Dargen D’Amico a Sanremo con “AI AI”: «All’Eurovision vorrei vedere un artista palestinese»
A due anni di distanza dall’ultima partecipazione, l’artista torna in gara con un brano che parla dell’intelligenza artificiale (ma non scritto dall’intelligenza artificiale): «mi fa paura l’utilizzo che ne fa l’uomo e il controllo della popolazione»
Dargen D'Amico, foto di Lorenzo Barassi
Dargen D’Amico, in Rai, non tornava da un bel po’: era il 2024, e in gara al Festival di Sanremo con Onda alta, aveva avuto l’ardire di parlare pubblicamente di argomenti scomodi come la politica, l’immigrazione e il genocidio a Gaza, creando un vero e proprio caso (anche se oggi, afferma, vede più facile dare un messaggio: «su alcune cose non ci sono più dubbi, sopratutto su quello che sta succedendo in Palestina»). Da lì, scherza (ma non troppo) lui, «non c’erano stati troppi contatti tra me e la casa Madre. Non mi hanno più chiamato per due anni dopo l’ultima volta, ma fa parte del gioco: c’è chi rischia molto di più quando lavora».
Ma si sa: da brava Mamma, Rai accoglie sempre i suoi figli, anche i più ribelli, e quest’anno Dargen torna all’Ariston con AI AI, un brano che parla di intelligenza artificiale ma non scritto con essa, anche se – come racconta – «avrei voluto uscirmene con la provocazione che il testo lo avesse scritto AI, ma il mio ufficio stampa non me l’ha lasciato fare».
Al suo terzo Sanremo Dargen arriva coerente con se stesso e col suo modo di vedere le cose in un momento storico in cui i confini della verità si fanno sempre più rarefatti e confondibili. Un tempo in cui «per colpa dei telefoni e di quello che vediamo abbiamo perso lo spirito critico, la ragione, la sensibilità, e non capiamo più cosa è vero e cosa è falso». Il suo brano non demonizza l’uso dell’AI, ma riflette sul come la utilizziamo e veniamo utilizzati. «Mi fa paura il fatto che ci saranno categorie più fragili che da subito dovranno pagare prezzi alti, mi fa paura il controllo della popolazione. Fa paura che non sia stato scritto un codice per proteggere i bambini», dice quando gli chiediamo qual è la cosa che lo spaventa di più.
Paure a parte, però, Dargen D’Amico per il suo terzo Sanremo si sente decisamente carico, non fosse altro che dopo il Festival – più precisamente il 27 marzo – uscirà il suo nuovo album, Doppia Mozzarella. «Un disco a cui ho lavorato negli ultimi due anni in compagnia di musicisti con cui ho condiviso qualcosa. Volevo godermi il processo creativo, passare tempo con persone nelle quali ho fiducia e per le quali provo affetto. Sono carico di canzoni, di idee, di cose che ho preparato. Anche se sento un po’ il conflitto con il palco perché non sempre mi sento all’altezza del ruolo».
L’intervista a Dargen D’Amico, in gara a Sanremo 2026 con “AI AI”
Senti un po’ la sindrome dell’impostore?
Più che la sindrome dell’impostore, sento che ci sono delle persone molto più adatte di me a partecipare. Mi concentro sull’idea di Festival di Sanremo e sul fatto che ognuno di noi rappresenta anche una categoria del paese in cui viviamo, quindi divento in qualche modo un rappresentante più che un cantante, e ciò che sento di rappresento sono delle scelte musicali specifiche e un modo di vedere la vita del nostro paese.
Però nelle tue canzoni sei sempre stato un po’ impostore, anche a Sanremo stesso. Hai portato pezzi che erano apparentemente leggeri ma poi avevano un significato molto diverso.
Perché io ho sempre visto così la realtà: a volte qualcosa che ti sembra essere tragico ha poi invece dei risvolti comici, tragicomici, e allo stesso modo magari arrivano con leggerezza delle badilate dalle quali poi fai fatica a riprenderti. Ho sempre riportato questa alternanza di livelli nella musica perché ho sempre cercato di essere coerente con quello che vedo.
Con che spirito arrivi quest’anno rispetto alle altre due partecipazioni?
Sono sempre abbastanza libero dai pregiudizi quando mi avvicino a Sanremo, perché ogni festival è molto diverso da quello precedente: cambia l’epoca, cambia il Paese, cambia l’ambientazione dalla quale vai a esibirti, cambi tu, hai delle reazioni ogni volta diverse.
E com’è cambiato il Paese oggi?
Siamo molto più abituati al conflitto. Tra noi individui, tra le verità – o meglio – tra le post verità, perché ormai la verità non è più così importante, ma è il susseguirsi di versioni di una fotografia. Un po’ come il loop delle immagini dell’intelligenza artificiale che cambia sempre qualcosa fino a distorcere completamente la realtà. Questo è un clima che ci rende disperati, che ci fa dubitare del prossimo, che non ci fa fidare di quello che ci viene detto. È un clima pericoloso per affrontare sfide importanti come quella dell’intelligenza artificiale: non pensare che ci sia da sostenere, proteggere, consolidare un bene collettivo. Ecco, non ci interessiamo del bene collettivo.
Cosa ti fa paura dell’intelligenza artificiale?
L’utilizzo che ne fa l’uomo. Mi fa paura il fatto che ci saranno categorie più fragili che da subito dovranno pagare prezzi alti, mi fa paura il controllo della popolazione. Fa paura che non sia stato scritto un codice per proteggere i bambini, ma sia possibile vendere giochi collegati a ChatGPT che possono essere hackerati e diventare veicoli per lavare il cervello in senso consumistico ai bimbi.
C’è qualcosa che secondo te non verrà sostituito dall’intelligenza artificiale? Io penso sempre allo psicologo, ma poi c’è un sacco di gente che chiede consigli a ChatGPT.
Credo che su questo discorso l’intelligenza artificiale sia ancora molto indietro, perché è difficile interpretare i piccoli e grandi errori del comportamento umano. Anche nella scrittura non riesce a replicare gli errori che facciamo noi, che poi diventano scelte stilistiche. Ti dico questo per adesso, ma quando l’essere umano sarà così immobile da non compiere più nessuna scelta, allora probabilmente l’errore non darà più colore.
Come hai capito che AI AI era il brano giusto da portare a Sanremo?
Avevo cominciato a lavorare a questo brano nell’ultimo anno e mezzo, due anni. Non avevo intenzione di presentarmi a Sanremo, non pensavo neanche che mi prendessero. Poi a ottobre c’è stata una discussione sui primi passi istituzionali sulla possibilità di comporre leggi che riguardano l’intelligenza artificiale. Quando è nata questa roba mi sono detto che forse era il momento giusto. L’idea di un bambino che non avesse protezione rispetto al contatto così stretto con l’intelligenza artificiale mi ha scioccato, e il fatto che non se ne parli ancora di più. Solitamente quando leggo una cosa nel presente e non se ne parla, per me diventa un motivo per scriverne.
Almeno non rischi di scrivere una cosa già scritta. Nelle canzoni si è già detto tutto del resto.
Non credo sia un problema. Forse l’ascoltatore oggi non vuole essere sorpreso, vuole essere accompagnato con un sottofondo musicale.
E tu da autore di testi poco immediati come vivi il fatto che siamo diventati ascoltatori più disattenti?
Sono anch’io diventato un ascoltatore più disattento, quindi mi trovo perfettamente nel momento in cui vivo e capisco che ormai questa è la normalità. Mi sento fortunato perché ho cominciato a fare musica nei primi anni 2000, in un passaggio tecnologico in cui non era più necessario andare nei grandi studi o avere un’etichetta che credesse in te, potevi autoprodurti e distribuire, utilizzare i primi social legati alla musica. Un passaggio epocale mi ha permesso di fare questo, un altro passaggio epocale magari non mi permetterà di continuare, però fa parte del gioco.
Hai nostalgia del passato?
Sono nostalgico quando noto cosa ci stanno togliendo in questo momento sotto i piedi.
Cosa ci stanno togliendo?
I diritti. Quello all’istruzione, alla salute. Sta succedendo lentamente ma sta accadendo. Veniamo da un’epoca in cui i ruoli professionali erano sindacalizzati e protetti e ci siamo fatti raccontare che la protezione fosse un male, che l’essere tutelati sul luogo di lavoro fosse un male.
Ci stiamo battendo abbastanza per i nostri diritti e quelli degli altri? Penso ad esempio alle manifestazioni oceaniche che ci sono state in tutto il mondo per la Palestina.
Io penso che l’utilizzo forsennato del telefono ci abbia talmente rincoglioniti, e il fatto di vedere carrellate di cose leggere alternate a brandelli di corpi di bambini abbia portato il popolo a non essere più sicuro di quello che prova. È più difficile risvegliarsi in questa situazione, ma non è impossibile. Io ho fiducia.
Hai appena annunciato il tuo nuovo album, Doppia mozzarella.
Ci ho lavorato negli ultimi due anni in compagnia di musicisti con cui ho condiviso qualcosa. Volevo godermi il processo creativo, passare tempo con persone nelle quali ho fiducia e per le quali provo affetto. Sono cosciente del fatto che ormai il disco dura una settimana e mezzo, però non mi ha impedito di metterci tutto quello che ho visto e sentito dal 2024 ad oggi. Volevo uscirmene con la provocazione che il testo del pezzo l’ha scritto l’intelligenza artificiale, ma il mio ufficio stampa non me l’ha fatto fare…
Ma è successo?
No, non l’ha scritto l’intelligenza artificiale, anche perché la mia scrittura è fatta di errori, è l’unico modo in cui riesco a farlo. Però nasce dall’idea dell’intelligenza artificiale e quindi in qualche modo l’ha scritto anche lei. Magari sarà il mio ultimo disco senza intelligenza artificiale.
Come hai scelto la cover (Su di noi con Pupo e Fabrizio Bosso, ndr)?
Avevo l’idea di rappresentare in una canzone la coesistenza di diverse scelte musicali, diversi modi di intendere la musica, creare un messaggio unico. Non era facile trovare un grande rappresentante della musica italiana che si prestasse a una rielaborazione, poi ho trovato Pupo e Fabrizio Bosso che hanno accettato sulla fiducia, senza ascoltare. Adesso capiremo se hanno fatto bene a fidarsi o meno.
A Eurovision hai pensato?
Non ci ho mai pensato in vita mia, ma negli ultimi giorni sono stato costretto a farlo perché me lo chiedono tutti. Intanto per arrivare a vincere Sanremo devi avere carte che io non ho, e non ho mai pensato di andare a Sanremo per vincere. La mia non è mai stata una musica con la quale vinci delle cose.
Ci andresti?
È come dire “ci andresti a Sanremo?”. Sì, ci vado anche se ci sono alcune scelte di questo paese, di questo modo di agire sulla convivenza tra popoli che io non condivido per niente: come Stato Italiano siamo complici del genocidio a Gaza. Io rappresento un modo di vedere le cose che fa parte della popolazione che vive in Italia e che magari non è d’accordo con le scelte fatte a livello geopolitico, quindi posso anche rappresentare un modo di vedere delle possibili soluzioni. Detto questo, io penso che la musica debba mettere in comunicazione le persone e unirle. Non va boicottata l’arte, ma vanno boicottati i movimenti politici e l’economia.
Anche se dubito che in questo momento abbia il tempo di dedicarsi a queste cose mentre gli portano via la terra con la forza e intorno vede solo morte, io penso che l’Eurovision meriti di vedere un artista palestinese sul palco. E se l’ESC vuole espandersi anche al di fuori dell’Europa, visto che il continente è anche il bacino mediterraneo, allora allarghiamolo davvero a tutti e non solo a qualcuno.
