Angèle vuole prendersi il mondo con “Instinct”
Nel terzo album, la cantautrice belga allarga il proprio universo con l’aiuto dei Justice, dei Soulwax e di Caroline Polachek. Senza rinunciare al francese, realizza il progetto più ambizioso e internazionale della sua carriera
Quasi quattro miliardi di stream, arene sold out e una carriera che attraversa musica, moda e cinema. In Francia e Belgio non serve spiegare chi sia Angèle. Basta però allontanarsi dal mercato francofono perché la sua fama cambi improvvisamente. Fuori da quei confini, molti l’hanno conosciuta attraverso Fever con Dua Lipa o durante la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Parigi, quando ha cantato Nightcall insieme a Kavinsky e Phoenix. Il successo internazionale, finora, è arrivato soprattutto attraverso piccoli incontri capaci di presentarla a un pubblico che non aveva ascoltato Brol e Nonante-Cinq.
Instinct, il suo terzo album, prova a cambiare questa situazione senza costruire una versione più facilmente esportabile della sua autrice. Angèle – che il 13 maggio 2027 si esibirà al Fabrique di Milano – non abbandona il francese e non trasforma ogni ritornello in un tentativo di entrare nelle playlist angloamericane. Invece, sperimenta e trova un sound che le si addice e che la rende memorabile.
Un disco che non si concede immediatamente
Instinct non è un album che si lascia capire al primo ascolto. Le melodie non sempre arrivano subito e le produzioni cambiano spesso direzione proprio quando una canzone sembra avere trovato la propria forma. Dis-le ne è un esempio perfetto: il beat cresce sempre di più e il testo si ripete in loop. Poi, quando sembra che stia per arrivare al culmine, c’è un’interruzione così brusca che sembra quasi di essere passati alla canzone successiva per errore.
Non si incontrano i ritornelli che avevano reso riconoscibili i suoi primi successi perché, alla base, non c’è il desiderio di ripetere una formula. Angèle chiede invece al pubblico di seguirla, mentre lei segue il suo istinto. Il risultato è un disco più scuro, elettronico e a spesso irregolare, in cui difficilmente si riesce a finire di ascoltare una canzone senza essere sorpresi dal modo in cui le premesse sono state sviluppate.
What You Want, prodotta dai Justice, ha un beat dark e sensuale che conserva comunque spazio per la sua scrittura. Trop, realizzata con i Soulwax, è più rumorosa e meno accomodante, mentre Love Triangle utilizza Caroline Polachek e SebastiAn per creare un confronto tra personalità diverse. Le collaborazioni migliori non sembrano inviti inseriti per aumentare il prestigio del progetto: costringono Angèle a reagire a linguaggi che non le appartengono completamente.
Il punto di equilibrio è forse Au revoir. Francese e inglese convivono in una canzone sulla necessità di rinunciare alle persone sbagliate e alla paura di rimanere soli. È accessibile senza sembrare costruita a tavolino e dimostra che Angèle può allargare il proprio suono senza perdere quella malinconia elegante che attraversava già Brol e Nonante-Cinq.
Viva la complessità
Nel pop contemporaneo, la semplicità di una canzone non garantisce più da sola il successo di un’artista. A fare la differenza sono sempre più spesso la costruzione di un immaginario fatto di colori, suoni e segni distintivi, la capacità di essere immediatamente riconoscibili e l’impressione che nessun’altra persona avrebbe potuto realizzare esattamente quel progetto. Anche la lingua non è necessariamente un limite quando c’è un’identità abbastanza forte da attraversare i confini senza tradursi. Rosalía lo ha dimostrato con LUX: per un’artista europea, raggiungere il pubblico internazionale non deve più significare cantare esclusivamente in inglese o adattarsi alle convenzioni del mercato americano.
Instinct segue questa strada. Angèle canta anche in inglese, collabora con alcuni dei nomi più celebri dell’elettronica e costruisce un universo visivo insieme a (LA)HORDE, ma non si piega alla transitorietà degli standard del pop americano. Il francese rimane centrale, così come il suo modo di raccontare e la sua identità.
È una scelta meno sicura di quanto possa sembrare. Il disco non possiede un singolo immediato quanto Fever e non offre necessariamente un punto d’ingresso semplice a chi non conosce già la sua musica. Allo stesso tempo, però, evita il rischio più grande: trasformare Angèle in una popstar generica proprio nel tentativo di renderla più internazionale.
D’altronde, non parte da una posizione marginale. Ha già un enorme successo in Belgio e Francia ed è riuscita, anche se non ancora del tutto, a farsi conoscere altrove. Il problema non è quindi costruire una carriera da zero, ma ridurre la distanza tra la popstar che il pubblico francofono conosce già e quella che il resto del mondo ha intravisto soltanto in alcune occasioni. Instinct potrebbe riuscirci proprio perché non è un album accomodante. Complica e rende Angèle più difficile da inquadrare. E oggi è forse l’unica strada possibile per conquistare un pubblico nuovo.

