Interviste

Il lunedì siamo Tutti Fenomeni

La voglia di svincolarsi da sè, la collaborazione con Giorgio Poi e la nostalgia per la fine dei vent'anni: il cantautore romano ci racconta il suo terzo album

Il lunedì siamo Tutti Fenomeni
Autore Samuele Valori
  • IlGennaio 15, 2026

«Il giovedì è il giorno universitario, il venerdì quello in cui hanno messo in croce Gesù…il lunedì è una ripartenza». In questa massima di Giorgio Guarascio non ci sono errori. Vi aspettavate forse che il lunedì fosse il giorno dello sconforto? Se sì, è solo perché non avete mai provato a guardarlo da un punto di vista diverso. Che è quello che da sempre fa Giorgio nelle sue canzoni quando mette il costume da Tutti Fenomeni: giocare con i termini e i significati, ribaltarli, combinarli e scovare connessioni inconsce. Il suo terzo album Lunedì  – in uscita il 23 gennaio – s’intitola così per caso, ma non del tutto. È nato prima il titolo e poi il senso. Infatti, a differenza del passato, non ci sono titletrack o brani che contengono quella parola nel testo.

Foto di Lorenzo Castore

«Le persone lo stanno interpretando molto meglio di come lo potrei spiegare io» rivela il cantautore romano durante l’intervista. L’interpretazione però viene spontanea fin dal primo ascolto delle nuove canzoni. Il primo giorno della settimana corrisponde alla sopravvivenza. È sì, un inizio deprimente, ma è comunque un nuovo inizio. Per Tutti Fenomeni un tentativo di distacco proprio da quelle parole che l’hanno lanciato con il sorprendente debutto e con il successivo Privilegio raro per concentrarsi di più sulla musica e le melodie. «Mi sono cimentato in cose che non sapevo di poter fare ed è bello riconfermarsi e stupirsi di se stessi. È linfa vitale a tal punto che ho già voglia di fare un altro disco per meravigliarmi ancora» racconta.

Questo album è nato anche dalla collaborazione in studio con Poi, l’altro Giorgio di questa storia. Da La ragazza di Vittorio a Love is not Enough è un lungo lunedì in cui Tutti Fenomeni toglie sempre più veli – non è un caso che per la prima volta ci sia una sua foto in copertina – e abbraccia canto, strumenti e sentimento.

Quello principale è una nostalgia dolceamara per un amore che non basta più, per il sesso che si sceglie come fosse un prodotto di marketing generato dall’AI – e per la fine dei vent’anni che porta con sé la voglia di tornare bambini e contemporaneamente il desiderio di «darsi un tono». Senza però tradire la moglie musica con l’amante cinema, nonostante l’ispirata esperienza come attore nel film di Pietro Castellitto Enea. E Sanremo? «Un’esperienza televisiva che se capitasse mai l’occasione vorrei arrivarci pronto, soprattutto emotivamente». Insomma, un altro paio di maniche. Un altro lunedì da affrontare perché alla fine, bisogna ammetterlo, è proprio quel giorno che dobbiamo essere più forti, quello che ci fa davvero essere vivi. Il lunedì siamo tutti fenomeni.

Foto di Lorenzo Castore

L’intervista a Tutti Fenomeni

Che giorno è il lunedì?

È il giorno più borghese di tutti. Porta con sè l’illusione del cambiamento. Si dice spesso: “Da lunedì faccio questo”. Oppure: “Stasera non esco perché domani è lunedì”. È un limite che ci rende vivi e allo stesso tempo anche un’utopia del restare vivi. È la routine: può essere alienante e deprimente, ma ha anche un significato salvifico, quasi cristiano. Cioè, se ti svegli il lunedì vuol dire che c’è speranza. Ma forse volevi sapere perché l’ho scelto come titolo…

Anche. Perché Lunedì?

Perché volevo un po’ rompere il ca**o. I primi due dischi avevano due parole nel titolo, quindi per il terzo ne volevo tre o una che rappresentasse la sintesi. Lunedì è la monoparola ideale: è molto indie pur non essendo un francesismo o un termine inglese. E, appunto, rimane un po’ sulle scatole anche se poi sottintende anche tutto il resto.

In passato hai raccontato che per scrivere i dischi e le canzoni parti sempre dai titoli. Pure questa volta è andata così?

No, se in passato mi colpivano i simboli dietro alle parole, qui è nato tutto dalle relazioni umane, in particolare quella con Giorgio (Poi, n.d.r.). In studio con lui si blaterava di musica. Io sono sempre stato considerato uno che ha dei testi peculiari e il motivo per cui faccio musica sono proprio i testi. E invece questo disco nasce molto dalla musica, dall’approccio con una persona nuova, dalla volontà di scoprire il mio talento con la melodia e scovare il colore emotivo giusto della mia voce. Anzi, i titoli questa volta sono stati in ballo fino all’ultimo. Alcuni li ho scelti quasi a caso.

Beh, però Lunedì ha un bel messaggio dietro per essere un titolo casuale.

Sì, ma ci ho tribolato molto. Per un anno intero questo è stato un album senza titolo, poi una notte mi è venuto in mente e mi sono addormentato pensando fosse un’idea del cavolo. E invece poi ha preso senso. Ci sono delle cose che hanno attraversato la mia vita nel disco e Lunedì è un cappello. Un accessorio che ognuno può vestire come vuole. 

Quindi il fatto che questo tuo terzo disco sia più suonato e musicale rispetto ai precedenti è stata una cosa voluta a monte?

In parte sì, volevo svincolarmi da me stesso. Peraltro, uno ci prova ma non ci riesce mai completamente. L’anno prossimo faccio trent’anni, non so come dire, volevo quasi darmi un tono nel senso positivo, entrare un pochino nella fase più adulta. Questo però non vuol dire sputare nel piatto in cui si è mangiato. Perché il rap deve essere per forza una cosa da bambini e la musica più autoriale da grandi? Quindi alla fine cerco una sintesi come nel primo brano, La ragazza di Vittorio, dove dico continuamente sesso, quasi rappato, su una musica alla Battisti.

È interessante che il disco inizi con quel pezzo che è il più vicino al tuo passato, per poi evolvere di traccia in traccia.

Ecco, vedi? Alla fine, uno non si svincola mai, ma è questo il bello. Sai perché La ragazza di Vittorio è così? Perché l’unico brano nato per una casualità. Ero a un comizio per la Palestina e sull’intelligenza artificiale al Pigneto a Roma e c’era una filosofa della rete molto autoironica che, a un certo punto, fa: «Ma questa AI riuscirà a trovarmi un fidanzato?».

Quindi non c’è un riferimento al film Her?

No, è quel film che avrò detto cinquanta volte, “stasera me lo vedo”. Anche perché Joaquin Phoenix è identico al padre di un mio amico. Non l’ho mai visto, ma so di cosa parla.

La tecnologia ha cambiato il tuo rapporto con la musica?
Beh di sicuro il modo in cui la ascolto. Da fruitore è diventato un po’ disastroso. In macchina rischio gli incidenti per cambiare le canzoni quando partono le cose che non voglio. Per fortuna quando sto a casa comunque ho tanti cd. Poi in realtà ascolto quasi sempre gli stessi, quasi sempre jazz. È anche vero che la tecnologia e la grande accessibilità che ha portato con sè mi ha dato il coraggio di fare musica e anche io sono diventato parte del meccanismo che sta contribuendo a “distruggerla” con questa frenetica pubblicazione. Però quando ascolto una bella canzone ancora mi incazzo perché magari avrei voluto scriverla io.  

E Giorgio Poi come ha cambiato il tuo Lunedì?

È stato fondamentale. Mi sono unito al suo mondo, restando comunque fedele a me stesso, ma con degli accorgimenti in più e cercando di non rifare degli errori fatti in passato e rinunciando per questo anche a cose dirompenti e contraddittorie che uno possiede quando è più giovane. Giorgio mi ha anche aiutato a tenere i piedi per terra in studio, impuntandosi proprio in alcuni casi.

In che modo?

Il punto è che io quando vado in studio sogno. Faccio musica proprio perché sogno ed è una cosa bellissima. Quando poi crei e vedi la canzone fatta e finita è un’emozione fortissima. Spesso però sogno “troppo forte” e magari arrivo e voglio fare delle melodie che al cento per cento non potrei mai cantare perché non sono nelle mie corde. Quando provavo a fare delle cose troppo sopra di me, Giorgio era molto chiaro e diceva: «Ma se per caso questa roba ha successo, tu poi come fai a cantarla?». Quindi cambiava le tonalità e mi ha fatto capire su quali dovessi concentrarmi. Questo modus operandi mi ha dato più confidenza e sicurezza nei miei mezzi.

La Ragazza di Vittorio è stata la canzone in cui hai utilizzato il metodo classico. Qual è stata invece quella in cui invece hai sentito proprio che sei andato fuori dai tuoi confini?

Formentera, che poi è stata anche la prima canzone che abbiamo scritto insieme io e Giorgio. È quella dove ho interferito meno musicalmente e credo che tra quelle del disco sia una di quelle che magari tra vent’anni potrebbe essere ancora ascoltabile per il calore che possiede.

Mi ha molto colpito La felicità del cane. Perché hai scelto di farla cantare, o meglio, recitare a un bambino?

Mi sono immaginato un film di Bertolucci o di Silvano Agosti, dove il bambino è l’oracolo. Poi c’è anche un altro motivo, più familiare: Privilegio raro finiva con una poesia letta da mio padre e invece questo è mio nipote. Si crea un collegamento tra vecchio e giovane. All’inizio volevo leggerla io. Era una raccolta piena di tutte le frasi che avrei voluto usare, ma che erano delle proposizioni troppo lunghe per una canzone. Mi sono reso conto che io la recitavo troppo scandita. Ero troppo un metronomo e risultava spocchiosa. Farla leggere a un bambino qualsiasi, e non a un attore, era l’ideale. È stato molto divertente perché gli ho fatto ripetere ogni frase facendogliela imparare a memoria all’istante. Sono molto legato a quella giornata in cui ho portato mio nipote a lavoro con me.

In Mao canti «E siccome il mondo è per gli adulti / Lo copriremo di insulti». Quale insulto rivolgeresti al mondo degli adulti?

Ladri. La prima cosa che mi è venuta in mente. È bello perché con le canzoni succede più o meno la stessa cosa. Vengono fuori delle robe inconsce. Nei due dischi precedenti avevo fatto di tutto per essere in maniera quasi eroica nel mondo degli adulti. Che poi rispecchiano anche il mio atteggiamento nella vita di tutti i giorni. E invece adesso mi sento già attempato sulla poltrona con la copertina che dico: «Quanto sarebbe bello ritornare bambini!».

Questa nostalgia si percepisce molto in Vangaloria dove parli della fine dei vent’anni. Come la stai vivendo?

Non avrei mai pensato di scrivere una cosa del genere in una canzone. Sto cercando di godermela. Questo ultimo anno da ventenne voglio proprio assaporarlo. Sono una persona molto eccessiva, molto ingorda di tutte le passioni, dalla tavola alla vita in generale.

«Assist di D’annunzio / gol di Montale». In un’ipotetica Nazionale dei cantanti?

Assist di Battisti, goal di Mina. Sono quelli che ascolto di più e che skippo di meno. Mina quanti gol ha fatto!? È una centravanti, finalizza. Battisti invece è più fantasista.

Le canzoni finali dei tuoi dischi sono sempre un po’ evocative. In Love is not enough sembri fare il verso alle canzoni britpop. Alla fine, l’amore è la risposta?

È una delle risposte ma mi sembra che non stia bastando. Basta per il pilota automatico, per mettere al mondo un figlio, però poi non salva, non redime, non dà nuovo senso. Anzi, rischia di diventare sempre più come quello de La ragazza di Vittorio: una mercificazione o una ripetizione. Al momento per me l’amore non è sufficiente e il problema è che questo è l’unico mondo che abbiamo. Non credo che farò mai un disco di svolta “cristiana” come quello di Rosalía in cui dico che c’è anche altro. È un disco terreno il mio.

Abbiamo citato il cinema. Dopo l’esperienza in Enea di Pietro Castellitto, tornerai mai in quel mondo?

Quell’esperienza mi ha per un attimo sedotto perché era una cosa nuova, divertente e con un regista giovane con cui sono molto amico. Ci sono entrato in maniera casuale e privilegiata perché ho tantissimi amici bravissimi che si ammazzano con i provini. Tuttavia, mi ha fatto considerare il fatto che devo fare musica bene. Non posso stare su più tavoli, non posso avere un amante. Stavo tradendo mia moglie, la musica. Mi sono reso conto che non ho la stoffa per essere così fedifrago. Detto questo mi piacerebbe stare nel mondo del cinema, anche del teatro, tramite la scrittura. Lì mi sentirei più nel mio. Poi noi umani siamo animali sociali narcisisti. Quindi, se un regista che stimo mi vuole nel suo film, a meno che non devo fare qualcosa di più importante, non penso che direi di no.

Qualcosa di più importante tipo Sanremo? Per me in questo disco ci sono almeno due/ tre pezzi da Ariston come Vangaloria e La ragazza di Vittorio.

Beh, andare al Festival iniziando a cantare “Sesso anale, sesso vaginale” sarebbe stata tosta (ride, n.d.r.). In realtà, quest’anno non me la sentivo. Al momento Sanremo lo metto sullo stesso piano di fare l’attore perché lo considero più un’esperienza televisiva che musicale. Se capitasse mai l’occasione vorrei comunque arrivarci pronto, soprattutto emotivamente. Alla fine, per quanto uno possa essere anticonformista, anticonvenzionale e snob, poi sotto sotto desidera mangiare in quel piatto. Ho smesso di sottovalutare il potere di provare a parlare a persone anche diverse da me, è una cosa che mi interessa, anche antropologicamente. Fare musica anche che include, rispettando sempre la mia cifra, è uno dei miei sogni.

Tutti Fenomeni sarà in concerto a primavera in due appuntamenti a Roma, il 9 aprile all’Atlantico, e a Milano al MI AMI il 22 maggio.

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