Ditonellpiaga: «Se fossi una Miss, sarei Miss Ironia»
Abbiamo incontrato la cantautrice romana per farci svelare cosa c’è dietro al suo nuovo album, “Miss Italia”, in uscita venerdì 10 aprile
Ditonellapiaga (foto di Ilaria Ieie)
Canoni, stereotipi e luoghi comuni. Ditonellapiaga affronta tutto questo all’interno del suo nuovo album, Miss Italia, in uscita venerdì 10 aprile. Un progetto discografico che già dal titolo suona come una dichiarazione di intenti a cavallo tra il sarcasmo e la sincerità mostrando anche il lato più intimo della cantautrice romana. Un disco che non contiene featuring proprio perché si concentra su Margherita Carducci e sul rapporto che lei ha con gli altri, sui giudizi e “sull’essere abbastanza”.
Dopo il successo ottenuto sul palco del Festival di Sanremo 2026 con la hit Che Fastidio! – dove si è classificata terza – e l’indimenticabile duetto con Tony Pitony, se l’artista dovesse darsi il titolo di Miss, allora sarebbe quello di Miss Ironia. La stessa che mostra all’interno del suo nuovo lavoro. Ditonellapiaga è un’osservatrice attenta che con coscienza e lucidità abbatte le illusioni e i cliché che quotidianamente circondano le persone. Ma non è tutto, perché lo fa in una maniera pungente e puntale ondeggiando su un sound contaminato tra il pop, la dance e l’elettronica.
Il nuovo album sarà anche protagonista di una serie di live che la vedranno protagonista da giugno a settembre nei principali festival italiani per poi concludersi con due date nei club: il 27 novembre all’Atlantico di Roma e il 30 dello stesso mese al Fabrique di Milano.
L’intervista a Ditonellapiaga
Miss Italia, il tuo nuovo album: già dal titolo si percepisce una certa ironia. Da dove nasce questa esigenza?
Un po’ dalla stessa canzone, Miss Italia. Ho pensato che fosse perfetta come title track perché il disco racconta del mio rapporto con il fallimento e del non sentirmi una vincente. Miss Italia invece lo è ed è anche perfettamente conforme ai canoni. Io sentivo di non aderire a un format. Mi dicevano sempre: “Sei pop, ma non abbastanza per il genere in Italia”. Era sempre non essere mai abbastanza qualcosa. Il concetto di rispettare dei canoni l’ho sentito molto nella mia carriera musicale. L’approccio ironico è il mio modo di comunicare nelle canzoni e lo rivendico.
Citavi il rapporto con il fallimento. Tu come lo vivi?
Con l’accettazione. Bisogna passarci. Nella canzone Io, all’interno del disco, affronto proprio questa tematica in cui realizzo di aver fallito, ma dico anche “non devo farne dramma/mettere un muro/sbatterci la testa/soffiare per soffocare la fiamma e alimentarla”. A volte quando uno soffia per spegnere il fuoco in realtà non fa altro che alimentarsi ancora di più. Forse il segreto è proprio quello di accettare che tutti falliamo e che a volte le cose non vanno come vorremmo, ma va bene così.
A proposito di Io, mi ha colpito il sound: ricorda quasi la Cup Song.
Non era una cosa ricercata. C’è una costruzione con un loop di voci e questo pattern che si ripete può ricordare quella percussività. Il brano è nato in maniera molto creativa. Volevo fare un mantra che iniziasse proprio con la prima persona singolare e, essendo un pezzo su di me, volevo rendere anche la mia voce il main instrument del pezzo.
Il rapporto più difficile che abbiamo è quello con noi stessi quindi?
In questo disco ho affrontato il rapporto con me stessa e con il giudizio sia mio che degli altri. Infatti, non ci sono brani d’amore o in cui ho particolari interazioni con qualcun altro. Se non l’atto di osservare, come in Che fastidio!. Con quest’album ho fatto un lavoro di terapia, anche perché poi ci sono effettivamente andata. Il processo è stato un po’ di pari passo sia con la scrittura che con la psicologa.
Cosa volevi esorcizzare?
Avevo perso il focus rispetto all’autenticità di fare musica. A un certo punto non era più divertente, ma era un obbligo e un’ansia costante da prestazione rispetto al cercare di aderire ai canoni di fare hit. Mi ero profondamente stufata e ho scelto di ricominciare da zero e lavorare proprio su farmi delle domande e capire cosa mi piaceva, cosa volevo raccontare. Volevo vedere dove riuscivamo ad arrivare con il mio producer nella massima spontaneità.
A proposito di canoni, cosa – per citare la sua canzone – ti dà fastidio degli stereotipi legati all’industria musicale odierna?
Forse il fatto che si tende a percorrere strade già battute o comunque a cercare il successo facile. Trovo una cosa che ha funzionato e allora faccio solo quello. Non che questo significhi non mantenere una identità, però magari non tutti possono fare tutto. Se va di moda il country, non significa che io debba farlo perché magari non mi si addice. Anche la rapidità è veramente fastidiosa perché non penso ci sia bisogno di così tanta musica: da una parte perché ne esce troppa e poi perché questa cosa abbassa la qualità. Per carità c’è chi ci riesce a tenere insieme sia rapidità che qualità, però è difficile.
Passando a Bibidi Bobidi Bu, oscilla tra desiderio e compromesso e addirittura c’è un clash dove rappi. Riferendomi al testo, c’è stato un momento della tua vita che hai vissuto come sliding door?
Quando ho scritto Prima o Poi, che è un’altra traccia del disco. Mi è stato proposto di farci un ritornello, invece quel brano ha un drop e per me funziona proprio per quello. Siamo andati da un autore e c’è stato tutto un lavoro su questo brano che probabilmente mi ha fatto stare molto male perché a me non piaceva per niente come stava venendo. Probabilmente se avessi continuato, sarei finita a fare solo cose che non mi piacevano. Invece, è un brano ricco di sonorità. C’è il pop, ma anche tanto della dance e dell’elettronica.
Sono generi che tu ascolti abitualmente o in cui tu trovi più uno sfogo della tua identità musicale?
La seconda. Non ascolto tantissimo musica elettronica, sono onesta. Certo, sono fan di brat, ma più che altro anche per i suoi temi. Mi sono ritrovata a fare elettronica perchè mi sembrava il modo migliore per esprimere i miei pensieri.
In Tropicana Hotline invece citi il “giornalismo vecchio style”, mi ha fatto sorridere l’ironia. Cosa ti dà noia?
La canzone è nata per parlare dei pettegolezzi e di quanto la gente parli male degli altri. Mi piace molto l’outro di questo pezzo perché racconta esattamente quello che è uno dei motivi per i quali parliamo male degli altri e cioè per sentirci meglio noi. Spesso parlare alle spalle è solo un modo per spostare l’attenzione dai noi stessi perché non hai voglia di fare i conti con te stesso.
A proposito di altri, in Hollywood affronti il tema del compiacere la gente.
Noi persone sui palchi ci droghiamo del compiacimento degli altri, soprattutto quando vedi le persone che esultano. Quando poi non succede rischi di andare in crisi. Sempre legandomi al tema del fallimento, percepivo quasi di essere trasparente. Questa cosa mi ha ferita e probabilmente a un certo punto nella ricerca di attenzione ho fatto delle canzoni che erano meno ispirate perché pensavo potessero piacere di più. Spoiler: se sei confuso è meglio stare fermo. Invece quest’album è molto a fuoco.
Brave ragazze invece si allontana dalla ballad di Hollywood ed è un brano molto più libertino.
Sì, c’è quel senso di ribellione degli anni del liceo. Ma c’è anche una sofferenza e una solitudine dietro. Da una parte magari ti senti libera, indipendente, però poi in realtà vuoi semplicemente qualcuno che ti capisca e ti comprenda.
E tu come la vivi la solitudine?
Non la vivo malissimo. Ora non sono più tanto abituata a stare da sola, ma anche prima non sono mai stata una di quelle persone che deve per forza stare con gli altri. Sono abbastanza un animale sociale.
L’album si chiude con La verità. Qui la tua voce è molto delicata ma su una base di cassa dritta. Come è nata questa sperimentazione?
Il primo suono è una sorta di drone e lì ho iniziato a farci sopra delle melodie molto Irish. Mi sembravano un rito. Il pezzo è un poì cinematografico, molto sullo stile Euphoria. Anche qui sono riuscita a essere molto spontanea, libera anche nella scrittura. E poi c’era gran sintonia tra me e Alessandro Casagni, il producer. In generale il disco è molto dance quindi anche ai live ci sarà molto clubbing e dancefloor.
E se dovessi darti tu un titolo da Miss?
Miss Ironia.
