“El Galactico” dei Baustelle è «uno schiaffo all’omologazione del pop»: l’intervista
Venerdì esce il nuovissimo album della band toscana che celebra il sound effervescente della California della seconda metà degli anni ’60. Ma nei testi Francesco Bianconi non manca di pungere, tra un un j’accuse alla mediocrità ai testi delle canzoni d’amore e un brno che trae spunto dalla cronaca nera

«Che bella questa compilation American Baroque!» Appena ci sediamo accanto nel suo piccolo ma elegantissimo studio, Francesco Bianconi guarda curioso la cover di un disco che ho in borsa. A lui piacciono da sempre le chicche sfiziose in vinile che ripescano dal passato band e artisti di culto e non. In fin dei conti trovo una certa affinità tra lui e Bob Stanley, membro della indie band UK Saint Etienne, che da qualche anno stila per la Ace Records, compilation come questa, che sono a tutti gli effetti stratosferiche nel loro essere decisamente heritage. I Baustelle, come hanno fatto nel nuovo El Galactico, non sono nuovi al ripescaggio di raffinati, eleganti stili musicali del passato.
Se pensiamo addirittura al loro disco di debutto del 2000, Sussidiario illustrato della giovinezza, si ritrovano elementi della canzone d’autore italiana e francese, la new wave, una certa elettronica, le colonne sonore anni ’70 italiane e la bossa nova.
Il nuovo album ricco di strumenti e citazioni fine anni ‘60
Già, sono 25 anni che la band nata in uno scenario paesaggistico da sogno come Montepulciano, fa dischi ed è vivissima, anzi “pimpante”, come definisce la figlia di Bianconi. Francesco, Claudio Brasini e Rachele Bastreghi ritornano dopo Elvis pubblicato nel 2023, con il quale la band ci aveva fatto capire che era bello tornare alle chitarre. Ma nel caso di El Galactico, aleggia l’euforia, grazie a un omaggio dichiaratissimo alla ricchezza del pop rock prodotto in California nella seconda metà degli anni ’60. E per farlo i Baustelle si sono attrezzati in maniera adeguata in studio, con le Rickenbacker, un Mellotron, l’organo Hammond, vibrafoni, clavicembali e addirittura un glockenspiel. Senza contare il supporto del produttore Federico Nardelli, estremamente sensibile a quella cornice estetica del sound, come anche Enrico Gabrielli, Lorenzo Fornabaio e Alberto Bazzoli, tutti musicisti di grande esperienza se parliamo di quel moodboard.
Il tour estivo, il festival a giugno e il gran finale nei palazzetti
Fra poco la band partirà anche in tour per un totale di 10 date. Prima ci sarà però il gustosissimo mini festival a Firenze il 1° e il 2 giugno. L’El Galactico Festival, un evento unico per celebrare la loro storia e la loro evoluzione artistica, con un cast d’eccezione e una scaletta irripetibile per ciascuna giornata. Poi il 24 giugno da Bologna parte il tour per concludersi il 5 settembre a Bellaria Igea Marina. Prima della fine dell’anno la band festeggerà a dicembre i suoi 25 anni di attività con due concerti, il 5 dicembre al Palazzo dello Sport di Roma e il giorno dopo all’Unipol Forum di Milano.
L’intervista ai Baustelle
Voi avete sempre cercato di pescare dal passato, che poi non so quanto sia plausibile parlare sempre di passato nel caso di un’opera d’arte e in questo caso di un suono, perché l’arte viaggia secondo un tempo che non è sempre lineare. Un autore del passato che all’epoca era ignorato diventa improvvisamente di attualità…
Francesco Bianconi: Sono assolutamente d’accordo con questa tua ultima osservazione, non si tratta di essere passatisti.
O retro maniaci come piace scrivere a tanti miei colleghi. Citando invece Franco Battiato, la musica e l’arte viaggiano secondo un tempo astrale, non cronologico.
Noi siamo partiti facendoci davvero il nostro viaggio astrale nel passato, illuminati da questa insegna nella notte quasi ai margini di Milano che recitava la scritta “El Galactico”. Un luogo dove peraltro fanno degli ottimi tacos. La luce dell’insegna ci ha guidato con la mente in un’altra dimensione spazio temporale, nella California, tra i canyon e le band di allora, più precisamente a cavallo del 1966 e il ‘67. Ho pensato ai The Byrds, Buffalo Springfield, Mamas and Papas, i Beach Boys di Pet Sound. A quel tipo di rock elettrificato e generoso che stava segnando la storia. Sono band che ho sempre amato ma non abbiamo mai alla fine trasferito direttamente dentro la nostra musica.
Abbiamo pensato che fosse la volta buona per farlo, dopo aver citato soprattutto gli anni ’70 e anche un certo sound indie UK anni ’90 che è già comunque derivativo. Questa volta parliamo di un sound scintillante, entusiasmante che ha caratterizzato quel breve arco temporale.
Questo album dopo Elvis è in effetti un ritorno all’euforia dal punto di vista sonoro.
Mia figlia ha detto che è un disco “pimpante”.
Sono assolutamente d’accordo. Per realizzarlo avete anche aperto le porte dello studio di registrazione a tanti ottimi musicisti e hai coinvolto Federico Nardelli che produce il disco assieme a te.
Si vero, ho chiesto a Federico di aiutarmi a trasferire questo antico sound, molto caratteristico in El Galactico. E attenzione, non ci interessava fare una trasposizione filologica. Il nostro intento è stato fare una sorta di lavoro di “aggiornamento”. Un po’ come fecero i Tame Impala nei loro primi due album. Ci senti che hanno un bacino di riferimento abbastanza preciso che è la psichedelia USA degli quegli anni, ‘66’/’68. Federico è stato bravo in questo repêchage riattualizzato.
Come mai in Filosofia di Moana, ti ispiri alla diva del porno più su un letto d’ospedale, che occupata tra le lenzuola nei suoi mille amplessi?
Perché è meno scontato, meno banale. Perché avrei dovuto pensare a Moana, nelle sue celebrate performance? Noi tutti la conosciamo così. Mi interessava invece più la parte tragica, e probabilmente più umana di Moana. Io non so quasi niente della sua biografia, ma Alberto Bazzoli mi ha fatto vedere una copia rarissima di un libro che si chiama proprio Filosofia di Moana che non so esattamente quando uscì, è una sorta di dizionarietto con foto in bianco e nero. È famoso perché ci sono i voti che dà ai suoi amanti.
La canzone parla di una Moana morente che si rivolge a un mondo giudicante di cui lei ha mai voluto far parte. Lei mi ha sempre molto affascinato, sin da ragazzino, al di là delle sue performance. Mi affascinava perché aveva una sorta di enigmatica maschera triste. Io l’ho sempre vista come una persona che non lasciava far trasparire cosa ci fosse dietro la sua immagine. Moana non rideva spesso e se rideva c’era sempre una sorta di elegante tristezza. Era e rimane un’eroina del mondo della bellezza mercificata.
Esco un secondo dall’album. Devo ammettere che hai fatto centro anche con un’altra eroina, in questo caso della nostra musica. Il tuo testo per la nuova canzone di Patty Pravo è perfetto. Ho parlato con lei e la prima cosa che mi ha detto è stata: “Bianconi mi ha messa nudo”.
Patty Pravo è in un certo senso un grande contenitore di storie per cui viene anche facile trovare ispirazione, no?
Gli ho anche detto che è la nostra Marianne Faithfull, pace all’anima sua…
Ci sta.
Con L’imitazione dell’amore affronti il disagio che provi ascoltando il pop italiano di oggi e lo fai secondo me nel cantato, facendo riecheggiare diverse gustose canzoni, da Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri ad Under pressure dei Queen.
(Ride, ndr) Mi fa piacere che ti si accendano diverse lampadine ascoltando questo pezzo, ma in fin dei conti qual è la missione spesso di una canzone pop alla fine? Che ognuno di noi crei il suo corto circuito di rimandi. Tutte le interpretazioni sono possibili. Dal mio punto di vista c’era proprio questa voglia di scrivere dell’ormai troppo praticata moda di standardizzare la forma canzone d’amore. Non c’è l’amore ma c’è la sua imitazione.
Per me in tante canzoni di oggi emerge un sentimento levigato dell’amore che non fa male a nessuno, che non graffia o fa pensare. Aleggia nella musica italiana quest’aria piena di vezzeggiativi. Chissà, forse per smussare i tempi difficili che viviamo. Sembra che la canzone d’amore sia una specie di atto consolatorio e di conforto. Io credo fermamente invece nelle canzoni che parlano di un qualcosa che possa anche perturbarmi. Io vorrei sentire testi come una volta facevano Luigi Tenco o Piero Ciampi.
A proposito di canzoni “perturbanti”, potrei citare Una storia, che trae ispirazione da un vero fatto di cronaca nera.
Nasce da una storia di cronaca ed è un racconto sempre possibile che accada, ovvero quello di una ragazzina che subisce una violenza, un abuso fisico e che viene poi diffuso, in rete. Ho voluto nel disco una canzone così perché penso che sia anche giunto il momento poi di trattarli certo certi temi. Parlavamo del pop e delle canzoni d’amore, bene, penso che sia l’ora che un uomo scriva testi ispirati a questi fatti. La musica l’abbiamo scritta insieme io e Rachele.
E c’è l’accettazione della morte nella scintillante L’arte di lasciar andare.
Il principio del ragionamento è lo stesso che facevamo per lo stato dei testi nelle canzoni pop. Evitare lo stato di comfort zone, anzi nel caso dell’allontanamento dalla morte per rifiutare l’ineluttabile momento della morte. L’uomo sfida addirittura le leggi naturali con il concetto di post umano.
Mi piace Giulia come stai ha un attacco chitarristico alla Tom Petty, poi Federico tu cominci a cantare con un tono in stile Franco Battiato e dopo arriva George Harrison.
Questa volta m’identifico in tutte le cose che hai citato! Pensa che il working title era: “Harrison”. Aggiungo che è una canzone che musicalmente ha una progressione armonica molto alla John Lennon, dai, così finiamo per citare i maestri Beatles.
Sono 25 anni che siete insieme…
Eh sì, sono le nostre nozze d’argento. Siamo stati insieme tre volte il tempo di vita dei Beatles, guarda caso.