Artie 5ive, un anno a cinque stelle
Il successo de “La Bellavita”, il peso delle responsabilità, cosa significa essere il “Man Of The Year”, ma anche il momento buio segnato dal lutto di un amico fraterno: in questa lunga intervista il rapper ha fatto un bilancio del suo 2025
Artie 5ive
L’ultima volta che ho incontrato Artie 5ive, a marzo del 2025, mancavano pochi giorni all’uscita de La Bellavita: in quell’intervista mi raccontava che il disco era il risultato di anni di analisi di sé stesso e di ciò che lo circonda, ma più che una meta raggiunta, rappresentava una tappa di un viaggio ancora tutto da scrivere. Da quel momento di cose ne sono successe, e in mezzo a molti picchi – un tour nei club interamente sold out (con tre date a Milano), il successo de La Bellavita – Artie ha dovuto affrontare anche gli abissi che gli hanno fatto riconsiderare le priorità – «Quando ci sono dei momenti in cui ti perdi o ti sembra tutto complicato, le persone che hai intorno sono tutto» – e lo hanno caricato di responsabilità.
Passare dall’essere da solo a Natale e al compleanno ad essere il Man Of The Year, infatti, comporta onori ma anche oneri, gli stessi che Artie ha messo in fila nel suo nuovo singolo uscito la scorsa settimana. Se con questo brano il rapper di Milano voleva celebrare un’ottima annata lavorativa, mi dice che dall’altra parte «serviva anche a dire che anche se da l’immagine che le persone hanno di me è quella di un vincente, la mia vita è fatta di alti e bassi: gli alti a volte possono essere molto alti e i bassi possono essere molto, molto bassi», evidenziando il cortocircuito tra la realtà e come le persone da fuori la percepiscono.
In questa intervista Artie 5ive ha firmato un bilancio del suo 2025, un anno in cui «ci sono stati tanti traguardi importanti che sia io che il mio team ci eravamo posti da tanto tempo e che sono stati raggiunti, ma anche dei piccoli traguardi nella mia vita personale, che come in quella di tutti ha avuto anche degli intoppi, momenti in cui avremmo potuto perdere la fede facilmente. Ma nonostante tutto siamo ancora qui, cercando di festeggiare quello che abbiamo pian piano conseguito, quello che continueremo a fare e anche cercando di celebrare chi non c’è più» e in cui «in mezzo alle vittorie ci sono state anche tante lacrime».

L’intervista ad Artie 5ive
Che cosa è successo?
A settembre ho perso un amico e nel mio gruppo ci sono state delle situazioni in cui le persone hanno sofferto. Ho vissuto dei momenti di buio, e Man Of The Year serviva anche a dire che anche se da fuori l’immagine che le persone hanno di me è quella di un vincente, la mia vita è fatta di alti e bassi: gli alti a volte possono essere molto alti e i bassi possono essere molto, molto bassi.
Cosa ti ha fatto ritrovare la luce nel buio?
Stare con le persone che mi vogliono bene. Quando ci sono dei momenti in cui ti perdi o ti sembra tutto complicato, le persone che hai intorno sono tutto. Ognuno di noi quest’anno ha avuto dei momenti molto particolari, e ci siamo stati l’uno per l’altro: i miei amici, i ragazzi in quartiere con cui sta nascendo una bella comunità. E poi la musica: quando non volevo pensare alla fine mi rinchiudevo in studio con Ddusi che si faceva le ore con me. Da questi momenti è scaturito qualcosa di bello, e non vedo l’ora di far sentire le cose a cui stiamo lavorando.
A che punto sei?
Siamo praticamente alla fine, ma anche all’inizio. Abbiamo capito davvero dove stiamo andando, che cosa stiamo facendo per almeno i prossimi cinque anni. Ci siamo dati un tono coerente ma diverso: sono sempre io, ma allo stesso tempo sono successe delle cose che hanno cambiato la mia vita e quindi anche la mia musica. Quello a cui stiamo lavorando riflette molto il processo di crescita degli ultimi due anni. Spero di continuare a portare il concetto della bella vita riproponendolo sotto altre chiavi.
In Man Of The Year dici “di quello che pensate di me, io sono all’opposto esatto”. C’è qualcosa che secondo te le persone non hanno ancora capito o hanno frainteso?
Forse molte persone pensano che io sia superficiale, ma non è così. Sono molto timido e tendo a nascondere questa cosa scherzando molto, e spesso questa cosa viene presa per superficialità o stupidità. E poi credo che certe generazioni abbiano ancora dei pregiudizi razziali. Ho sempre cercato di far capire alle persone che sono più intelligente di quello che sembra da fuori, ma più passa il tempo più non mi importa di far ricredere chi non vuole capirmi. Io poi penso che quando piaci a tutti finisci per non piacere a te stesso.
Massimo Pericolo mi ha detto di non essere mai stato peggio di quando piaceva a tutti.
Una cosa molto vera, e lo capisco. Quando dai tanti pezzi di te, a un certo punto è difficile riconoscerti. La cosa migliore è essere se stessi e accettare che a qualcuno non piacerai. Se vado a dormire pensando che sto compiacendo qualcun altro e non me stesso, sto male.
A te è capitato in passato?
Sì, poi ho capito la differenza tra compiacere e rendere felice qualcuno.
“Sono passato dall’essere solo Natale al compleanno a essere l’uomo dell’anno”. Che rapporto hai oggi con la solitudine?
Abbastanza buono. Sono sempre stato abituato a stare da solo, ma ultimamente faccio più fatica perché – ora che sono più libero dagli impegni – sento di volermi divertire di più. Io penso che alla fine, per quante persone attorno tu possa avere, tutti siamo da soli: è quando ti chiudi dietro la porta di casa che devi star bene per poter stare bene in mezzo a tutti gli altri. Nell’ultimo anno ci sono stati momenti in cui la solitudine mi è pesata perché ho dovuto imparare a stare da solo con determinati pesi sulle spalle, ma sono convinto che anche questo sia parte del processo di crescita, nonostante io abbia imparato presto a fare i conti con me stesso. Ecco, forse le do un’accezione malinconica. Mi piace la malinconia.
Che cosa ti piace di più?
Mi piace che dentro ci sia la nostalgia, e che a volte sia un sentimento che un po’ vai a cercare, a differenza della tristezza che invece ti arriva e basta o la gioia che ti devi costruire. È un po’ come un fiore in un campo concimato che puzza: devi entrarci per trovarlo. Alla malinconia associo il grigio, che è il colore non colore in cui ti puoi immaginare tutto e metterci il tuo colore. A me piace provare emozioni, e non ho paura di entrarci: penso tanto non solo alle mie, ma anche a quelle degli altri. Mi interessa quello che può pensare una persona se dico una determinata cosa, infatti cerco di farci attenzione.
A proposito di malinconia, alla fine dell’intro de La Bellavita dici che nessuno ti vorrebbe com’eri. E tu invece?
Dipende. Non mi vorrei come ero in certe fasi della mia vita, ma se domani mi dicessero “torna indietro per un giorno a tre anni fa, quando è iniziato tutto”, un salto me lo farei.
Cosa ti manca di più di quel periodo?
Forse l’essere più spensierato. Sono una persona a cui piace godere della vita anche nella sua semplicità. Non che ora non lo faccia, ma è più difficile perché inevitabilmente devo essere più serio anche quando non vorrei esserlo.
Nel 2025 c’è stato anche un tour nei club.
È andato benissimo. Finalmente ho incontrato le persone che mi ascoltano, li ho proprio guardati in faccia: è bellissimo vedere cosa provano le persone quando sentono davvero una canzone a cui tu hai dato un significato.
Che è un po’ quello che sta succedendo con Davvero Davvero.
Quello è il pezzo a cui tengo di più. È una traccia che in qualche modo si è legata a Christian, il mio amico che è venuto a mancare. Sono certo che anche lui da lassù abbia dato una spinta. Da quando non c’è più sono successe delle coincidenze in cui io credo. Ho una mia spiritualità in cui trovo delle risposte.
L’ultima volta parlavamo del fatto che fossi molto attento a quello che ti succede attorno: un anno dopo, come vedi il futuro?
Sono fiducioso. Oggi ci sono le guerre, ma spero che tra un paio d’anni si possa davvero trovare una soluzione, perché siamo arrivati a un punto critico. La differenza rispetto al passato è che ora non navighiamo più completamente al buio, senza sapere cosa sta succedendo. Quello che spero è che ci si muova verso una direzione di pace assoluta, per noi e per le generazioni che verranno. Quello che invito i giovani a fare è prendere una posizione che però sia consapevole e cosciente. Ora c’è una tale esposizione, una tale connessione, che non si può più fare finta di niente quando succedono certe cose, quando qualcuno sbaglia in maniera evidente. Se qualcosa non vi sta bene, fate in modo di cambiarlo. Ci stanno abituando a normalizzare tutto e a pensare che le cose che abbiamo già sono tutto ciò di cui abbiamo bisogno, alimentando una direzione generale capitalista.
Penso che sia importante che un artista come te, col tuo seguito e la tua influenza, si esprima su certe cose.
A me non interessa fare dell’attivismo performativo. La mia posizione su certe questioni è ben chiara. Non è accettabile che delle persone innocenti vengono uccise, e questo non succede solo in Palestina, ma anche in Africa. Quello che voglio è vedere le persone stare bene e un mondo in pace, e aiutare in qualche modo i ragazzi a crescere con valori positivi. La mia non è propaganda, ma un pensiero etico dettato dal contesto in cui sono cresciuto e che considero solido, soprattutto grazie a mia madre che mi ha sempre dato una certa direzione, dicendomi bravo ma anche tirandomi le orecchie quando ce n’era bisogno.
Te le tira ancora?
Per fortuna no (ride, ndr). Se arrivassi a 26 anni con mia madre che mi tira le orecchie sarebbe un problema, anche se in Italia è una cosa che succede ancora molto spesso.
Vero, ma siamo anche un paese che ci spinge all’indipendenza sempre più tardi.
Ecco, è questo che voglio cercare di far capire ai ragazzi: crearsi la propria storia. Una persona superficiale nella mia musica vedrà la parte più bling bling, ma chi scava un po’ di più magari trova anche un piccolo manuale di sopravvivenza. Alla fine i rapper che mi hanno davvero ispirato sono quelli che parlavano di crescita, perché solo così si può rimanere attuali.
E invece l’ultima volta che mamma ti ha detto “bravo”?
Quando è uscita Man Of The Year. Mia madre è una che non mi ha mai detto bravo a caso. In passato non le ho dato molto modo di dirmelo, ma le dicevo “arriverà il momento in cui sarei più fiera di me rispetto ad adesso” e che le avrei comprato una Ferrari.
L’hai fatto?
No, perché non ha la patente. Mamma, se leggi questa intervista, sappi che è solo questo il motivo per cui non è arrivata.
