Interviste

Blanco, anche a vent’anni si rinasce: l’intervista

“MA'”, in uscita domani, è un disco con cui Riccardo riavvolge la pellicola per riscoprire se stesso e i suoi 20 anni: lo abbiamo incontrato per parlare di sogni, errori, ribellione e perché voler crescere troppo in fretta è come tirare un pugno nella gomma

  • Il2 Aprile 2026
Blanco, anche a vent’anni si rinasce: l’intervista

Blanco

Che cosa vuol dire toccare la luna scavalcando il paradiso? È questa la domanda che, dopo aver ascoltato per la prima volta Fuochi per aria, uno dei brani inediti di MA’, il nuovo album di Blanco in uscita domani, mi balena in testa e a cui non so evidentemente trovare una risposta.

Del resto a 20 anni nel mio taccuino invisibile di risultati potevo vantare un esame di grammatica latina passato al primo colpo con un voto ai limiti del mediocre, e non un Sanremo vinto con una delle canzoni più belle mai portate al Festival, un disco che ha stracciato e riscritto le regole del cantautorato contemporaneo – diventando il rifugio sgangherato e sicuro di una generazione che finalmente poteva sentirsi non più così sbagliata e storta come qualcuno le aveva fatto credere -, due stadi vissuti con la professionalità degli adulti e l’attitudine di chi nell’animo, in fondo, rimane ragazzo per sempre, e una collaborazione con la più grande di tutti e di sempre.

Eppure, se per molti tutto non è ancora abbastanza, per Riccardo ad un certo punto è diventato troppo. “Avevo tutto, quasi tutto per stare bene”, dice Blanco in Tanto non rinasco (un titolo che sembra fare il paio con Anche a vent’anni si muore), ma, come mi racconta quando ci incontriamo per questa intervista, «voler crescere in fretta è pericoloso, è come tirare un pugno nella gomma: torna sempre indietro. Se prima avevo la fretta di correre, ora invece di urlare mi piace di più stare seduto e ascoltare».

L’intervista a Blanco: «Ora faccio i palazzetti e mi sono iscritto di nuovo a scuola: è come fare due passi indietro, ma allacciandosi le scarpe per fare i prossimi senza inciampare»

E in effetti la sensazione premendo play su MA’ è che l’enfant prodige della musica italiana a un certo punto abbia deciso di fermarsi e riavvolgere la pellicola della sua breve ma già incasinata vita per riprendersi indietro il tempo – «ora faccio i palazzetti e mi sono pure iscritto di nuovo a scuola: è come fare due passi indietro, però allacciandosi le scarpe per fare i prossimi senza inciampare» – e riscoprire chi è Riccardo – anche se, come mi racconta, non sente una distanza tra le due cose, perché «Blanco alla fine è il mio modo di incanalare le emozioni» – e cosa vuol dire davvero avere 20 anni: graffiati, ruvidi, indomabili, sfacciati, fragili e imperfetti.

Dopo un disco come Innamoratoche aveva definito come “l’album della transizione” -, l’afflato sembra essere tornato quello di Blu Celeste, e mi racconta che il percorso che lo ha portato fino a qui è stato lungo. «Questo è un album molto vissuto, e volevo che qualsiasi cosa potesse rappresentarmi anche da qui a lungo tempo. Nei dischi precedenti c’erano dei pezzi che erano più dettati dalla fascia d’età in cui ero. In MA’ invece ci sono delle canzoni che si riferiscono ad episodi a cui sarò legato per sempre. Ci tenevo veramente che non ci fosse qualcosa di riempitivo. Penso che in questo disco sia tutto esattamente dove deve essere».

Il listening party di “MA'” ai Magazzini Generali

Quando gli dico che durante il listening party ai Magazzini Generali – «una figata, perché ho visto tutti in faccia: vedere il sudore delle persone è bello, è una di quelle cose che vedi solo quando fai sesso» – mi è sembrato di ritrovare di nuovo quella ribellione e quella spontaneità che lo avevano caratterizzato sin dall’inizio, il viso di Blanco si apre in un sorriso sincero che lo fa sembrare ancora più piccolo di quello che è.

«Sono contento che si colga. Adesso sto vivendo molto di più la mia età, voglio essere un ragazzo di 23 anni e basta. Da quando ho capito questa cosa, per me è stato liberatorio. Sono molto più tranquillo anche su certe dinamiche: non ho mai nascosto i miei difetti – quando sono uscito con Notti in bianco correvo nudo in mutande e la gente del mio paese si chiedeva “ma questo che cazzo sta facendo?” -, ma adesso ho capito che io sono questo, e posso concedermi di sbagliare e di capire».

Il suo lato bambinesco, del resto, è una cosa che Riccardo non ha intenzione di abbandonare. La copertina di MA’ in effetti era già un primo grande indizio, «una foto che aveva fatto mio papà tipo 15 anni fa, una roba vecchissima ma che conosco bene perché in qualche modo la vita me l’ha ripresentata sempre. Quando c’era questo disco abbiamo pensato a tantissime cose, eppure alla fine ho capito che quella era la cosa più semplice, e soprattutto più vera. E poi davvero: non mi voglio bene come me ne vuole mia mamma».

Ma è ancora più chiaro quando scherziamo su quali domande – alla fine di una lunga giornata di promo – non gli sono ancora state fatte e mi risponde che a ognuno sta dando delle risposte diverse, e dunque è curioso di vedere cosa uscirà, quando ridendo mi dice che mangia ancora la pizza con i wurstel e le patatine e il cioccolato con le fragole, e quando parliamo di sogni.

Mentre infatti in Blu Celeste diceva di essere grande per sognare, in Un posto migliore – una “canzone di un pazzo” in cui Blanco, quasi come un Dalla contemporaneo, sembra volare via sulle note malinconiche di un pianoforte che suona in mezzo a una folla distratta e un assolo di sax che funge da perfetto titolo di coda – l’invito iniziale è proprio quello di lasciarlo sognare. «Guarda, proprio ieri sera dicevo che io vivo perché sogno», mi dice quando gli domando com’è cambiato il suo rapporto con questo sentimento. «Io alla fine sono un bambino, e voglio sognare. Mi piace stare in contatto con quella parte un po’ più bambinesca. In questi anni non sentivo tanto di averla persa quanto di portarla su qualcosa che non era quello che volevo a livello di crescita personale». 

Se è vero poi che crescere non significa essere liberi, Blanco sembra avere un motivo in più per tenersi ben stretta la sua parte fanciullesca. «Quando sei piccolo hai un po’ il mito di non vedere l’ora di arrivare a diciott’anni per poter fare tutto, quando invece per assurdo è proprio quello il momento in cui sei libero, in cui gli errori ti vengono concessi e il giudizio degli altri è più clemente». Gli chiedo se da grande – e famoso – è più severo. «È diverso, perché viene visto tutto sotto una lente di ingrandimento. Però per me fallire è una cosa figa, e trovo sia anche il segreto del successo. L’errore – a meno che non sia qualcosa di veramente grave – oggi viene troppo demonizzato. Gli sbagli fanno sempre crescere in qualche modo, e non c’è un’età in cui si smette di farlo».

Stare nel vuoto

Gli domando allora se si sia mai sentito al posto giusto ma nel momento sbagliato. «No. Mi sono sempre goduto appieno tutto quello che ho vissuto: ringraziando Dio mi sono sempre divertito e le cose sono andate bene. Ecco, magari certe cose non le ho ancora elaborate e non ne sono consapevole. Solo col tempo – guardando indietro, prendendosi delle pause – si può riuscire ad analizzarle e a parlarne». 

Riconoscere e saper stare anche nelle emozioni negative, del resto, è una delle cose più difficili. «Dopo un periodo in cui ero sempre di corsa, mi sono fermato, mi sono riconnesso con una parte più profonda di me e ho sentito un vuoto. E probabilmente così è come stai veramente. Il vivere in modo frenetico invece di darti qualcosa in più inizia a svuotarti. Da quando sono piccolo ho sempre sentito un certo disagio, solo che adesso è tramutato in qualcosa di diverso. Questa è una cosa che mi fa stare un po’ male perennemente, ma come penso a tutti, non è che io sia speciale o diverso. Solo che ogni tanto quando siamo felici ce lo scordiamo». 

Prima di salutarci, gli chiedo quasi come un riflesso incondizionato quale sente sia il suo traguardo più importante fino ad ora. Se nella bocca di altri suonerebbe come una falsa modestia, la risposta che Blanco mi dà è perfettamente coerente con la sua voglia di rincorrere sempre qualcosa di più grande: cadendo, sbagliando e rinascendo con la stessa voglia ostinata di sognare. «Non l’ho ancora raggiunto. Quando ero piccolo dicevo a tutti che da lì a tre anni tutti i giorni avrei scritto una canzone. Avevo un grande disagio da tirare fuori e il bisogno di dire le cose in un certo modo. E così è stato. Ora sogno altro».

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