Lucio Corsi: «Non mi importa del sold out, mi interessa fare bei concerti»
Per Lucio Corsi gli ultimi due anni sono stati pieni di prime volte, dai concerti sui grandi palchi italiani all’Eurovision, passando per un tour europeo e un film. Adesso, però, il cantautore è tornato a concentrarsi su quello che gli interessa di più: scrivere canzoni. Lo abbiamo incontrato nel suo nuovo studio a Milano, dove […]
Lucio Corsi, foto: Francis Delacroix
Per Lucio Corsi gli ultimi due anni sono stati pieni di prime volte, dai concerti sui grandi palchi italiani all’Eurovision, passando per un tour europeo e un film. Adesso, però, il cantautore è tornato a concentrarsi su quello che gli interessa di più: scrivere canzoni. Lo abbiamo incontrato nel suo nuovo studio a Milano, dove ha appena registrato Napoleone Buonanotte, primo tassello di un disco ancora tutto da costruire. Tra strumenti d’epoca, scacchi e racconti di viaggio, abbiamo parlato del nuovo album, dei primi concerti nei palazzetti, del suo rapporto con la solitudine e di una ricerca musicale che, nonostante tutto quello che è successo, sembra essere ancora agli inizi.
Napoleone Buonanotte e il prossimo disco
Lucio ci accoglie nel suo nuovo studio a Milano, appena inaugurato e colmo di strumenti d’epoca: una batteria degli anni Trenta, uno Yamaha CP-70 e un pianoforte dell’Ottocento. È proprio qui che è stata registrata Napoleone Buonanotte. Sul pavimento c’è anche una scacchiera in legno, con cui Lucio e il suo team giocano nelle pause tra la lavorazione di un brano e l’altro. Dopo averci raccontato della sua passione per gli scacchi, il cantautore inizia a parlare del nuovo singolo e dei suoi progetti per il futuro: “Napoleone Buonanotte è uno dei brani del prossimo disco, che sto scrivendo prendendomi il tempo che serve, come ho sempre fatto”. Il nuovo album non ha ancora una data d’uscita, ma Corsi anticipa un’altra canzone che ne farà parte: “Nel disco ci sarà anche Figurati un po’, che ho scritto un po’ di tempo fa e che dobbiamo ancora registrare”.
La conversazione si sposta quindi su Napoleone Buonanotte e sul motivo per cui Lucio abbia scelto proprio la figura di Napoleone come punto di partenza della narrazione. “Si legava al personaggio di questa storia, perché comunque ha vissuto momenti molto diversi, alti e bassi, grandi fughe, battaglie, vittorie e sconfitte”. Corsi è più interessato all’uomo che all’imperatore, tanto che il brano racconta una storia d’amore piuttosto atipica: “C’è una fuga dal proprio nido verso la scoperta di un altro tipo di vita e di mondo. E poi anche la consapevolezza, la disillusione rispetto a determinate cose”.
Alla fine, però, a prevalere non è l’amore per un’altra persona, ma quello per la solitudine: “La trovo una storia d’amore, però un amore per la solitudine. Alla fine vince quella, vince l’amore per lo starsene da soli, in esilio”. Una condizione che Lucio conosce bene e che rende il nuovo singolo particolarmente personale: “La canzone è anche un po’ autobiografica, rispetto ad altre del passato forse un po’ di più, perché ho sempre avuto bisogno di quella solitudine per dedicarmi il più possibile alle canzoni. Quando mi manca e quando sento di dover usare il mio tempo per altro, mi sento male”.
Un’esigenza difficile da conciliare per Lucio Corsi con gli impegni dell’ultimo anno, trascorso tra concerti, cinema e un tour europeo. È anche per questo che l’artista non ha ancora fissato una data d’uscita per l’album. “Da marzo a ottobre non sono mesi sufficienti per scrivere un disco che mi soddisfi. Perciò serve più tempo e me lo prendo”. Per il momento, quindi, il progetto è ancora in evoluzione e Lucio preferisce lasciare che siano le canzoni a indicargli la direzione: “magari all’inizio hai un’idea, poi scrivendo quella cambia. È bello immaginare un disco e poi vedere come muterà da lì a quando esce, che strada prenderà. Tu imposti una direzione, però poi arrivi sempre da qualche altra parte”.
Sul piano musicale, Napoleone Buonanotte e Figurati un po’ appartengono a un mondo sonoro che Corsi sta esplorando da anni. “Vivono di un tipo di arrangiamento e di suoni che cerco di capire come realizzare da tempo. Quel tipo di pop, rock, glam rock e folk sotto forma di ballata, ispirato alla musica italiana degli anni Settanta, ma anche a un certo modo di utilizzare l’orchestra e gli archi”.
Per le prossime canzoni, però, vorrebbe provare a cambiare approccio: “mi interesserebbe riuscire a cambiare radicalmente il tipo di suono e di canzoni. Provare a scrivere partendo dai ritmi invece che dal pianoforte, per esempio, è una cosa che voglio fare da un po’”. Anche in questo caso, come Lucio ci tiene a ricordarci, la sperimentazione richiede pazienza: “Prima di trovare una formula che mi soddisfi servono tanto lavoro, tanti test ed esperimenti sbagliati”.
L’album ha già una copertina
Nonostante il disco sia ancora in fase di lavorazione, Lucio ha già scelto la copertina. Sarà un quadro realizzato da sua madre come da tradizione, di cui la famiglia aveva perso le tracce da anni: “Mia madre lo regalò a dei clienti quando ero bambino e ne aveva conservato soltanto una fotografia”. I proprietari erano una coppia di svizzeri che trascorreva le estati in Maremma. Dopo la loro morte, non avendo figli, Lucio non sapeva più dove fosse finito il dipinto.
Il ritrovamento è avvenuto in maniera del tutto casuale. “Guardando delle immagini su internet di alcune case in Maremma, ho riconosciuto il quadro in un salone. Allora abbiamo trovato la casa, contattato la persona che ce l’aveva e lei ci ha permesso di fotografarlo. Adesso ne ho una fotografia in alta definizione”. Una coincidenza che ha permesso di recuperare un’opera che sembrava ormai perduta. “È incredibile, una storia assurda. Poteva essere perso per sempre e invece l’ho ritrovato così, per caso”.
Ma la scelta della copertina non riguarda soltanto il valore affettivo del quadro. Lucio vorrebbe utilizzarlo anche come punto di partenza per la costruzione del disco: “mi interessa partire dall’immagine. È una cosa che mi sono un po’ imposto: avere quel quadro lì, guardarlo e lasciarmi ispirare”.
I primi concerti nei palazzetti di Lucio Corsi
Prima dell’uscita dell’album, Lucio Corsi salirà per la prima volta sul palco dei palazzetti di Firenze, Roma e Milano. Una scelta che potrebbe sembrare insolita, considerando che non c’è un nuovo disco da promuovere, ma che il cantautore spiega così: “Volevo fare i palazzetti per imparare a farli. Non è una cosa scontata, perché è un tipo di palco diverso, un tipo di show diverso. Voglio imparare a mettere su uno spettacolo che regga quei luoghi”. Non sembra particolarmente preoccupato nemmeno dalle dimensioni delle venue o dal numero di biglietti venduti: “Non mi importa mica di fare pieno. Ho fatto pochissimi sold out nella mia vita, che cazzo me ne frega? Mi interessa fare un bel concerto”.
Per prepararsi a queste date, la settimana scorsa Lucio e la sua band si sono esibiti in una prova aperta al pubblico al Bar Doria di Milano. Un appuntamento che il cantautore vorrebbe ripetere prima dei concerti nei palazzetti: “Ci serve per arrivare rodati su un palco grande. Di solito una scaletta inizia a girare bene dalla terza data, è sempre così. Quando hai soltanto tre concerti importanti diventa più complicato”. Ma le prove aperte hanno anche un altro significato, legato al rapporto con i luoghi in cui Corsi ha iniziato a suonare: “Ogni palco ha la stessa dignità, che sia quello del palazzetto o quello di un bar, dove abbiamo suonato per quindici anni. È bene ribadirlo e ricordarcelo anche noi”. E poi c’è il contatto diretto con il pubblico: “È quello che ci fa fare questo lavoro, perciò ben venga”.
Sul palco dei palazzetti ci sarà una formazione di quattordici elementi, una dimensione alla quale Lucio ha dovuto abituarsi durante l’ultimo anno. “Prima di farlo devi capire come lavorare con tante persone. Invece di avere soltanto i miei sei amici del liceo, devi avere a che fare con un team più allargato”. Un cambiamento che comporta inevitabilmente qualche difficoltà: “Quando lavori con tante persone c’è sempre qualche bega, qualcosa che non va, qualcuno che non si trova bene con qualcun altro. E tu sei sempre nel mezzo”.
A complicare ulteriormente le cose è il rapporto di amicizia che lega Lucio a buona parte della sua band, un aspetto al quale però non intende rinunciare. “Quando il rapporto di amicizia si mescola a quello lavorativo, le cose si complicano molto. Però sono sicuro che i lati positivi di avere degli amici al mio fianco quando suoniamo siano di gran lunga superiori a tutte le problematiche”.
Viaggiare e suonare dal vivo rappresentano anche una fonte d’ispirazione per le nuove canzoni. “Quando sei in tour sei sempre molto ispirato, perché il tuo corpo viene stimolato in tanti sensi. Le orecchie, con il volume alto, il casino, le luci, il sudore. Hai una tempesta di stimoli”. Il problema arriva quando tutto finisce e bisogna tornare alla quotidianità: “Sei abituato a quella dose di impulsi che da un momento all’altro non hai più. Ti ritrovi a casa e ti piglia malissimo, ti devi proprio riabituare”.
L’eurovision e il nuovo format del festival di Sanremo
L’esperienza del tour in europa apre anche una parentesi sui festival. Quando gli viene chiesto un parere sulla
nuova selezione per scegliere il rappresentante italiano, separata dalla vittoria del Festival, Corsi preferisce concentrarsi sulle possibilità artistiche che potrebbe offrire: “È da vedere come verrà attuata, però il fatto di avere più possibilità di modificare il palco e il tipo di show penso possa essere interessante. Puoi far passare meglio la tua idea di canzone e di spettacolo”.
Per Lucio la dimensione visiva è parte integrante della musica: “La canzone vive anche di come ti muovi, di come ti vesti, di cosa porti sul palco e di come la metti in scena”. Anche le differenze tra le dimensioni dei palchi di Sanremo e dell’Eurovision possono trasformarsi in uno stimolo creativo: “Lì sta l’ingegno. Ci vuole l’ingegno di chi pensa uno spettacolo che possa funzionare su entrambi i palchi. Quando hai dei limiti ti muovi di conseguenza, il cervello lavora”.
E proprio Sanremo è uno degli argomenti che affrontiamo nel corso della chiacchierata. Alla domanda su un possibile ritorno all’Ariston, Lucio chiarisce subito di non aver presentato nessuna canzone: “Non so se ci andrò di nuovo, non lo so proprio”. Secondo lui il Festival deve rimanere una scelta artistica, non un’occasione per tornare al centro dell’attenzione: “Sanremo va preso con le pinze. Non deve diventare il luogo dove vai per riemergere, per rifarti vedere. Spesso accade che diventi l’ultima spiaggia, dove si cerca di arrancare. È terribile se diventa così”.
E soprattutto, come aveva già spiegato parlando del suo nuovo album, non ha intenzione di pubblicare qualcosa soltanto per esserci: “Se ci vai devi avere la canzone giusta. Altrimenti inquini soltanto quella spiaggia, portandoci della plastica. Perciò è bene non farlo”.
La posizione di Corsi sulle proteste in corso
La conversazione si sposta poi sull’attualità. Le mobilitazioni che stanno attraversando l’Italia sembrano dimostrare quanto le nuove generazioni abbiano a cuore quello che verrà. Corsi guarda con fiducia ai ragazzi scesi in piazza: “Mi sembra che per il futuro ci siano grandi possibilità. Questa marea di ragazzi testimonia il fatto che bisogna essere fiduciosi nei giovani”.
Quando qualcuno gli chiede di dare un consiglio alle nuove generazioni, preferisce ribaltare la prospettiva: “Penso che dovrebbe essere il contrario. Sono io a essere curioso di sapere da loro, perché il mondo e il presente sono loro, di nessun altro”. Una visione ottimista, nonostante il contesto: “Sembra strano in un mondo così orribile, però sono molto fiducioso”.
Lo studio e l’amore per i suoi strumenti
Prima di concludere, torniamo allo studio e agli strumenti che lo riempiono. Lucio ci racconta quanto tempo abbia dedicato alla ricerca di alcuni pezzi e quanto sia importante, per lui, poter lavorare con strumenti che fino a qualche anno fa poteva soltanto sognare. “Negli anni mi sono sentito fortunato ad avere tanti strumenti vecchi che sognavo già da ragazzino. Col tempo, investendo soltanto nella musica e avendo questa mania, uno piano piano riesce a costruirsi queste cose”. Non significa però che uno strumento costoso o raro renda automaticamente migliore una canzone: “Anche con una chitarraccia marcia puoi fare dei capolavori, dei dischi incredibili. La storia è piena di questi esempi”.
Tra gli strumenti presenti c’è uno Yamaha CP-70, pianoforte elettroacustico che ha contribuito a definire il suono di molti dischi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. “Ce l’avevano tutti, da Dalla a Elton John, dai Rolling Stones a Nick Cave. Ha proprio determinato il suono di un’epoca”, racconta Lucio, spiegandoci anche le particolarità dello strumento.
La passione di Corsi non riguarda soltanto il suono, ma anche l’aspetto e la costruzione degli strumenti. “Mi ispira anche soltanto guardarlo, con le maniglie e i ganci di lato. È costruito per un uso pratico e lo trovo fantastico”. Lo stesso vale per la batteria degli anni Trenta, con una grancassa dalla forma particolare, ereditata dagli strumenti utilizzati dalle bande musicali, e per il pianoforte della prima metà dell’Ottocento.
Quest’ultimo ha un suono molto squillante, che il cantautore definisce “da saloon”, che Lucio non riesce a trattenersi dal suonare mentre ci parla proprio del suo suono.
I collaboratori
La ricerca del suono giusto passa anche dalle persone con cui lavorare. Tra queste c’è Marco Fasolo, l’ingegnere del suono che sta collaborando con Lucio e la sua squadra. “È un musicista e un tecnico che ha dedicato la vita a imparare a usare determinati macchinari. Usa il nastro e sa metterci le mani”, racconta. Una competenza particolarmente importante quando si lavora con apparecchiature analogiche, che richiedono manutenzione e una conoscenza approfondita del loro funzionamento.
L’intenzione è proprio quella di sperimentare sempre di più con la registrazione su nastro, già utilizzata da Tommaso Ottomano per alcuni lavori. “Le prossime cose che registrerò vorrei farle così. Marco lavora con il nastro, perciò vogliamo farlo”. Corsi ribadisce così quanto sia ancora lunga la ricerca del suono che ha in mente: “Sono anni che ci proviamo e ancora non siamo riusciti a farle suonare davvero come vorremmo. Servono tempo, le persone giuste e i luoghi giusti”.
Anche il mixaggio analogico è una possibilità che lo affascina, soprattutto per il diverso approccio che richiede rispetto ai programmi digitali. “La musica che amiamo era fatta tutta con le orecchie. Ora invece vedi tutto. Con i programmi puoi andare a fare le pulci a un’onda sonora e capire se qualcosa è giusto perché te lo dice il computer”. Il rischio, secondo Corsi, è quello di affidarsi troppo a ciò che si vede sullo schermo: “Così usi gli occhi e non usi le orecchie. Cambia tutto”.

