Interviste

Angelica Bove: «Non ho paura di uscire dalla mia Tana»

Il 30 gennaio esce l’album di debutto della giovane cantautrice romana in gara a Sanremo Giovani 2026 con il brano “Mattone”

  • Il29 Gennaio 2026
Angelica Bove: «Non ho paura di uscire dalla mia Tana»

Quando si pensa alla Tana, spesso si pensa a un rifugio o a un luogo da cui prima o poi si è pronti ad uscire. Angelica Bove, finalista a Sanremo Giovani 2026, decide di titolare il suo album di debutto proprio così: Tana. Un posto in cui è piacevole rintanarsi, ma da cui, come ci spiega anche lei stessa, non si sente impaurita ad uscirne. L’atmosfera in cui viene presentato il suo nuovo progetto discografico è caldo e accogliente in una storica trattoria milanese a conduzione familiare dal 1936.

Per entrare nel locale devi suonare il campanello e, una volta scese le scale, si entra nella taverna, o meglio nella tana (temporanea) di Angelica Bove. Ci sono vecchie fotografie, bottiglie di vino d’annata, tavoli vicinissimi l’uno con l’altro e svariati quadri. Non manca in fondo alla stanza un piccolo palco sul quale Angelica e la sua band danno un assaggio di alcuni brani del suo nuovo progetto discografico. 

Il disco, in uscita domani 30 gennaio, è stato scritto da Angelica Bove con Matteo Alieno e Federico Nardelli, quest’ultimo anche produttore del progetto. L’album ha un concept molto particolare e decisamente anti-convenzionale per il pop contemporaneo. È un tipo di musica che si prende il suo tempo e che tocca le corde del blues, dell’R&B, senza perdere però quel tocco di soft rock graffiato e di soul moderno. La direzione del disco infatti è ben precisa e viene declinata nelle 9 tracce all’interno dell’album in modi diversi spaziando anche dai toni più allegri a quelli più sofferenti, fino alle corde più ironiche e malinconiche. Il denominatore comune è la sensazione di dolce-amaro che ti lascia incollato addosso. Non è un universo in bianco e nero, ma pieno di grigi.

Angelica Bove vive la vita così come le viene, con spontaneità, senza troppe pare o costruzioni. E proprio così si prepara anche ad affrontare il palco dell’Ariston per la finale di Sanremo Giovani a cui partecipa con il brano Mattone. Un tassello che fa parte del nuovo progetto discografico dell’artista e che, come il resto dei brani, è autobiografico e dimostra come anche dal dolore si possa rinascere. In questi termini, come dice lei stessa nel testo, il Mattone, non è solo un peso che ci si porta dentro, ma è anche un primo pezzo per costruire. E da qui, sono partite le fondamenta per Tana, un album totalmente autobiografico di Angelica Bove.

L’intervista a Angelica Bove

Abbattere i luoghi comuni è una tematica ricorrente nelle tue canzoni. Ad esempio in Mattone, inizi diverse strofe con “Dicono che” e poi le interrompi da un “ma”. Raccontaci meglio.

È una mia caratteristica. Un po’ è consapevolezza e un po’ è voglia di fregarmene degli schemi, quelli ripetitivi, sociali. Io non penso di avere delle risposte, non so un ca**o. Poi mi ritrovo in questa guerra di opinioni e penso: “Sai che c’è? Io vivo a modo mio”. Provo, con il massimo delle mie intenzioni a viverla bene e provo a fare del mio meglio. Poi chiaramente casco nelle banalità umane. In Mattone parlo del fatto che io non conto fino a tre perché sono molto istintiva e chiaramente è un arma a doppio taglio. C’è molto di me, il mio carattere è proprio così. Cerco il più possibile di evitare di definirmi e di stare a delle regole perché neanche io saprei darmele, quindi piuttosto cerco di vivere in modo spontaneo come mi viene con le migliori intenzioni.

Parlando sempre di Mattone, è un peso di cui ti liberi, ma anche qualcosa con cui si può costruire. C’è tantissimo di te e del tuo vissuto. Ti va di raccontarci meglio?

Quando succede una cosa così tragica, improvvisa sei tendenzialmente spalle al muro. Poi ti devi fare per forza certe domande per sopravvivere. È uno schema di sopravvivenza. Ti rendi conto che quel dolore ti dona delle prospettive nuove, anche imposte perché non è una cosa che magari volevi affrontare. Io mi trovo costretta a doverlo accettare. Mattone parla molto di quello, del disagio di questo dolore, perché quando ti trovi costretto a sopravvivere in corsa di un treno deragliato, non hai altri strumenti se non provare a capire, a scoprirti. Poi ti cambia, segna proprio un prima e un dopo nel tuo carattere, perché c’è una prima di te, prima che accada quella cosa, e un dopo dove ti può forgiare così come può distruggerti.

Nel mio caso, come parlo in Mattone, all’inizio quel dolore mi ha abbastanza bruciato, ma quel bruciare non è mai stata fine, anzi, è stato un nuovo inizio. Dalla bruciatura mi sono fatta una doppia pelle e ne ho fatto un approccio alla vita, sicuramente positivo, con tanta speranza. Dal dolore si possono vivere emozioni estremamente profonde, ma trovi anche la leggerezza della vita. In fondo il dolore è vita e quando soffri tanto ti rendi conto che alla fine tutto il resto non ha tutta questa importanza, ma neanche il dolore stesso. Importa solo come vivi la vita.

In che senso?

La vita è quasi una banalità per me nel senso di avere come obiettivi la carriera ecc, che sicuramente è un qualcosa che è giusto avere, ma è quasi un disegnino che ci piace fare. Le cose importanti sono mangiare, ridere, scherzare, avere affetti. Sono quelle cose più semplici, ma la realtà si costruisce su quello. Il senso della vita è quello però.

Come ti stai preparando per salire sul palco dell’Ariston? Ti fa più paura o “fame”?

Sono affamatissima. Non vedo l’ora di quel momento. Più che paura la mia è adrenalina allo stato puro. Voglio mangiarlo quel palco. Per quanto riguarda la preparazione, io non sono una molto disciplinata nel senso che non provo quasi mai, ammetto la mia colpa. Penso sia una cosa mia che più mi alleno, più mi diventa artificiosa quella canzone. Preferisco più che altro concentrarmi, la mia vera preparazione è lì, nel vivere la vita prima di salire sul palco. Più che tecnica secondo me dipende tanto da come ti vivi i momenti prima di quei tre minuti sul palco.

Domani invece esce il tuo primo album, Tana. Per te la tana è più un rifugio o qualcosa da cui si esce quando si è pronti?

È un rifugio, ma non ho neanche mai paura di uscire. Esco nel senso che ho voglia di vivere la vita, ho voglia di affrontarla. Ma quel rifugio è il posto in cui tutto quello che ho vissuto fuori diventa pensieri.

Lo stesso brano omonimo dà il titolo all’album. Qui parli di una stanchezza emotiva in un mondo che richiede di essere super performanti. Cosa ne pensi?

Io sono contro le performance. Penso: “Falla come viene”. Secondo me è il modo migliore per vivere, ovvio senza ledere la libertà dell’altro, con educazione. Se tu hai queste due regole fisse e non fai male a nessuno puoi vivere un po’ come ti pare.

Cosa senti che ti mette alla prova?

Proprio il mio vissuto mi ha spinta a fare quest’album. Il cantato comunque mi mette alla prova. Il canto nel senso che non ho toccato tutte le sfumature della mia voce, ma il disco richiede una certa calma. Io racconto la mia vita, non la urlo e anche se non lo avevo mai fatto mi ci trovo benissimo.

Il sound del disco ha una direzione precisa: un concept che tocca le corde del blues, dell’R&B che ricorda lo stile di Olivia Dean o Amy Winehouse. È effettivamente così?

Il disco è stato costruito sull’ispirazione di Nardelli che ha una grandissima cultura musicale. Io non ho punti di riferimento. Più che altro ho gusto sulle cose non cantate, ma più sul suono. Mi piacciono le frequenze, la musica suonata.

Lui è un brano che parla di un volto che si trasforma e parli del rimanere sola. Che rapporto hai con la solitudine?

La cerco tanto perché alla fine poi ci sto bene. Quando la soffro tendo a immaginare, come dico nel testo di Lui, un compagno con cui condividere la solitudine, ma prettamente la preferisco passare da sola.

Scherzo, Ridi, Stupido è invece molto ironica, quasi una provocazione. Che aneddoto c’è dietro a questo brano?

Non parla di nient’altro se non delle mie storie passate. Mi sono sempre trovata a innamorarmi di persone che in realtà non avevano quel mio essere logorroica, erano sempre molto silenziosi. Parla molto di quel modo di colmare quei silenzi. Parla di uomini con cui sono entrata in contatto, ma che forse sono anche la cosa più bella della mia vita. C’è tanto del voler incastrarmi con qualcuno.

Questo album apre una porta: cosa speri che ci sia dall’altra parte?

Spero che ci siano le mie persone che mi aspettano sotto palco. Non ho altre pretese. Non è neanche una pretesa questa, è una cosa che mi auguro perché è la cosa più bella che può accadere in questa unione di cose. 

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