancasse così poco (ride, n.d.r.). Forse la testa non è ancora pronta del tutto, ma sono molto contento. In parte anche euforico perché è un bel po’ che non canto e suono dal vivo, soprattutto con una band. Ora siamo agli ultimi preparativi.

C’è qualcosa che fai per mantenere la calma, per rimanere con la testa concentrata e non farti prendere dall’ansia?

A dirla tutta non faccio cose molto particolari, anzi. Tento di mantenere il più possibile la mia routine che è quella di una persona normalissima. Appena ho dei momenti liberi cerco di stare con gli amici e fare sport. Sono due cose che mi calmano, mi rilassano e mi permettono di staccare la testa. La vita di ogni giorno sicuramente mi aiuta tantissimo.

Perché UN POSTO DOVE ANDARE?

Il concept è nato strada facendo, quando abbiamo visto quanto ogni canzone si collocava in un posto sia fisico che emotivo. È stato bello trovare questa chiave: identificare ogni singolo pezzo in un luogo del cuore.  Mi piace molto questo tema perché mi ha permesso di mostrare una parte inedita di me ed è una cosa che si rinnova continuamente. Nel corso della nostra vita proviamo sempre diverse emozioni e viviamo tantissime situazioni e quando le si ritrova in una canzone è fantastico. Poi non so se sarà il caso del mio album, ma sono comunque contento di aver dato un piccolo contributo a quello che vuol dire raccontare un po’ la propria storia e magari quella di altre persone.

C’è un tuo posto del cuore?

Se si parla di luoghi fisici di certo quelli dove sono nato e cresciuto, anche perché è dove si è svolta la maggior parte della mia vita finora e dove ho sperimentato sentimenti differenti. Anche se devo dire che nel corso dell’ultimo anno, col fatto che son stato molto in giro, ci sono state esperienze nuove. Il disco però è più legato ai posti dove sono vissuto, a quella che è stata casa fino a poco tempo fa.

Quanto c’è di te in quello che hai scritto e quanto di immedesimazione in storie di altri?

I racconti dei brani sono molto personali. Anche in quelli che non ho scritto direttamente, sono riuscito a trovare una chiave interpretativa mia. In quei casi ho scavato dentro me stesso per scovare dei punti di contatto. Ovviamente le canzoni che ho scritto io parlano di esperienze che ho vissuto in prima persona. Anche per questo motivo è un disco intimo ma anche molto variegato a livello di stile. Tutte cose che mi appartengono molto.

C’è un fil rouge che lega quasi tutti i brani: la notte. Come mai?

È frutto del caso, nel senso che è una cosa che è venuta naturalmente. Forse c’entra l’inconscio perché a livello personale la notte è il momento in cui mi sento un pochino più ispirato. Spesso prima di andare a dormire, ci metto tanto per prendere sonno per via dei pensieri che mi esplodono in testa. Penso davvero tantissime cose e non ti nascondo che è successo a volte che ne avevo talmente tante che mi sono alzato per scrivere. Credo che la notte sia il momento in cui il mio cervello impazzisce un po’ di più.  

Come dicevi, in questo disco fai delle cose che non avevi mai fatto prima, anche con suoni molto più elettropop. Per esempio, a me ha colpito molto 4:30 che forse è il pezzo più distante rispetto al passato.

Sì, sicuramente è il pezzo un pochino più lontano da quanto ho fatto finora. Con questo album ho voluto sperimentare. Sono cresciuto con tantissima musica diversa, io stesso ascolto tanti generi diversi che vanno dal pop, al rap ma anche musica classica e jazz. Stavolta abbiamo provato a fare anche qualcosa di un po’ più elettronico e meno organico che si ispira ad artisti che seguo. Per riprendere il concept del disco, sto cercando anch’io un po’ un mio posto dove andare, dove inserirmi. Avendo diciannove anni credo di dovermi ancora scoprire a livello musicale e capire la mia direzione. Anche le possibili ramificazioni.

C’è una canzone che non vedi l’ora di eseguire dal vivo?

L’ultima del disco che è Strappalacrime. È il pezzo a cui sono più affezionato perché è quello che mi rispecchia un pochino di più sia a livello testuale che a livello di sound e genere. Quindi sono molto curioso di cantarlo live perché secondo me darà anche quel qualcosa in più.

Per quanto tempo hai lavorato a queste canzoni?

Alcuni pezzi erano già nel cassetto da prima di Sanremo Giovani, altri sono arrivati un po’ dopo. È stato un lavoro molto intenso, soprattutto nel periodo sanremese, da settembre in poi. Andare in studio tutti i giorni però è qualcosa che ti forma, devi sforzarti di avere sempre nuove idee e input sonori. Tutto questo mi ha aiutato a crescere, ma mi ha anche divertito molto.

Se ripensi all’esperienza di Sanremo, quale è la prima immagine che ti viene in mente?

Io che guardo il pubblico e mi sembra di essere davanti a dieci milioni di persone. È una sensazione particolare perché l’Ariston non è molto grande e ospita molte meno persone, ma quando sono salito sul palco me ne sembravano tantissime. Forse nella testa sapevo anche che c’erano quelli davanti alla televisione. La cosa strana è stata che alle prove ero tranquillo; infatti, mi sono stupito di me stesso e di quanto me la stessi godendo. Poi nel momento in cui è partita la diretta l’ansia si è fatta sentire. Sono contento di essere riuscito a trasformarla in adrenalina.

Sono sensazioni che vorresti riprovare?

Sì, assolutamente. Venendo dallo sport, voglio sempre mettermi in discussione. Ho una mentalità molto competitiva, nel senso sano del termine. Non sarei tranquillo, ma voglio riviverlo.

In che modo ti ha aiutato la pallanuoto a gestire certi momenti?

Mi ha insegnato a gestire le emozioni e mi ha dato tanto dal punto di vista dell’intenzione. Capisci l’importanza del lavoro, ne comprendi la quantità. Il fatto di essere settato su quello che sto facendo, quello lo devo molto allo sport. Mi ha aiutato a non mollare nei momenti più complicati.

Ce ne sono stati?

Ogni tanto. Più che altro poco prima di Amici avevo questa strana sensazione di essere continuamente lì per lì per fare il grande salto nel mondo dei professionisti, ma era come se non ci riuscissi mai. E il paradosso era che mi sembrava talmente “facile” e a portata di mano, da risultare estremamente difficile. Come se fosse un passo e io non riuscissi mai a farlo. Quindi ogni tanto avevo questo dubbio un po’ platonico. Avendo studiato anche filosofia, ogni tanto mi facevo questi viaggi mentali.

Comunque, la musica è una cosa di famiglia per te.

Non mi è sicuramente mancata in casa. Mio padre è un grande amante mi ha fatto ascoltare tantissime cose. Mia madre e mio fratello hanno sempre suonato pianoforte e musica classica, poi lui si è spostato sull’elettronica. E poi anche mio nonno che scriveva, ma non ho avuto l’opportunità di conoscerlo direttamente, ma solo attraverso ciò che ha lasciato.

Com’è stato conoscerlo dagli spartiti e dalla sua musica?

Ricordo ancora la prima volta che è stato suonato questo suo spartito, ho provato un’emozione forte. Forse è la persona della famiglia che era musicalmente più legata a me. Suonava, cantava, componeva anche pezzi. Magari ho ripreso anche da lui qualcosina. Mi dispiace di non aver avuto l’opportunità di conoscerlo perché sarebbe stato anche curioso e di aiuto ricevere qualche input da lui.

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