Interviste
Women in music

Anna Castiglia e “La paura in tasca”: «Siamo tutti vittime dell’educazione»

La cantautrice siciliana è protagonista della nuova rubrica Women in Music e ci racconta l’album in uscita domani

  • Il24 Settembre 2026
Anna Castiglia e “La paura in tasca”: «Siamo tutti vittime dell’educazione»

Foto di Pippo Moscati

Se provate a fare l’esperimento di leggere il testo di Niente di me senza la musica di sottofondo, rimarrete un po’ spiazzati nel sapere che quello è un brano di Anna Castiglia. L’ironia è sempre stata la sua arma, dal successo di Ghali fino al disco MI PIACE vincitore della Targa Tenco come migliore opera prima. Ne La paura in tasca, secondo album in uscita domani, il gioco semiserio è tutto musicale e i brani hanno questa capacità metamorfica di mutare a seconda che vengano ascoltati o letti. Questo accade quando le parole sono poste sullo stesso piano degli strumenti. Non vuol dire utilizzarne a più non posso, ma trovare il giusto equilibrio. Per questa sua capacità di esprimersi al di là delle convenzioni l’abbiamo scelta come protagonista della nostra nuova rubrica Women in Music.
 
Anna Castiglia questa volta ha messo al centro lo studio, lavorando con Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi, partendo da brani incompleti e indefiniti, alcuni addirittura ripescati dal repertorio di diversi anni fa. Fuori dalla sua stanza, quelle canzoni hanno guadagnato un suono più corposo che, in parte, riproduce quell’effetto live che la cantautrice siciliana adora e vorrebbe del tutto traghettare dal palco allo studio. La traccia iniziale Insisto perché esisto, la ballad dolcissima Se ti guardo come gli altri o la spigolosità di Scema aggiungono alla sua palette sonora tracce alternative, influenze jazz e in alcuni attimi persino space rock. E poco male se il pezzo latin è uno solo, quella è ormai una delle paure che si è messa in tasca.  

«Già nella canzone MI PIACE parlavo della paura di non piacere, però in questo album è tutto più esplicito. Volevo mostrare un lato inedito di me» spiega Anna Castiglia durante l’intervista. Chiariamo, La paura in tasca non è un disco serioso e triste, tutt’altro. Vi trovano posto pure due skit, uno con Valerio Lundini e l’altro con i Selton. Entrambi affrontano temi contemporanei, anche ostici. Quella punta di sarcasmo e ironia tragica che caratterizza i versi che l’artista inserisce qua e là e che hanno l’effetto di pizzicotti non manca mai (Si è svuotato il serbatoio dell’appropriazione culturale / troverò un altro territorio da occupare da brava occidentale). Sono imprescindibili per scardinare certe fallaci certezze, figlie dell’educazione culturale, mascherate per assiomi di una legge naturale

L’intervista a Anna Castiglia 

La paura in tasca è un disco più serioso rispetto a MI PIACE, a partire dal titolo. Come mai? 

La verità è che sono una persona molto pesante. La leggerezza che ho sempre messo nelle mie canzoni serve proprio per contrastare un po’ il dramma che ho dentro. Stavolta volevo iniziare ad aprirmi un po’ e mostrare anche altro di me. E la prima cosa da cui partire era proprio la paura.  

Da cosa deriva? 

È un sentimento che nasce spontaneamente dopo una prima esposizione. Dopo il primo album provi gratitudine e felicità, ma subito dopo quando ti ritrovi a lavorare su qualcos’altro subentra il panico perché ci sono molte più aspettative. Ho riflettuto tantissimo anche sulla differenza tra paura e aspettative. La prima è primordiale, anche tenera, perché si ricollega all’infanzia e a quei cervelli primitivi dentro di noi che reagiscono come se ci fosse una belva feroce. Invece le aspettative e le ansie arrivano dall’esterno, si sviluppano con la cultura, con la storia. Infatti, oggi ci sono nuove ansie come l’eco-ansia o quelle legate ai social.  

Aver vinto la Targa Tenco ha influito? 

Sì, moltissimo. Se da un lato è stata una cosa bellissima e un incentivo a continuare, dall’altro rappresenta un’enorme responsabilità. Però è questo l’effetto che danno i premi. Ti mettono sull’attenti perché ormai ti hanno notato e non puoi deluderli.  

Hai iniziato a scrivere questo nuovo disco subito dopo il premio? 

Se prendiamo in considerazione le canzoni, il processo è durato anni perché alcune sono vecchissime. La nuova stagione e Alito sonoro le ho addirittura ripescate dal 2018 e si nota perché sono piene di parole. Io amo tenere sempre tutto, anche i brani che scarto, perché sono convinta che prima o poi un collocamento lo si trova. Il processo di registrazione e produzione invece è durato quasi un anno. Volevo fare tutto con calma.  

Quanto sono cambiate le canzoni nel corso di tutto questo tempo? 

Rispetto al passato sono andata in studio in una fase ancora preliminare, senza avere già i brani fatti e finiti. Volevo lavorare fuori dalla mia stanza e ho collaborato con Alessandro Di Sciullo e Ramiro Levi. Alcuni pezzi li ho portati in più versioni. Per esempio, Niente di me era un ritornello che avevo abbinato a varie strofe. In studio abbiamo fatto un collage e creato la canzone insieme. Poi ce ne sono state alcune estemporanee, ma comunque la band è arrivata dopo. Abbiamo scritto tutto noi tre da soli gli arrangiamenti e poi in una settimana abbiamo registrato. 

La scelta di rendere i brani più “pieni” a livello di suono è stata influenzata dal tour con la band? 

Per me il live deve sempre influenzare l’album. È il mio punto di partenza e infatti prima o poi vorrei riuscire a portare l’effetto dal vivo nelle registrazioni. Tuttavia, voglio che ci sia una differenza tra lo studio e il palco e che chi viene al concerto non si ritrovi ad ascoltare la stessa identica cosa. Per questo non uso mai le sequenze dal vivo per riprodurre esattamente i suoni del disco.   

«E pure un sasso avrebbe parole / per definire un bambino che muore» canti in Alito sonoro. Con la questione di Ed Sheeran si è riacceso il dibattito dell’esposizione politica degli artisti. Tu come la pensi? 

Stando su un palco con un microfono, due cose che elevano ti amplificano la tua voce, hai un potere e una sorta di responsabilità. Poi ecco, non stiamo salvando vite, bisogna anche sapersi prendere un po’ meno sul serio. Io però mi sono sempre sentita in dovere di dire qualcosa perché fa parte del mio carattere. Allo stesso tempo, non penso che tutti siano in grado o debbano farlo. C’è chi per indole non se la sente, lo fa lo stesso, e risulta goffo ottenendo l’effetto contrario. Non deve essere di certo un obbligo, ma mi ferisce sentirmi dire: “Pensa a cantare”. Se un artista ha una testa, scrive e si vuole esprimere attraverso le canzoni, o anche un solo verso, deve farlo.  

Alito sonoro è anche una sorta di denuncia nei confronti delle parole. Hai ancora fiducia in esse? Oggi sembrano non riuscire a descrivere il presente. 

Rispetto alla prima versione del pezzo, di certo il mio rapporto con le parole è cambiato. Non era ancora emerso il tema del linguaggio come oggi. Le parole sono l’ultimo anello di ogni catena di pensiero. Funzionano come un’industria e alla fine non è detto che dicano sempre la verità o almeno che rispecchino al 100% quello che pensi. Il loro ruolo politico rimane enorme. L’altro mondo in cui viviamo, quello social, è fatto di parole e di commenti che hanno un potere anche molto forte, sia negativo che positivo. Tradotte in gesti potrebbero essere carezze o azioni violente. Il senso di Alito sonoro è che se tutto parlasse sarebbe molto più facile, ma allo stesso tempo dovremmo insegnare linguaggio e rieducarci tutti. 

A proposito di attualità, Scema, pur essendo un brano che canti in tour da tempo, con quei primi versi sembra essere stato scritto qualche giorno fa in risposta alle dichiarazioni del Ministro Tajani. 

È vero, anche se la canzone è indirizzata a mio padre e lui lo sa (ride, n.d.r.). Una volta mi ha detto che non gli piaceva come mi vestivo e sono partita con un ragionamento sul tema dei vestiti e di come in modo paternalistico gli uomini tendano a volerti vestire, non solo nel senso letterale. 

Hai mai avuto la sensazione, anche nell’industria musicale, che ti volessero scema? 

In Participio presente dicevo che per monetizzare qualche volta tocca farlo, ma io detesto sentirmi così. Qualche volta è capitato. Innegabile che sia una questione di genere ed è molto comune nell’ambito musicale. Soprattutto nel modo in cui infantilizzano le giovani artiste, magari con parole dolci, non per forza insultandoti o chiamandoti scema. Attraverso quell’atteggiamento però ti fanno sentire piccola e come se non fossi mai all’altezza.  

Siamo tutti vittime dell’educazione, come canti in Niente di me? 

È assolutamente tutto parte della nostra educazione, della nostra e cultura del nostro modello di cui, come canto in Coppia che abbaia, siamo tutti vittime, non solo le donne. Questo nostro modo di percepire la realtà sembra naturale perché ha radici molto profonde. Sembra biologico, ma è culturale. Natura e cultura sono così attaccate che è difficilissimo sradicarle e decostruirle. È complicato riuscirci da soli ed è per questo che serve un aiuto sistemico. Non bastano le parole e la musica.  

Tempo fa mi raccontavi di come sentissi ancora un forte debito e una sorta di rispettosa soggezione nei confronti delle cantautrici e dei cantautori della tua terra, su tutti Carmen Consoli. Dopo la Targa Tenco è migliorata un po’ la situazione? 

Ho sempre tantissima ammirazione nei confronti di quegli artisti. Però oggi, quando mi capita di dubitare delle mie capacità, ripenso al fatto che ho condiviso il palco con Carmen Consoli per ben tre volte. È incredibile essermi potuta esibire con lei, tant’è che la serata di Milano mentre suonavamo insieme è come se avessi realizzato di colpo la cosa e sono scoppiata a piangere. Una roba imbarazzantissima, però anche molto intensa.  

C’è una paura che Carmen Consoli ti ha insegnato a mettere in tasca? 

Lei è una persona veramente positiva e allegra sul lavoro e questo crea un ambiente bellissimo in cui tutti gli addetti ai lavori, dal tecnico di palco al fonico, sono tranquilli. Ed è merito suo se non c’è alcun nervosismo. Questo succede quando riesci a mettere tutte le tue ansie in tasca e, per me, Carmen ne ha un grande bagaglio. Perché secondo me le paure si accettano e si superano quando le tieni con te. Se te ne liberi senza nemmeno conoscerle a fondo diventano pericolose.  

Hai sempre definito l’incoerenza come la tua unica forma di coerenza. In questo album è un tema centrale, mi viene in mente Ho finito i pezzi latin.  

Quel brano è nato perché a un tratto mi sono resa conto che non c’era nemmeno un pezzo latin nel disco, a differenza del primo che ne era pieno. Mi è preso subito il panico di non essere riconoscibile, così una sera ho scritto ironicamente questa canzone. Quando ci abbiamo lavorato in studio c’era Ramiro dei Selton e con loro scherziamo sempre sulla mia passione per la musica brasiliana.  

Nel pezzo parli anche di appropriazione culturale in modo scherzoso. Hai mai avuto quel tipo di paura scrivendo canzoni latin? 

Devo dire di no, perché nel mio caso è più una contaminazione. È ovvio che il discorso dell’appropriazione culturale è molto delicato. Si parla di quello magari quando si cita per convenienza una cultura che fino a quel momento è stata denigrata. Come il farsi le treccine di un popolo che fino a un minuto prima prendevi in giro proprio per l’aspetto fisico.  

È curioso il modo in cui hai inserito gli ospiti, i Selton e Valerio Lundini. 

Non li ho pensati come dei featuring, ma più come dei camei. Quello di Lundini era uno skit che avevo già scritto durante la residenza artistica de L’uomo meno famoso d’Italia. Mi piaceva ironizzare sul fatto che ormai ci consideriamo tutti famosi. Tutti con la spunta blu pronti a spettacolarizzare ogni cosa e pronti a parlare come se fossimo in tv e ci fosse qualcuno a intervistarci sui problemi della nostra vita. In un futuro distopico, per paradosso, l’unico uomo non famoso che non conosce nessuno, è una celebrità.

Nello skit con i Selton, si parla del Festival di Sanremo. Ci pensi? 

Sanremo è il grande non detto della carriera e nella vita di un artista italiano. Ovvio che ci penso perché l’ho sempre seguito da quando ero piccola e ci sono cresciuta, però ci sono artisti grandiosi che adoro, penso a Pino Daniele, che non hanno mai partecipato. Questo mi aiuta vedere il Festival in modo più leggero e non come un obbligo perché a quel punto da desiderio si trasformerebbe in un’ossessione e in una paura. Paura di essere esclusi oppure, se si viene selezionati, paura di andare. Semmai dovesse capitare, vuol dire che è il momento giusto. 

Le date del tour

  • 5 Novembre – Torino – Hiroshima Mon Amour  
  • 12 Novembre – Firenze – Combo Social Club  
  • 13 Novembre – Roma – Largo Venue  
  • 20 Novembre – Bologna – Locomotiv Club
  • 25 Novembre – Milano – Santeria Toscana 31
  • 26 Novembre –  Milano – Santeria Toscana 31
  • 2 Dicembre – Napoli – Teatro Bolivar  
  • 4 Dicembre – Lecce – Officine Cantelmo 
  • 5 Dicembre – Molfetta (BA) – Eremo Club 
  • 10 Dicembre – Palermo – I Candelai
  • 18 Dicembre –  Roncade (TV) – New Age Club
  • 29 Dicembre – Catania – Teatro Metropolitan
Share: