Interviste

Ai Black Country, New Road piace cambiare: «Senza solisti, la nostra forza è avere più punti di vista»

Il ritorno della band britannica con il terzo album “Forever Howlong” è l’ennesimo stravolgimento lirico e stilistico. Lewis Evans e Tyler Hyde ci hanno raccontato le scelte, la filosofia e il lavoro dietro il disco in uscita venerdì 4 aprile

  • Il2 Aprile 2025
Ai Black Country, New Road piace cambiare: «Senza solisti, la nostra forza è avere più punti di vista»

Quando nel 2021 uscì il loro primo album For The First Time in molti rimasero spiazzati. Sei canzoni, alcune oltre i sette minuti, di una band affollatissima di Cambridge che in modo sconsiderato mixava post-punk distorto, jazz e klezmer. Se in Inghilterra I Black Country, New Road erano già abbastanza noti nei circuiti live dal 2019 grazie alla prima versione di Sunglasses prodotta da Dan Carey e ai loro concerti al Windmill di Brixton ricchi di improvvisazioni e brani metamorfici, nel resto del mondo si sono conquistati numerosi fan con il loro debutto. C’era chi li paragonava agli Slint per il modo di cantare di Isaac Wood e chi addirittura, durante il Sanremo senza pubblico di Amadeus, si divertiva a montare Instrumental sotto ai video di Ibrahimovic che scendeva le scale dell’Ariston, facendo notare la somiglianza con il jingle suonato dall’orchestra ogni volta che il calciatore entrava in scena.

Il secondo disco Ants From Up There (2022) è stato ancora più sconvolgente. Molto più melodico e cantautorale, tragico, nevrotico ed emotivo, ma senza alcun compromesso. Ci si crede che brani da sette e sei minuti come The Place Where He Inserted the Blade e Concorde abbiano rispettivamente 22 e 18 milioni di streaming su Spotify?

A distanza di tre anni tutto è cambiato di nuovo. La band ha perso il suo “frontman”, ammesso che sia il termine giusto, visto che Tyler Hyde, Lewis Evans, Georgia Ellery (sì, la stessa che suona nei Jockstrap), May Kershaw, Luke Mark e Charlie Wayne da sempre, anche nella disposizione sul palco, sono tutti sullo stesso piano. Il loro nuovo album Forever Howlong è il primo dopo il Live at The Bush Hall, un disco di inediti registrato dal vivo durante i primi concerti senza Isaac. L’ennesimo stravolgimento voluto e desiderato dai sei componenti fin da tempi non sospetti.

Diversi, ma comunque se stessi

I nuovi Black Country, New Road sono un’evoluzione ulteriore. L’improvvisazione e la ruvidezza che avevano in parte mantenuto i primi brani scritti senza Isaac, come Dancers o Turbines/Pigs, diventano ancora più sfumate nel terzo album. Il punto di vista femminile – tutti i brani sono stati scritti e cantati, a rotazione, da Tyler, May e Georgia – è preponderante ed è l’aspetto più dirompente rispetto al passato. Tracce come Socks o Nancy Tries to Take the Night sono dei quadretti che crescono a poco a poco, ascolto dopo ascolto. Ecco, questa non è una novità: i BCNR richiedono pazienza.

«Poiché avevamo il tempo di registrare in studio, volevamo sviluppare ulteriormente i suoni potenziali che ognuno di noi poteva produrre» racconta Lewis su Zoom, collegato da Londra. Coincidenza, come ci ha raccontato Ollie Judge degli Squid, anche per i BCNR il terzo album è stata una prima occasione di potersi prendere il tempo per scrivere con più calma e sperimentare. I flauti dolci di Forever Howlong, ma anche l’utilizzo del mandolino in Happy Birthday e la coralità di For the Old Country, sono frutto di una volontà precisa di mutamento a cui i fan sono abituati. Anzi, su Reddit esiste una vera e propria comunità che si interroga e discute dell’immaginario sonoro e stilistico del gruppo.

Tuttavia, i Black Country, New Road non cambiano mai del tutto. Nonostante l’inedito approccio più tecnologico di James Ford in fase di registrazione. Se la band ha lasciato il Windmill, il Windmill non ha mai lasciato la band. «One gig is worth a thousand rehearsals» ribadisce Tyler Hyde. Che un’esibizione dal vivo valga molto di più di migliaia di prove in sala è un mantra che le band cresciute a Brixton adottano letteralmente. I Black Country, New Road sono abituati a scrivere e provare dal vivo i nuovi brani. La band inglese l’ha fatto anche con Forever Howlong durante la residency al Cornish Bank di Falmouth.

In Italia torneranno dal vivo per quattro appuntamenti. Tre in estate (4 luglio al Sexto ‘Nplugged di Sesto Al Reghena (PN), il 5 luglio al Lars Rock Fest di Chiusi (SI), il 6 luglio ad Arti Vive a Soliera (MO)) e uno il 25 ottobre ai Magazzini Generali di Milano.

L’intervista ai Black Country, New Road

Forever Howlong è il vostro primo album ufficiale dopo l’abbandono di Isaac. Cosa è cambiato rispetto al passato?
Lewis Evans:
La novità principale, che in parte si era vista in Live at Bush Hall, è il fatto che per la prima volta abbiamo più cantanti che si alternano. Questo ha comportato un approccio diverso in fase di scrittura e registrazione. Abbiamo dovuto fare in modo che tutto suonasse in modo coeso e che tutti i vari elementi risultassero coerenti.  

Tyler Hyde: In realtà quest’idea la covavamo da molto tempo. Addirittura, le prime conversazioni in questo senso sono iniziate prima che Isaac lasciasse il gruppo perché volevamo che il pubblico comprendesse che i Black Country, New Road non sono solo un punto di vista. Credo che i nostri fan, in parte, abbiano percepito fin dall’inizio che nella band tutti fossero importanti quanto gli altri, tuttavia, quando c’è un cantante solista è un meccanismo psicologico inevitabile che l’attenzione si concentri su di lui. Noi invece abbiamo sempre voluto staccarci da quest’ottica.

Questa cosa la trasmettete anche dal vivo, dal modo in cui vi disponete sul palco, tutti sullo stesso piano.  
L:
Sì, anche questa è sempre stata una scelta condivisa e voluta da tutti, fin dall’inizio. È una disposizione che ci aiuta anche a livello psicologico perché nessuno è sotto la pressione che un frontman o una frontwoman subiscono quando suonano dal vivo. Siamo tutti più rilassati.

Avete mai avuto paura che tutti i cambiamenti che avete fatto nel corso degli anni potessero disorientare i vostri fan?
L:
Quando abbiamo iniziato a suonare senza Isaac ero decisamente nervoso, ma dopo i primi concerti è stato subito chiaro che la gente ci apprezzava anche nella nuova formula. Il pubblico era caloroso e felice di vederci suonare di nuovo e ascoltare cosa avevamo scritto. Quindi per questo nuovo album non ho mai avuto paura, perché ho capito che i nostri fan accolgono in modo positivo le novità.

In Forever Howlong il tono delle canzoni, pur parlando di eventi quotidiani, a tratti è piuttosto cupo. Per esempio, uno dei brani che mi ha colpito di più è Nancy Tries to Take the Night dove vengono toccate varie tematiche, dalla gravidanza al suicidio.
T
: In quella canzone ho inserito tanti frammenti di vita diversi, alcuni tratti da esperienze personali, altri dall’osservazione di amicizie e inimicizie femminili. Tutto questo però avrebbe avuto un senso solo con un grande tema che li inglobasse. All’epoca vivevo a Londra, nella parte vecchia della città, in una zona “dickensiana” che mi ha ispirato e spinto a inserire tutti questi piccoli quadretti sotto lo stesso ombrello tematico. Ho immaginato il mondo dalla prospettiva del personaggio di Nancy di Oliver Twist. È un romanzo molto cinematografico e poi mi affascinava l’idea di riconquista della notte. Per le donne dell’epoca era ancora più complicato di oggi rivendicare la vita notturna. Questo è uno stratagemma che sfrutto spesso quando scrivo, mi aiuta.

In che modo?
T:
Quando parli di tematiche personali o che in qualche modo ti toccano, inserirle in un contesto letterario o cinematografico, oppure semplicemente raccontarle in terza persona con l’ausilio di un personaggio, rende ogni cosa più semplice e divertente. Da un lato il pubblico riconosce immediatamente l’immaginario, come nel caso di Nancy, dall’altro questo metodo mi permette di esibirmi senza essere troppo coinvolta a livello emotivo perché non sono costretta a evocare ricordi mentre sono sul palco. È un modo per creare un certo distacco tra me e ciò che canto.

Come mai, tra la versione standard e quella speciale, l’ordine degli ultimi quattro brani è invertito? Tra l’altro, nel caso di Forever Howlong e Nancy, mettendo prima una canzone piuttosto che l’altra si produce un cambio temporale e di significato.
L
: Non ci crederai, ma scegliere l’ordine della tracklist è stata una delle cose più complicate (ride n.d.r.). Per la prima metà è stato semplice, per la seconda siamo dovuti scendere a compromessi. Il giorno in cui abbiamo finito il mix, May ha mandato un messaggio in chat scrivendo: “Siete tutti certi di concludere il disco con For the Cold Country?”. Noi fino a quel momento eravamo convinti di quella scelta. Col tempo, la prima è stata Georgia, abbiamo optato tutti per Goodbye (Don’t Tell Me) come chiusura. L’ultimo a decidersi è stato Charlie: abbiamo posticipato la deadline per giorni e giorni fino a che il nostro manager non ci ha messo alle strette. Al momento della scadenza lui era ancora contrario. Luke l’ha convinto proponendogli l’idea dell’edizione speciale con la tracklist che preferiva. Quindi, più che Collector’s edition, dovrebbe chiamarsi Charlie’s edition (ride n.d.r.).      

E invece, a livello di scrittura, come vi organizzate?
T:
È tutto molto democratico. Io, Georgia e May abbiamo più o meno lo stesso approccio. Spesso partiamo dal pianoforte, io soprattutto, e poi presentiamo il pezzo al resto dei componenti. Nel mio caso mi capita di frequente di rendermi conto se un brano è “giusto” per i Black Country, New Road o meno, mentre lo scrivo. È accaduto per esempio con Socks. Si intitola ancora così, giusto? Molti titoli sono cambiati nel tempo (ride n.d.r.). La parte più difficile è immaginare e scrivere come suonerà il resto della band. Georgia è la più brava in questo, io e May facciamo fatica ancora con le percussioni. Charlie, infatti, ha avuto il compito più complesso con la batteria: le canzoni erano scritte un po’ alla Christian Paul, dove il tempo cambia in continuazione, ed erano più congeniali per strumenti come la chitarra, il basso o il sassofono.

A proposito di strumenti, per la titletrack avete introdotto nuovi elementi, come il flauto dolce.
L
: Sì, l’idea è nata perché Georgia voleva che ci fossero cinque clarinetti. Il problema è che solo io e Tyler sappiamo suonarlo e non è uno strumento facile da imparare. Anzi, forse è lo strumento a fiato più complicato. Tra l’altro, Charlie, Luke e la stessa Georgia non hanno mai suonato fiati. Così ho suggerito di farlo con i flauti dolci perché hanno questo suono pastorale che emula quasi un organo a canne o uno strumento ad ancia. Ed è un sound che, se si suona in armonia con un’accordatura perfetta, è angelico. Il bello però è che, anche quando c’è un gorgheggio, si ottiene comunque una sensazione di vulnerabilità. Io lo considero una versione umana di un organo a canne.

Com’è stato imparare a suonarlo da zero?
L:
Per me e Tyler è stato facile essendo già “allenati” con il sax e il clarinetto, per tutti gli altri un po’ meno. Infatti, l’arrangiamento all’inizio di Forever Howlong è molto semplice, poi man mano che la canzone prosegue diventa più complesso perché tutti sono migliorati e ognuno ha voluto aggiungere dettagli alle sue parti. È divertente il fatto che, ascoltando il brano, l’ascoltatore possa proprio percepire come i musicisti e la scrittura siano progrediti di pari passo.

T: Tra l’altro, Forever Howlong esiste in due versioni: quella che è finita nel disco, con i flauti, e una orchestrale. Le abbiamo suonate entrambe dal vivo durante la nostra residency al Cornish Bank. Ci è servito vedere la reazione del pubblico, soprattutto in vista del tipo di lavoro che avremmo fatto un mese dopo con James (Ford n.d.r.).

In che modo è cambiato il vostro approccio in studio, lavorando con lui?
T:
Noi avevamo sempre registrato i nostri album in presa diretta, con James per la prima volta abbiamo lavorato con le sovraincisioni e suonando separatamente. È stato divertente anche perché lui è prima di tutto un musicista ed è uno dei motivi perché abbiamo scelto di lavorarci insieme. Si è portato in studio un sacco di “giocattoli” elettronici, tra cui un harmonium bellissimo. James poi è un mental coach oltre che un maestro a livello musicale. Dopo le lunghe ore di session si fermava con noi. È molto bravo a giocare a ping pong.

La tendenza a provare e registrare dal vivo è un aspetto che accomuna molte delle band che come voi sono cresciute al Windmill di Brixton. La scena, nonostante le difficoltà dei piccoli club inglesi, sembra ancora fiorente.
L:
Io e Tyler ne parlavamo l’altro giorno. Il Windmill continua ad aiutare e far crescere tanti artisti e il merito è di Tim Perry. Credo che con l’avanzare dell’età, non voglio dire che sia un vecchio (ride n.d.r.), la sua gestione stia addirittura osando e sperimentando sempre di più. Ai nostri tempi la maggior parte delle band aveva un certo tipo di suond, ora invece gli orizzonti sono molto più ampi. E credo che finché ci sarà lui, il Windmill sarà vivo.

T: Penso che sia ancora un posto davvero speciale e il motivo per cui molte band che provengono da quel contesto scrivono e suonano molto dal vivo deriva dal fatto che Tim ha creato un ambiente senza pressioni. Lui ti invita a salire sul palco e a suonare quello che senti anche se è materiale a cui stai ancora lavorando. Non è necessario che le cose siano complete. Quindi per noi è normale suonare una canzone dal vivo avendone scritto l’80 o il 70 per cento.  

Quale è il vostro primo ricordo del Windmill?
L:
Il mio risale a quando ero ancora in un’altra band. Ero molto presuntuoso e convinto di essere nel gruppo più figo del mondo. Poi una sera i black midi si esibirono prima di noi. Io non davo loro molto peso e all’inizio non ero nemmeno nel locale. Quando da fuori li ho sentiti ho pensato: “Oh merda”. Sono entrato e ho capito che avevo un sacco da imparare ancora. È stata un’esperienza bella e umiliante allo stesso tempo.

T: Sai che anche il mio primo ricordo è legato alla prima volta che ho visto dal vivo i black midi? Inizialmente ero scettica, soprattutto per il mondo da cui provenivano: “Figurati se degli studenti della BRIT School possono fare rock”. E invece…

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