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Senza cellulari, senza via di fuga, ma partecipi di qualcosa di grande: Bob Dylan all’Unipol Dome di Milano

Incappucciato al piano, una voce irrimediabilmente distante e classici riarrangiati o mandati in castigo. Il maestro si fa cercare per due ore tra la sua musica e strappa la standing ovation

  • Il3 Novembre 2026
Senza cellulari, senza via di fuga, ma partecipi di qualcosa di grande: Bob Dylan all’Unipol Dome di Milano

Non capita spesso di restare per un paio d’ore senza utilizzare il cellulare. Uno dei pochi posti in cui scrollare risulta quantomeno complesso è dal dentista, ma per altri motivi. Appena entrato, Bob Dylan, ieri sera all’Unipol Dome di Milano, ha ricreato la stessa sensazione di fastidio di quando il tuo dentista ti trapana un dente. Non hai voce per lamentarti, non senti quello che ti dice e vedi solo degli sprazzi di luce indefiniti. Per chi non ha vissuto l’attimo in cui lui e la sua band sono approdati sul palco intorno alle 21: è stato davvero difficile capire chi del quintetto fosse effettivamente Dylan . Era il più insospettabile, quello incappucciato al piano sulla sinistra.

Il premio Nobel per la Letteratura ha optato, come era prevedibile, per una scenografia minimal. Un sipario celeste alle spalle della band, molto elegante, qualche lucina soffusa, niente maxischermi accesi. Con uno smartphone munito di zoom 10x, intercettare una qualsiasi espressione facciale del cantautore sarebbe stato più semplice. E invece i telefoni andavano obbligatoriamente riposti in una custodia sigillata con l’antitaccheggio. Quasi come se il desiderio di poterlo riprendere equivalesse alla voglia di andare a rubare. La scelta dell’artista è stata quella di far immergere totalmente il suo pubblico nell’atmosfera del concerto, evitando la distrazione dello scrolling compulsivo e dei video.

Un live complesso

L’esibizione scelta da Dylan è un percorso a ostacoli. Per le prime tre canzoni, la sensazione sugli spalti è che si senta davvero poco. Peccato, anche perchè a inizio scaletta ci sono Watching The River Flow e It Ain’t Me Babe, due dei classici che ha portato sul palco a Milano. L’Unipol Dome non è la venue perfetta per un concerto di questo tipo, anche se ciò che giustifica questa scelta è la capienza. Tre anni fa agli Arcimboldi era stata una vera e propria lotta accaparrarsi un biglietto, con prezzi decisamente più alti. A questo giro, per dare spazio a più persone, è stata sacrificata, almeno in parte, l’acustica. Dylan canta imperterrito, senza fermarsi tra una canzone e l’altra, e la sua performance è in crescendo. La sua voce rotta è ancora molto riconoscibile, ma è irrimediabilmente distante.

Le scelte di vietare i cellulari e di impedire al pubblico di vedere il concerto appartengono a due psicosi diverse. La prima ha una funzione puramente catartica, e la condividiamo in parte. Quando decidi di andare a sentire Bob Dylan 85enne ci sei dentro fino al collo, non c’è una via di fuga. E più ripensi al perché di quella scelta autunnale un po’ pazza e un po’ nostalgica, più ti accorgi che il concetto di astanza, più modernamente chiamata aura, è qualcosa di reale.  

La seconda ha a che fare con la più classica delle dinamiche di autosabotaggio dei grandi artisti, arrivati al giro di boa. Le canzoni vengono quasi sempre riarrangiate, le hit messe da parte in castigo, e le jam tra un pezzo e l’altro vengono portate allo stremo. Il tutto senza neanche dare l’opportunità al pubblico di essere pienamente coinvolto e di mostrargli i lick dei chitarristi, gli overdub delle percussioni, lo strumming di quel bellissimo contrabbasso in posizione centrale, gli sputacchi che fuoriescono dall’armonica. Il pubblico di Dylan vive per questi dettagli, anche se a giudicare da applausi e standing ovation, ne è uscito complessivamente soddisfatto.

La musica al centro

Una volta capite le regole di ingaggio del concerto, l’unica soluzione è quella di immergersi e godersi le ottime jam della super band, composta da Tony Garnier al basso, Anton Fig alla batteria, Joel Paterson e Mike Seal alle chitarre. E poi attendere fiduciosi gli assoli di armonica del maestro. Se ne contano tre, su 18 canzoni, distribuiti bene lungo tutta la scaletta. Le canzoni più fredde e scariche sono quelle dell’album del 2020 Rough and Rowdy Ways. In ordine Black Rider e I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You.

I picchi di gradimento Dylan li raggiunge con le rielaborazioni di alcuni dei suoi classici, come Tangled Up in Blue, I Can’t Seem To Say Goodbye (di Jerry Jee Lewis) e Million Miles. Robert Allen Zimmerman da Duluth, Minnesota, musicista autodidatta, a Milano suona solo il piano e l’armonica, e lo fa quasi come se fosse una chitarra acustica. Vi ricerca lo stesso swing, le stesse cromature e arpeggi. Dylan non si alza mai dalla sua postazione, se non alla fine di I Shall Be Released per salutare il pubblico, prima di ritornare, incappucciato, dietro le quinte del palco. 

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