centomilacarie, Io Simone
Gemello e figlio di nessuno, con la rabbia e la voglia di urlare a tutti i propri mostri. Dopo l’EP d’esordio, il MI AMI e la collaborazione con MACE, ecco il primo album “IO, NESSUNO”. La conferma che ci troviamo davanti a una delle voci e delle penne più interessanti del panorama musicale italiano
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Foto di Andrea Venturini
La tuta e il centro scommesse del venerdì sera sono uno stato d’animo perenne. Ti rimangono addosso anche quando è il giorno del tuo compleanno, non c’è la nebbia fuori e sei in una grande città. Sono la noia e i demoni interiori alimentati dalla provincia a stimolare centomilacarie. Un nome d’arte “fastidioso” ed elegante che in molti hanno conosciuto grazie al singolo NON MI RICONOSCO ≠ di MACE e Salmo. Quella canzone però racconta una storia meno recente che ha come protagonista Simone e i suoi mostri. Iniziata in lockdown in una cameretta e proseguita fino a un pomeriggio milanese in cui, quello stesso Simone, prende per la prima volta tra le mani il vinile del suo album di debutto: IO, NESSUNO. «Dopo tutto il lavoro fatto, è una strana sensazione» esclama sorridendo.
centomilacarie ha un’aura musicale a tinte scure, come le ali nere del teaser con il quale ha annunciato il primo album omaggiando il suo mito XXXTENTACION. Il buio che sembra dominare i testi delle sue canzoni non è però accecante. L’anima di Simone si lascia sfiorare dagli scampoli di luce che una carriera decollata tra i banchi di scuola, grazie a un dm su Instagram, inevitabilmente dona a chiunque viva la musica come una valvola di sfogo. IO, NESSUNO, in uscita domani, venerdì 28 febbraio, riflette la libertà e l’incoscienza del suo modo di interagire con gli strumenti musicali e le lettere che sul foglio cambiano posizione di volta in volta mutando il significato alle parole.
Quello stesso istinto che ha imparato a governare grazie ai numerosi produttori che l’hanno affiancato negli ultimi anni – da MACE che l’ha fatto conoscere al grande pubblico ospitandolo nel suo disco, fino a chi ha collaborato al disco, come l’amico Francesco Massidda, okgiorgio ed Estremo – e che di punto in bianco lo spinge sedersi al pianoforte per improvvisare in freestyle e registrare in presa diretta un pezzo a metà strada tra soul e psichedelia come soldati della noia. Spoiler: probabilmente chiuderà i concerti sold out di Milano e Bologna e il suo set al MI AMI. «Per me è stupido parlare di generi. Anche negli ascolti ho le mie fasi: ora sono in fissa con il glam rock inglese e il cantautorato italiano. Qualche mese fa ascoltavo invece soprattutto musicale strumentale ed elettronica, tipo Aphex Twin».
Quando esplodi dal nulla a sedici anni, la tentazione è di voler essere qualcuno. A centomilacarie interessa solo salvarsi e, come molti altri della sua generazione, stenta a dare un volto definito ai suoi mostri. Accettarlo e imparare a conviverci non è detto che basti. Per questo è nessuno. Le sue canzoni parlano di paure e gemelli, reali o immaginari, a loro volta figli di nessuno. Con la malinconia di chi deve fare i conti con un mondo inadatto per una mentalità provinciale, la rabbia di chi non ha altro sentimento da cui prendere ispirazione e quella voglia di vivere e respirare a pieni polmoni che a volte si ha paura di accettare.
L’intervista a centomilacarie
Tutto è partito da quando avevi sedici anni. Oggi sei qui e hai il vinile del tuo primo album tra le mani. Che effetto fa?
Eh, è cambiato tanto, anzi è cambiato tutto. Sono partito da una cameretta e da un computer mezzo rotto. Il fatto di trovarmi qui con un disco fisico al quale ho lavorato io con l’aiuto di altre bellissime persone che ho conosciuto durante il viaggio… è una cosa che non avrei mai immaginato.
E a livello di mostri cosa è cambiato? Aumentati o diminuiti?
Sono ancora tanti: aumentati per alcune cose, diminuiti per altre. Sono mutati, diciamo. A sedici o diciassette anni pensi molto meno alle conseguenze delle tue azioni quindi sei un po’ più libero. Adesso ho dei mostri miei, ma sono anche più consapevole. Quindi, nel complesso, non so se la situazione è migliorata o peggiorata. È diversa. Scrivere questo album mi ha aiutato.
Il fatto di aver perso questa “incoscienza” ha reso più complicata la scrittura perché ti fai molti più problemi, oppure vale il contrario?
Da un punto di vista musicale ho acquisito più consapevolezza, sicuramente, perché il fatto di lavorare con tutti questi professionisti ti aiuta anche nel modo di pensare. Inizi a farlo in maniera “musicale”. Per quanto riguarda la mia scrittura l’essere incosciente è rimasto il mio marchio di fabbrica. In molte cose voglio proprio rimanere inconsapevole per far sì che rimanga una certa magia. Sto cercando di imparare a stare nel mezzo, senza eccedere né da una parte né dall’altra. Per esempio, la collaborazione con Francesco Massidda mi ha fatto svoltare su questo aspetto più umano. Mi ha regalato la serenità. Sti cazzi se un pezzo non riesci a scriverlo subito.
Perché di solito sei in ansia quando scrivi?
Capita a volte. Oggi per me andare in studio vuol dire lavorare e raggiungere un obiettivo. A volte però succede che ti trovi davanti al foglio bianco e non riesci a scrivere nulla. Magari vai lì con un’idea ma non sai cosa dire di preciso. All’inizio questa cosa mi creava uno stato d’ansia e di scontentezza che poi si ripresentava ogni volta. Lavorare con Francesco Massidda, il fatto che lui prima di tutto sia un amico – ci siamo conosciuti per caso durante una session – mi ha fatto svoltare. solite cose, per esempio, è nata in uno di quei momenti: ero in session e non veniva fuori niente. Poi di colpo, divertendoci con suoni più elettronici, è nato quel ritornello. Ho capito che se una cosa succede, bene. Sennò amen. Per questo non sarò mai il tipo che scrive la canzone per Sanremo: deve nascere da sé.
Lavorando con tutti i vari produttori, immagino che l’approccio cambiasse in continuazione.
Quando conosci tutte queste persone diverse, penso a Giorgio (okgiorgio n.d.r.) Estremo e MACE, anche se non è in questo disco, ognuno ti dona qualcosa. Io per un periodo ho anche lavorato nella ristorazione e il contatto con la gente in ogni caso ti arricchisce. Lavorare con tutti questi professionisti in maniera differente mi ha insegnato districarmi nelle varie situazioni, sia positive che negative.
Nel disco il concetto di “nessuno”, non è solo nel titolo, ma torna in vari brani. In un’epoca in cui tutti puntano a mostrarsi perché vogliono essere “qualcuno”, come mai questa scelta?
Immagino che sia un atteggiamento che va controcorrente. Secondo me l’idea di partire l’intenzione di diventare qualcuno è una pagliacciata. Non ha senso. Nel mio caso poi, conoscendomi, il pensiero costante mi renderebbe ancora più ansioso. È bello sollevarsi da certi concetti e lasciare che le cose accadano. Per me questo vale per la vita in generale. Poi io sono un tipo molto timido e che si imbarazza facilmente. All’inizio cercavo di tenere nascosto persino ai miei compagni di scuola che scrivessi canzoni. Quando l’hanno scoperto negavo. Mi arrabbiavo pure quando mi dicevano: “Dai, adesso facci sentire la tua roba!”.
E come hai gestito il fare musica durante gli anni scolastici?
In realtà non la gestivo, ero sempre stanco. In classe dormivo e questo faceva imbestialire ancora di più i professori che già non mi vedevano di buon occhio perché non studiavo ed ero un casinista. Con la scuola ho avuto un rapporto complicato fin dalle elementari. Essendo l’unico bambino disgrafico mi hanno rotto un sacco le scatole perché in certe cose non riuscivo. Quello mi ha portato a non impegnarmi più. Quando mi hanno diagnosticato la disgrafia è stata una liberazione. Oggi sono contento che ci sia questa attenzione maggiore e che stia scomparendo lo stigma. Fossi nato qualche anno più tardi magari sarebbe stato meno complicato.
A proposito di scrittura, è strano che, nonostante i tuoi brani siano molto cantautorali, tu abbia iniziato suonando. Quando sono arrivate le parole?
Sì, è vero. Fin da quando ero minuscolo, con il violino, ho sempre “toccato” degli strumenti anche se spesso non in modo serio, molto più da autodidatta. Durante il lockdown mi ricordo che, non avendo proprio niente da fare, mi sono messo al pianoforte e ho iniziato a suonare le colonne sonore dei videogiochi. Poi da lì estrapolavo le note e facevo delle melodie mie. La noia provoca questo (ride n.d.r.). Il metterci le parole è stato il passo immediatamente successivo perché ne sentivo l’esigenza. È stato piuttosto naturale e in qualche modo mi ha permesso di accettare e sfruttare in modo creativo la disgrafia. Io poi sono una persona distratta e con la testa tra le nuvole. Ciò amplifica tutto.
E il rapporto con la tua voce è cambiato? Ti dà ancora fastidio ascoltarla?
Ormai devo farlo per forza. Quando mi mandano il master o devo fare delle modifiche sono obbligato ad ascoltarla perché è il mio mestiere. Però lo faccio solo se devo. Non ascolto le mie canzoni. Un po’ come gli audio Whatsapp.
In tg1 tu descrivi la provincia attraverso vari personaggi, con un occhio quasi neorealista. Quanto è stata un ostacolo o uno stimolo per te?
È stata un po’ una lama e un po’ un bacio. Di per sé i sognatori in provincia non vengono visti benissimo. Nel mio caso io ero anche alternativo perché nella mia zona va molto di più il rap. Allo stesso tempo però, il fatto di non avere niente intorno, abitando in una cittadina come Castellanza, ti stimola. Se fossi nato in una grande città e avessi avuto tutto probabilmente non sarei finito a registrare in macchina o nei boschi con gli amici. Non mi sarebbe neanche passato per la testa.
Questo mi ha aiutato, ma mi ha anche lasciato una mentalità provinciale. Se devo passare a Milano per una serata mi scoccia perché sono abituato ai posti piccoli e mi viene l’ansia. Infatti, per un bel po’ credo che rimarrò in provincia. In fin dei conti non credo sia un pro o un contro: è uno status.
Uno dei temi che tocchi spesso nelle tue canzoni, è il malessere giovanile, inteso come depressione, ma anche difficoltà nell’avere relazioni. In notte vodka canti di uno «scudo troppo spesso». Secondo te come mai la tua generazione e quella precedente sono così cupe, al contrario magari di artisti più navigati che cantano la positività?
I fattori sono tanti per me, soprattutto la tecnologia e i social. Oggi la prima e l’ultima immagine che vedi nell’arco di una giornata è quella di un’altra persona. Magari la mattina nemmeno fai in tempo a specchiarti. Non puoi fare a meno di paragonarti a qualcun altro. Tutto questo mettersi a confronto crea dei problemi, non solo a livello di autostima: siamo iper-stimolati. Io stesso delle volte chiamo il mio manager perché magari ho visto qualcun altro fare qualcosa di meglio e mi sento turbato. Nelle relazioni vale la stessa cosa: il cellulare porta alla tossicità e alla mania del controllo sul partner. Poi è anche vero che la tecnologia ha anche il suo lato positivo: i miei primi pezzi li ho pubblicati su Soundcloud.
In subaru canti proprio di una relazione tossica e c’è un verso significativo per me: «Dove vai a cercare futuro nelle mani di qualcuno». Tu lo stai cercando?
Per il momento no. Ho un carattere un po’ difficile e per avere relazioni sane bisogna essere consapevoli dei propri problemi. Devo ancora lavorare tanto su me stesso e imparare a sostenermi da solo. Non bisogna mai finire troppo nelle mani di qualcuno. Il compagno deve essere un’aggiunta, altrimenti si rischiano dinamiche tossiche.
Hai descritto IO, NESSUNO come una salvezza. Riesci a identificare da cosa devi salvarti?
La verità è che ci provo da tanto tempo. Ho bruciato parecchie tappe e quindi mi sono accorto precocemente di avere dei problemi. Sin da quando ero abbastanza piccolo, prima rispetto ad altri bambini. Però, insomma, a volte anche l’accettazione risolve un problema. Il disco mi ha aiutato in questo processo, infatti è pieno di cazzi miei e sentirmeli cantare in faccia mi turba. Per questo mi imbarazza ascoltarlo.
Questo però è un metro di giudizio quasi infallibile…
Sì. Se riascoltando una mia canzone provo disagio allora vuol dire che funziona e che sono stato sincero.
centomilacarie si esibirà dal vivo il 13 marzo al Covo Club di Bologna (sold out), il 16 marzo al Largo Venue di Roma e il 21 marzo alla Santeria di Milano (sold out). L’artista è stato annunciato anche nella line up del prossimo MI AMI Festival 2025 in programma il 24 e il 25 maggio.