Maria Antonietta e Colombre: «Siamo felici di essere a Sanremo con un brano che non parla solo di noi»
“La felicità e basta” non è la canzone d’amore che tutti si aspetterebbero da una coppia sul palco e nella vita in gara al Festival. I due cantautori, tra autoironia e anni ’80, sono pronti a sparigliare carte e categorie, alla faccia delle semplificazioni
Non si può negare. Quando si è saputo che Maria Antonietta e Colombre avrebbero partecipato al Festival di Sanremo tutti abbiamo pensato la stessa identica cosa: “Si presenteranno con una canzone d’amore”. Il che, se da un lato è giustificato dal fatto che il loro album Luna di miele fosse ambientato tra le pareti colorate della loro relazione, dall’altro è una semplificazione che viene spontanea alla luce del recente passato. Sul palco dell’Ariston le coppie, da Albano e Romina ai Coma_Cose, spesso hanno celebrato la loro unione sentimentale. Stavolta le caselle non esistono perché i due cantautori marchigiani hanno alle spalle altrettante carriere soliste molto differenti. Il loro primo album insieme, uscito lo scorso anno, è nato come un divertissement e un modo per uscire dalla comfort zone.
«Quando ti senti bene padrone del tuo mondo e del tuo modo di fare musica e scrivere è una sensazione bellissima. È una conquista» spiega Maria Antonietta. «Tuttavia, è necessario talvolta uscire dal proprio recinto per scoprire e imparare nuove cose e soprattutto non appiattirti». A maggior ragione, se già quel disco era un modo per Giovanni e Letizia per uscire dai loro rispettivi abiti artistici, ancora di più per il palco di Sanremo avevano bisogno di un ulteriore passo oltre il confine della comfort zone. Felicità e basta lo descrivono come un brano politico con un vestito pop dove il noi non è più un due ma un numero indefinito e universale.
Anche per questo motivo sul palco con loro salirà anche quell’attitudine da club di provincia, per esempio, già l’anno scorso si è presa la scena con Lucio Corsi. Perché è la provincia, in questo caso quella marchigiana, il luogo dove sempre di più accadono le cose. Con Maria Antonietta e Colombre, alla vigilia del loro debutto sanremese, abbiamo parlato anche di come si sopravvive in certi luoghi, di come si alimenta una scena indipendente e dei loro programmi futuri che al momento sono tutt’altro che progetti. «Bisognerà vedere come ci sentiremo. Magari saremo talmente entusiasti che ci verrà da scrivere subito quattro canzoni. Oppure saremo così stanchi ed esauriti che preferiremo tornare ai nostri progetti solisti». Intanto, si godono il momento cercando di non impazzire.

L’intervista a Maria Antonietta e Colombre
A livello di ansia come siete messi?
C: Fa un po’ paura, ma meno male che c’è. Se non facesse paura saremmo dissociati o saremmo dei robot. L’emozione alla fine muove tutte quante le cose. Quando devi cantare o quando senti i concerti dei tuoi idoli, spesso sono legati a dei sentimenti. Mi viene sempre in mente il Live Aid dei Queen. Erano in completo decadimento, nessuno credeva più in loro, e dovevano fare venti minuti in un contesto difficilissimo. Con grande dedizione al lavoro, si preparano, fanno le prove, si rimettono insieme, fanno pace, vanno lì e spaccano. Freddie poi va verso la telecamera e mima l’atto sessuale, quella è l’emozione e l’incontrollabilità.
E voi quanto spazio lascerete a quel lato?
C: C’è un 80% di duro lavoro e preparazione. Suoneremo gli strumenti, quindi ci sarà il cervello separato dal punto di vista sia delle mani che per la voce. Quello che serve per fare una performance buona. Il restante 20% sarà invece di imprevedibilità, che tu non sai cos’è. Dipende dall’emozione, dalla vitalità, dall’essere umani.
M: Ovviamente Sanremo è un programma televisivo, c’è una regia e ci sono delle cose da stabilire un’prima. Ma non saremo affetti dalla sindrome del balletto TikTok, non ne siamo capaci. Non amiamo mai impacchettare mai troppo le cose. Cerchiamo di preservare il più possibile la naturalezza e la spontaneità che alla fine sono le cose che ci fanno scrivere le canzoni. Sarebbe un po’ folle castigarle.
Voi arrivate dai club e dall’underground. Vi eravate mai immaginati sul palco dell’Ariston?
C: A volte per gioco, per farti due risate con te stesso. Alla fine, credo che sia una questione di momenti. Le cose arrivano al momento opportuno, come quando hai un libro nella tua libreria che sai che è lì, ma ancora non l’hai letto. Arriverà il momento in cui lo prendi e sarà quello il momento giusto per leggerlo. Ecco, questa di Sanremo è una tappa del percorso. La vita ha deciso così.
M: È un’opportunità per mettersi in gioco e uscire dalla zona di comfort dove si sta per forza di cose comodi ma è più complicato crescere. Spesso riesci a cogliere l’anima dei grandi artisti quando si spogliano dei loro vestiti consueti. Penso a Serge Gainsbourg che va a Kingston in Giamaica perché rimane folgorato da Peter Tosh, o alle fasi di Bob Dylan.
Per certi versi, per voi, scrivere un album insieme è stato uscire dalla vostra zona di comfort.
C: Sì, c’era la voglia di staccarci un attimo dai nostri percorsi singoli e metterci in gioco con un punto di vista diverso. Per quello che è venuto fuori un disco come Luna di miele con dentro un sacco di reggae, un sacco di cose che magari nei nostri album non sarebbero mai finite. Fare quel disco là da persona timida e riservata come me, è stato complicato. Mi sono dovuto forzare a fare un disco dove raccontavo dei cavoli miei con la mia ragazza (ride, n.d.r.).
M: Soprattutto c’è molta dell’ironia che nei nostri rispettivi percorsi non si evinceva nella scrittura e che invece nelle nostre vite è una presenza ingombrante. La felicità e basta è un ulteriore superamento di quell’album che era molto incentrato sulla nostra relazione. Nel brano che portiamo a Sanremo il “noi” diventa universale e quasi politico. D’altronde, l’amore è la cosa più politica che c’è, soprattutto in questo momento storico.
Questo pezzo l’avevate tenuto da parte durante la scrittura di Luna di miele?
C: È arrivata completamente a caso. Come dice Alan Sorrenti, bisogna avere sempre le antenne dritte per catturare le canzoni nell’aria. L’estate scorsa, a un karaoke con un mio amico, parte Messy di Lola Young che a quel tempo non conoscevo. Mi è venuta in mente un’idea melodica e Letizia ha subito scritto la prima strofa. In questi casi capisci proprio che c’è qualcosa di speciale che non puoi controllare e che devi sfruttare subito.
M: Se dobbiamo scrivere una cosa per forza, con un obiettivo ben specifico, non funzioniamo. È una modalità perversa che ostacola la mia creatività. Infatti, per fortuna, quando ci hanno chiesto se avevamo una canzone da proporre per il Festival, per fortuna ce l’avevamo già pronta.
In Sui tetti come i gatti cantavate: «Io non sopporto la tristezza / non me la sono meritata». Stavolta l’evoluzione è la ricerca della felicità.
M: È un bel link perché quel testo è direttamente collegato. Spesso quando ti senti triste o senti di non aver raggiunto determinati obiettivi ti viene da dire: «Me la sono meritata perché magari non mi sono impegnato abbastanza o perché non sono bell* a sufficienza». Abbiamo sempre la percezione che la nostra felicità o la nostra infelicità siano una questione di merito. Invece la felicità è un diritto. Tu sei vivo e ti spetta di essere felice anche se a volte sei mediocre o commetti degli errori. Anche se non sei il più bello e performante. Senza contare poi che non tutti partiamo dallo stesso punto di partenza, ci sono anche questioni di privilegio che determinano risultati e successi. Con La felicità e basta vogliamo scardinare questo meccanismo che ti riempie di sensi di colpa.
C: Penso ad esempio ad Ableton Live. Quando esporti una canzone c’è subito l’opzione per caricarla su SoundCloud. È una cosa bellissima il volerlo subito dire a tutti quanti, però è anche inquietante perché ti mette subito in competizione con il resto del mondo per vedere il risultato. Il ragazzino di sedici anni che ha composto la sua prima cosa si scontra subito con la società performativa e rischia di perdere per strada l’aspetto più importante: la sensazione di felicità nell’aver creato qualcosa.
Nel brano di Sanremo parlate di fare una rapina. Cosa rubereste l’uno all’altra e viceversa?
M: Ruberei la sua faciloneria, nel senso che Danilo non drammatizza mai. Ha questa tranquillità che non lo abbandona in qualsiasi contesto. È un bellissimo atteggiamento nei confronti della vita, io sono molto più controllora. Artisticamente prenderei la sua capacità di orchestrare gli arrangiamenti e far cantare dialogare e tutti gli strumenti e farli dialogare tra loro.
C: Io ruberei la sua bravura nel riuscire a catturare il momento. Mi ha sempre affascinato che è in grado di prendere un sentimento che stai provando e catturarlo a tal punto che magari in breve riesce a farci una canzone o un testo. A volte mi sono sorpreso di come scompaia e dopo mezzora riappaia con qualcosa di nuovo. Io sono più meticoloso e riflessivo, ho bisogno di ragionare ragiono molto sui testi e sulla musicalità. Lei è molto più diretta. Perende la chitarra anche con i due accordi, bam!
Cosa ne pensate del fatto che in molti vi descrivono come la coppia di Sanremo? Un po’ come era per i Coma_Cose.
M: C’è molta pigrizia purtroppo. Non è che se una coppia fa musica e occupa una casellina del puzzle, tutte le coppie che verranno dopo occuperanno per forza di cose lo stesso posto. È una semplificazione contro cui possiamo fare poco se non scrivere canzoni e essere noi stessi. Come il mondo ti percepisce è una cosa che, almeno per il 60%, è fuori dal tuo controllo.
C: Noi andremo a Sanremo come due cantautori con due carriere diverse alle spalle. Poi è ovvio, non sono ingenuo, so benissimo che in un contesto del genere il grande pubblico magari ignora il nostro passato individuale e ti percepisce come un’entità unica. L’essere una coppia è un dato di fatto. Sta a noi dimostrare e raccontare chi siamo.
M: Anche per questo siamo molto contenti di gareggiare con un brano che non è una canzone d’amore, ma un pezzo più politico, pur essendo vestito in modo pop. Sicuramente ci aiuterà a non essere appiattiti dentro la casellina classica della coppia.
Voi siete tra i pochi artisti originai che avete scelto di restare a casa, nel vostro caso le Marche, e non trasferirvi in un posto dove trovare una scena è più semplice. C’è ancora possibilità di fare musica?
C: Quando Maometto non può andare alla montagna è la montagna che va da Maometto. Non so come dire, la scena te la crei. Nasce da un’esigenza e in alcuni casi te la devi andare a prendere come la felicità, appunto. Quando ero più piccolo in provincia dal nulla abbiamo tirato su un amico etichetta indipendente che si chiamava Marinaio Gaio. Eravamo cinque band di Senigallia, alcuni di Jesi e facevamo match con quelli di Pesaro e Macerata, con scambio date e trasferte. Da lì nascono le cose. La musica è condivisione e la condivisione richiede anche un certo sforzo. Perché poi la scena stessa non può accontentarsi di esistere, ma deve guardare cosa accade nel villaggio accanto altrimenti diventa autoreferenziale e muore.
M: Molte cose interessanti sono venute fuori dai posti più disparati e dalla provincia. Noi siamo lì nelle Marche e sempre lì rimarremo.
