Alla fine Marco Mengoni ha fatto tutto giusto
Siamo stati nel locale del cantautore per assistere all’anteprima live della sua residency “Allo Sbagliato”, l’offline club milanese
Marco Mengoni (foto di Comunicarlo)
Quante volte abbiamo pensato: “Questa cosa devo assolutamente riprenderla con il mio cellulare”. Come se immortalare il momento avesse più importanza di viverlo e di starci dentro con entrambe le scarpe. Di guardare il mondo non più per come è, ma con il filtro dei social e dare importanza alle cose solo in base al loro livello di “instagrammabilità”. Ad oggi sono molto rare le occasioni in cui facciamo qualcosa senza usare il nostro cellulare. A maggior ragione quando assistiamo ad un concerto. La canzone che ci piace vogliamo riprenderla proprio sul ritornello così come non vogliamo perderci l’ingresso di un ospite a sorpresa. Tutto per far vedere ai nostri follower che “noi c’eravamo”. Che poi alla fine, quante volte effettivamente li riguardiamo quei video? Spesso ammuffiscono nella nostra galleria.
Allo Sbagliato, Marco Mengoni ribalta la narrazione ed è per questo che ha fatto tutto giusto. I dispositivi elettronici sono proibiti all’interno della location milanese e vengono riposti all’interno di custodie sigillate. In questo modo il pubblico non ha la tentazione di scrollare tra un pezzo e l’altro. In più, a meno che non si indossi un orologio, si perde anche la cognizione del tempo. In un momento storico dove la soglia dell’attenzione media si fa sempre più bassa, il cantautore sfida gli spettatori a non farsi distrarre. Anzi, l’invito è quello di guardarsi intorno e fare nuove conoscenze ascoltando buona musica.
Un ritorno all’analogico
Allo Sbagliato, Marco Mengoni porta il suo pubblico in un’epoca pre-telefoni. Le sensazioni, le emozioni, i dettagli, le luci e le canzoni stesse non possono vivere attraverso un’immagine su uno schermo. Al contrario, possono fare affidamento solo sulla nostra memoria. Un vero e proprio ritorno all’analogico che traspare in ogni angolo del Teatro Principe. Sul palco non ci sono gli strumenti ma sono disposte delle sedute e dei divani rossi con dei piccoli tavolini per gli spettatori.
Nel parterre, oltre ad altre poltrone disposte proprio come si fa a teatro, ci sono numerosi tappeti che segnano il confine su cui poggia la strumentazione dell’orchestra composta da 11 elementi. Tastiere, fiati, percussioni, bassi, chitarre e le coriste prendono parte all’atmosfera. Persino gli spartiti sono di un’epoca antecedente alla nostra. Mengoni stesso non ha un gobbo per i testi delle canzoni, ma anche questi vengono segnati su diverse pagine di carta. Non c’è niente di digitale. Marco Mengoni si aggira tra il pubblico ingarbugliando il filo del microfono, e più ci si guarda intorno e più ci si accorge di trovarsi in una situazione intima e informale.
Allo Sbagliato di Marco Mengoni regna l’imprevedibilità
Tra le luci soffuse del locale, l’artista non è posto su un piedistallo. Non è più un’entità astratta e inarrivabile, anzi. Cammina, balla e si muove in mezzo al pubblico coinvolgendolo nelle stesse performance. Si riscopre anche il piacere di guardarsi veramente negli occhi. Quando Marco Mengoni si avvicina ai presenti non c’è uno schermo che si mette in mezzo a divderli.
E proprio perché lo spirito è quello di una totale libertà non c’è nemmeno una scaletta programmata. Il concerto si svolge in chiave jazz, blues, soul e R&B e su queste note moltissimi brani vengono riarrangiati. Non vengono eseguiti i singoli della discografia di Mengoni, ma le perle nascoste dei suoi dischi. Non sono mancate durante la serata Canzone triste, Cambia un uomo e Giornate perse (brano che anticipa il nuovo disco felice sì, ma tutto sbagliato in uscita l’11 dicembre). Ma anche pezzi come Questa notte (2010) e diverse cover in inglese come Jealous Guy di John Lennon e Can I Call You Rose?.
Marco Mengoni si gira, scambia sguardi di intesa con la band e chiede ai vari elementi che cosa hanno voglia di suonare tra le oltre sessanta canzoni di repertorio che hanno preparato insieme, tanto che sembra di assistere a delle prove del live in un contesto che ci riporta ai primi locali jazz americani o al Blue Note di Milano, per avere un esempio più vicino alla nostra realtà.
Combattere la Fomo
Che Marco Mengoni avesse una voce fuori dal comune in grado di padroneggiare anche una lingua diversa dalla sua non era una novità. Lo avevamo già visto negli stadi, nei palazzetti e nella tappa parigina del suo tour europeo dell’anno scorso. Quello che però si (ri)scopre Allo Sbagliato è il piacere di ascoltare (e fare) musica. E non solo in maniera passiva. Ma di sentirla profondamente e di lasciarsi emozionare da essa. C’è chi balla ondeggiando un drink sopra alla testa, chi batte le mani a tempo e chi addirittura chiude gli occhi per immedesimarsi nelle parole del testo.
La Fomo è seducente e tentatrice in questo: la voglia di prendere il telefono, sfoderarlo dalla custodia e azionare la videocamera è alta. Alla fine, abbiamo assistito a qualcosa che ci ha stregato e che non verrà replicato come uno stampino nelle serate successive. Quello che resta è proprio l’emozione fatta di tanti momenti che potremmo solo raccontare a voce ai nostri amici. Quando le luci si spengono, l’artista non sparisce in una nuvola di fumo, ma si mescola tra la gente a chiacchierare. Così, è bastato un concerto “sbagliato” di Marco Mengoni per farci capire qual era il modo giusto.

