Quattro ragazzi in una stanza: i 20 anni del primo album degli Arctic Monkeys raccontati dal produttore Jim Abbiss
Il 23 gennaio 2006 usciva “Whatever People Say I Am, That’s I’m Not”. Abbiamo ripercorso la nascita di quel disco irripetibile con chi l’ha registrato in un’intervista esclusiva
La pressione e la fretta di registrare prima che le canzoni iniziassero a circolare troppo in rete, l’aspettativa asfissiante di stampa e fan e un produttore conosciuto da appena due giorni. C’erano tutte le condizioni possibili perché venisse fuori un completo disastro. Whatever People Say I Am, That’s I’m Not avrebbe potuto ammazzare qualsiasi band emergente e invece il primo album degli Arctic Monkeys fu il loro ingresso trionfale nella discografia. Alex Turner, Matt Helders, Jamie Cook e Andy Nicholson, nonostante fossero quattro ragazzi appena ventenni del nord dell’Inghilterra, erano già sulla bocca di tutti. Già nel 2004, due anni prima dell’uscita del disco, ai loro concerti i fan si scambiavano dei cd “pirata” con alcune loro demo: la celebre compilation Beneath the Boardwalk, dal nome del club di Sheffield dove era solito suonare il gruppo.
Tutto questo spinse la Domino a velocizzare la registrazione del loro primo disco che proprio oggi compie vent’anni. Ed è qui che entra nella nostra storia Jim Abbiss, produttore britannico che aveva già co-prodotto il primo album dei Kasabian. Con soli 15 giorni a disposizione, perché la band aveva già fissato il tour, doveva registrare e produrre il disco a quel tempo più atteso nel mondo del rock, perlomeno quello britannico. «Pochissimo sonno e un turbinio di attività» sono le prime cose che gli vengono in mente quando gli chiedo quali sensazioni gli susciti quel titolo lunghissimo. L’aspetto più complicato, al di là del poco tempo disponibile, era il fatto che i cinque non si conoscessero minimamente.

Jim mi racconta che li vide per la prima volta dal vivo due giorni prima che entrassero in studio. Per l’occasione i Chapel Studios a South Thoresby, a qualche kilometro da Sheffield. «La band voleva rimanere vicino casa e quel posto non molto grande faceva al caso nostro» ricorda il produttore. Uno dei motivi per cui Alex Turner non voleva allontanarsi dai suoi luoghi era la paura di perdere il proprio suono “indie”. Anche per questo, per catturare quell’energia dal vivo che aveva conquistato tutti, Abbiss decise di registrare tutti i componenti insieme in una stanza. E non è detto che una band così giovane fosse in grado di riuscirci.
Sappiamo tutti com’è andata a finire. Whatever People Say I Am, That’s I’m Not entrò nel Guinnes dei primati vendendo oltre 360mila copie nella prima settimana e detiene ancora oggi il record di album d’esordio di una band più venduto nel Regno Unito.
A distanza di vent’anni resta un disco irripetibile. Per il modo in cui è nato. Per lo storytelling ironico di Fake Tale of San Francisco in cui sotto sotto Alex parlava anche di sé. (Lo dimostrerà con AM nel 2013 e lo dichiarerà nel primo verso di Star Treatment nel 2018 cantando «I just wanted to be one of The Strokes»). Per il riff di I Bet You Look Good on the Dance Floor e le variazioni e le infinite letture possibili di A Certain Romance. Perché gli Arctic Monkeys non potrebbero mai riscriverlo con la stessa spontaneità e gli stessi suoni grezzi. Erano i quindici giorni che precedevano il primo tour negli Stati Uniti. Prima dell’esplosione defintiva.

L’intervista a Jim Abbiss
Qual è il tuo primo pensiero quando torni con la testa a Whatever People Say I Am, That’s I’m Not?
Un turbinio di attività, pochissimo sonno, ma un grande senso di soddisfazione.
Hai incontrato per la prima volta gli Arctic Monkeys due giorni prima di entrare in studio con loro, a uno dei loro concerti. Cosa ricordi di quella serata?
Non solo non li avevo mai conosciuti, ma era anche la prima volta che li ascoltavo suonare dal vivo. In quel periodo gran parte del clamore che li circondava era dovuto proprio ai loro concerti. Per questo motivo tutti coloro che erano legati a loro avevano il desiderio di riuscire a catturare parte dell’energia dei loro live nelle registrazioni, cosa che non era stata ancora fatta. Quella sera rimasi davvero colpito da quanto fossero già bravi, ma soprattutto da quanto fosse pazzo il pubblico. Non mi era mai capitato di assistere a un concerto di una band emergente di cui tutti i fan conoscessero i testi delle canzoni. Ricordo che Alex (Turner, n.d.r.) girò persino il microfono per lasciare che fosse il pubblico a cantare i versi di alcuni brani.
E poi avete registrato ai Chapel Studios di Sheffield.
Sì, perché la band voleva restare vicino alla propria città natale e c’era uno studio in un piccolo villaggio a circa un’ora di distanza dove avevo già lavorato in precedenza. Era piccolo ma molto confortevole e sapevo che il personale avrebbe accolto calorosamente una band giovane di quelle zone.
Si dice che volessero registrare a Sheffield per non perdere il loro sound “indie”.
Beh, l’attrezzatura era eccellente e la sala di registrazione aveva un ottimo suono, per cui a posteriori era ed è stata la scelta più ovvia. L’obiettivo era proprio catturare l’essenza della loro intensità dal vivo.
Come hai approcciato la produzione in questo senso?
Registrarli tutti insieme in un’unica stanza. Solo in quel modo si poteva riprodurre la loro energia live. Sembra molto semplice in apparenza, ma è un metodo che richiede che il gruppo sia in grado di esibirsi in un ambiente molto più sobrio rispetto a un concerto dal vivo, senza pubblico e senza un impianto audio potente. Sorprendentemente sono poche le band che riescono a farlo in modo convincente.
E loro erano giovanissimi, tra l’altro. Com’era il loro atteggiamento in studio?
All’inizio erano piuttosto riservati e un po’ impacciati. Il che era comprensibile. Erano stati messi in studio a registrare il loro primo album con una persona che avevano incontrato due giorni prima e che non conoscevano affatto. Ho dovuto guadagnarmi la loro fiducia, anche registrando insieme a loro. Man mano che registravamo, canzone dopo canzone, si sono rilassati, sembravano divertirsi sempre di più e la loro fiducia nel processo cresceva.
Quanto attivamente ha partecipato la band alla produzione?
Siamo partiti dai loro suoni individuali e poi abbiamo registrato una prima canzone in modo tale che potessero sentire come sarebbe stato risultato il finale. Dopodiché mi hanno praticamente lasciato fare e si sono concentrati sulle loro performance. Non c’erano sovraincisioni multistrato o trucchi da studio, abbiamo intenzionalmente realizzato un disco “grezzo”.

Whatever People Say I Am, That’s Not Me era uno degli album più attesi e chiacchierati, nonostante fosse un debutto. Sentivi la pressione?
Sì, ma era importante tenerla per me e rendere la sessione il più rilassata possibile per la band. Avere dei tempi di consegna molto stretti significò essere davvero impegnati tutto il tempo; quindi, non c’era un attimo per pensare a ciò che stava accadendo fuori dallo studio.
Quanto avete impiegato a chiudere il disco?
Avevamo dei limiti temporali molto stretti perché la band aveva già in programma numerosi concerti ed eventi promozionali. Abbiamo avuto a disposizione un totale di 15 giorni. Un giorno per preparare il suono, 13 giorni per registrare le 13 canzoni e un ultimo giorno per sistemare gli ultimi dettagli.
Qual è stata la parte più complicata del processo di registrazione?
Niente di particolarmente complicato, ma il montaggio di alcuni take è stato piuttosto impegnativo per un paio di brani. Realizzare una produzione dal suono “live” è possibile solo se la band suona davvero bene, ma c’è un limite al numero di registrazioni che una band giovane può suonare con intensità ed entusiasmo senza annoiarsi. Alcuni brani sono stati più facili da registrare rispetto ad altri per i quali è seguito l’inevitabile processo di ascolto e montaggio fino a tarda notte per poter rispettare il programma.
C’è una canzone alla quale sei maggiormente affezionato?
Ho amato Fake Tales of San Francisco sin dalla prima volta che l’ho ascoltata, ma A Certain Romance rimane la mia canzone preferita. È stata anche l’ultima che abbiamo registrato. L’abbiamo fatta in un solo take e completamente dal vivo, compresa la voce di Alex.
C’è un episodio particolare, un aneddoto che ricordi con piacere?
Durante la nostra ultima notte ai Chapel Studios, abbiamo bevuto qualche drink e abbiamo ascoltato per la prima volta tutti insieme l’album dall’inizio alla fine a tutto volume sugli altoparlanti, senza interruzioni. Subito dopo, si sono dispersi un po’ tutti in diverse parti dell’edificio e mi ricordo che a un tratto beccai Andy (Nicholson, il bassista “originale” degli Arctic Monkeys, che dal maggio successivo sarebbe stato sostituito da Nick O’ Malley per poi lasciare la band per la troppa pressione n.d.r.) seduto da solo. Gli chiesi se fosse tutto ok e lui mi rispose qualcosa del tipo: “Sai quando sei un bambino e piangi a lungo e poi ti calmi e ti senti incredibilmente tranquillo e sereno? Beh, io mi sento così adesso… è strano?”. Gli risposi: “No, amico, per niente”.
Avresti mai immaginato in quel momento che gli Arctic Monkeys sarebbero diventati quello che sono oggi? Compreso il cambiamento artistico degli ultimi due album?
Non proprio, ma all’epoca non ci pensavo. Credo che la maggior parte delle grandi band intraprenda un percorso e sperimenti stili e metodi diversi. Penso però che la varietà del loro repertorio rifletta proprio quella loro creatività che avevano fin dai primi giorni.
A posteriori, secondo te cosa rende quell’album così speciale?
La capacità narrativa e l’uso del linguaggio di Alex sono incredibili per una persona così giovane. L’album è permeato da un realismo crudo e da uno spiccato umorismo autoironico. Questo, insieme ai riff di chitarra incredibilmente orecchiabili e all’energia sconfinata della band, lo ha reso davvero un disco unico per l’epoca.
Se dovessi registrarlo oggi, faresti le stesse scelte o sarebbe inevitabilmente diverso?
Dipenderebbe molto dalle condizioni. Se avessimo lo stesso breve lasso di tempo a disposizione, penso che lo affronterei in modo molto simile. Più tempo hai a disposizione, più puoi sperimentare con idee e suoni, anche se questo non sempre porta a un disco migliore.
Ti è sempre piaciuto lavorare con giovani band. Al momento c’è molto fermento tra Inghilterra e Irlanda. C’è un gruppo che ti affascina particolarmente, con cui ti piacerebbe lavorare o che ti ricorda in parte gli Arctic Monkeys o i primi Kasabian?
Nessuno mi ricorda loro in particolare, ma ora stanno emergendo gruppi interessanti, cosa che era attesa da tempo! C’è una band londinese chiamata Boz e un’altra di New York, i Voyeur, che mi piacciono molto.
Ti piacerebbe lavorare di nuovo con gli AM un giorno?
Quella nave è salpata. È stata un’incredibile, breve esplosione di attività, energia e creatività. Ne ho un ricordo molto caro e ne sono estremamente orgoglioso, ma non credo che dovrebbe essere rivisitato.
Gli Arctic Monkeys sono tornati ieri con il nuovo singolo Opening Night per l’album di War Child “HELP2“.
