“Perfecth” è il ritorno umano e introspettivo dei Queens of the Stone Age
La band capitanata da Josh Homme ha scritto il suo disco più riflessivo, recuperando la chitarra acustica ed esorcizzando i mali degli ultimi anni. A giugno saranno dal vivo in Italia
Foto di Andreas Neumann
Quando ci si approccia ad un nuovo progetto dei Queens of the Stone Age c’è sempre un’incognita che aleggia sulle aspettative dell’ascoltatore. La band di Palm Desert, California, in quasi trent’anni di carriera ha cambiato pelle più volte, grazie ai mille talenti di Josh Homme. Dopo aver ridefinito i canoni del rock contemporaneo, il maggiore successo raggiunto dei QOSTA risiede nella loro riconoscibilità. Non c’è nulla che assomigli lontanamente alla loro amalgama di suoni distorti e liriche crepuscolari. La combo amplificatori/pedali delle chitarre di Josh Homme resta uno dei più grandi misteri del rock contemporaneo. Il suo suono è lì, nell’olimpo dei pitch irreplicabili e inavvicinabili. «Ho sempre voluto far uscire un album ad Halloween, finalmente ci sono riuscito» ha detto Homme su Perfecth, il nono album in studio della band, che ha l’aria di essere uno spartiacque per il futuro dei Queens.
È il lavoro complessivamente più introspettivo e riflessivo del loro catalogo e arriva in periodo di rinascita per il frontman più carismatico della sua generazione. Homme è reduce da una lunga battaglia processuale, vinta, con la sua ex moglie per l’affidamento dei loro tre figli e da un tumore di cui non ha mai specificato entità e ulteriori dettagli. Dal 2023 ha detto di aver debellato, dopo un intervento, la malattia che pare aver rielaborato nel corso degli ultimi anni.
Nel ritornello di Where The Goth Girls At?, uno dei tre singoli estratti, Josh rilascia lo statement che non lascia spazio a interpretazione. «Never felt so alive, like the day I almost died» canta su un tappeto sonoro di chitarre che armonizzano con la melodia della parte vocale. Il riff del brano è in 4/4, anche se un quarto della composizione è lasciato alla batteria di Jon Theodore. Questa è l’intuizione che merita maggiormente menzione, per una band che ha scritto decine di riff memorabili e ipnotici e che trova nel 2026 ancora il modo per rinnovare la propria arte compositiva.
Nel finale i giri aumentano e l’outro ricorda il ritornello di Everybody Knows That You’re Insane, pezzo travolgente di Lullabies to Paralyze (2005), il terzo album in studio dei Queens of the Stone Age, che presenta molte somiglianze con Perfecth, soprattutto nelle intenzioni. Il titolo è esegesi di un processo di consapevolezza sul fatto che la perfezione è per sua natura imperfetta. Per questo alla parola “perfect” viene aggiunta una H non necessaria, quasi fastidiosa all’udito, sintomo della fallibilità dell’essere umano.
Perfecth e il ritorno della chitarra acustica
Dire che Perfecth è, 21 anni dopo, una riedizione aggiornata e più asciutta di Lullabies to Paralyze è in parte vero. Tuttavia, non la dice tutta sulle intenzioni di questo progetto. Nel 2005, il grande scoglio da superare era il successo planetario di Songs For The Deaf che aveva ridefinito di fatto gli orizzonti della band. Una band solidissima, soprattutto dal vivo, ma che aveva bisogno di reinventarsi anche a causa delle proprie frizioni interne. Nick Oliveri, il bassista e artefice insieme a Josh Homme del suono del gruppo, era stato allontanato e toccava al frontman prendere definitivamente le redini.
Il risultato fu un mix tra le melodie angoscianti di Homme, la voce catacombale di Mark Lanegan e i lunghi riff di chitarra acustica. Che il songwriting di Joshua passi molto spesso dalla chitarra acustica ormai lo sappiamo. In Perfecth torna ad essere uno degli strumenti fondamentali dell’impianto sonoro del disco, attorno al quale ruota la costruzione della maggior parte dei brani.
La vena blues di Homme viene fuori in Insignificant Other, il capolavoro del disco e una delle sue canzoni più riuscite da una decina di anni a questa parte. Parla della distanza emotiva da un ex partner, si presume la ex moglie, e gioca sul concetto di ‘significant other’. In inglese è la terminologia con cui si indica il proprio partner. Per citare un’altra hit della loro discografia, Make It Wit Chu è la canzone che torna in mente mentre si ascolta Insignificant Other perché in fondo sono fatte della stessa formula.
Nessun muro di suono, il falsetto di Homme regge un’impalcatura molto sofisticata fatta di intrecci e trame mai banali, nonostante il tutto risulti iper efficace e asciutto. L’outro è un’ulteriore aggiunta riflessiva al brano in cui l’ordine delle note del riff iniziale viene rimescolato. È un pezzo che non parla solo di un amore finito. Cerca invece di esorcizzare l’imprevedibilità della vita: «We all make plans, until life gets in the way». Quando la vita si mette si mette di traverso e ti crolla il mondo sotto i piedi non rimane più nulla a cui aggrapparsi. «And there’s nothing left of us to hold onto now» canta Homme.
L’ultima traccia dell’album è la più criptica. Run Away From The Mob sembra un racconto onirico, probabilmente di un sogno all’inizio insidioso, ma con un finale dolce, così come si evince dall’apertura del brano nell’outro. Restano impressi sia il riff acustico contorto e labirintico, sia il groove di batteria suonato da un certo Dave Grohl, che ha contribuito al successo di Songs For The Deaf con una delle intro di batteria più celebri del rock.
Al netto di un paio di tracce riempitive, il progetto è solido e dà l’impressione che i QOTSA siano di nuovo pronti a cambiare pelle. È un album che va ascoltato più volte. Perfecth avrà una seconda vita dal vivo il prossimo 27 giugno al Parco San Valentino di Pordenone. I Queens Of The Stone Age sembrano aver abbracciato quell’imprevedibilità citata in precedenza, andando a scardinare i punti di riferimento che li avevano resi intoccabili, ma per certi versi impantanati nel decennio scorso. .

