Interviste

La via di Lacrim

La leggenda del rap francese ha pubblicato “Cipriani”, un disco che consolida il suo legame con l’Italia: ce lo ha raccontato

  • Il11 Febbraio 2026
La via di Lacrim

Lacrim

Non capita molto spesso che, in un uggioso pomeriggio di febbraio, una leggenda della scena hip hop europea sia collegata nella tua cucina di un appartamento nella periferia di Milano. Non appena Lacrim – direttamente da una stanza d’albergo a Dubai – entra nella nostra Zoom call per la nostra intervista, il suo status lo precede ma non lo sovrasta. La sua è una di quelle vite quasi mitologiche, tra un’adolescenza travagliata trascorsa a Chevilly-Larue, vicino a Parigi, e il trasferimento a Marsiglia, dove inizia la sua carriera musicale non meno turbolenta e quasi cinematografica, ma che lo eleva tra i grandi della scena d’oltralpe e non solo. Oggi ha 40 anni, racconta di non avere altri numeri nel telefono se non quelli della sua famiglia e dei suoi collaboratori più stretti, si scusa in modo gentile per il piccolo ritardo e sembra aver trovato una sua pace.

Lacrim, foto di Andrea Tafel

Ci incontriamo in occasione dell’uscita di Cipriani, il suo primo album pensato per il mercato italiano in cui ha radunato alcuni dei top player nostrani. Un disco che sancisce non solo la fascinazione di Karim per il nostro Paese, ma che fortifica un legame musicale – quello tra Italia e Francia – che c’è sempre stato. «Ho iniziato a lavorarci un anno e mezzo fa», mi dice Lacrim, «all’inizio ho o fatto cinque o sei sessioni in due settimane solo per capire se il feeling fosse giusto, se amavo davvero il progetto come volevo».

Gli chiedo il perché della scelta di aprirsi a un mercato che non fosse quello francese. «L’ho fatto perché sentivo di avere un nome in Europa che non avevo mai davvero sfruttato. Non avevo mai lavorato veramente sul mio nome a livello europeo, ma so che in alcuni paesi d’Europa mi ascoltano molto». L’Italia, mi racconta, è arrivata in modo naturale. «È il posto in cui conosco gli artisti, se l’avessi fatto – che ne so – in Danimarca non sarebbe stato così spontaneo. E poi amo tutto del vostro Paese: la scena, la cultura, il livello di rap. Non potevo non iniziare da qui. Lo vivo come un omaggio, ecco».

Il primo artista che ha sentito per il progetto è stato Baby Gang, presente in due tracce di Cipriani, Rock e Portofino. «Io e lui abbiamo un rapporto molto stretto», spiega Lacrim, «quindi è stato facile iniziare con un amico. Sono andato a Milano, e per lui è stato naturale farmi sentire a mio agio per cominciare il progetto». Da lì, il lavoro con tutti, rigorosamente in presenza. «Volevamo davvero incontrare gli artisti, ho lavorato in studio con tutti». Mi dice che non è stato semplice – «ci è voluto circa un anno per via degli impegni e delle agende di tutti» – ma il contatto umano era fondamentale.

Mi racconta un aneddoto riguardo la collaborazione con Emma in I Know What You Want, che campiona lo storico brano di Busta Rhymes e Mariah Carey. «Quella è una storia curiosa! Amo tantissimo la sua musica, ma non sapevo cosa potessimo fare insieme finché non siamo entrati in studio. Un’ora prima ero stressatissimo, scrivevo al mio team perché ci avevo pensato tutta la notte e non sapevo cosa fare con lei», mi confida. «Loro mi dicevano: “Vuoi rimandare la decisione?”. Io ho detto: “Assolutamente no!”. Ci siamo incontrati, abbiamo mangiato insieme, parlato mezz’ora ed è stato fantastico: abbiamo capito che quella era esattamente la canzone che dovevamo fare. Abbiamo la stessa età, e quella è la musica che amiamo».

Quello di Busta Rhymes, però, non è l’unico sample presente nel disco, che si apre infatti con la voce di Nina Zilli e la sua L’uomo che amava le donne. Mi racconta che l’idea è nata dall’amore per Italiano Anthem di Sfera Ebbasta e Rvssian, che campiona L’Italiano di Toto Cutugno. «Era iconico per me», dice Lacrim, «adoro questo tipo di connessioni. Anche nell’ultimo album di Lazza c’era una collaborazione con Laura Pausini: lui è enorme in Italia, quindi quando l’ha chiamata lei ha capito subito il progetto. Io però sentivo di non essere ancora abbastanza forte in Italia per collaborare direttamente con un nome così grande. Quindi con il mio team italiano abbiamo cercato una canzone molto forte, che mi toccasse davvero il cuore. Quando abbiamo trovato L’uomo che amava le donne di Nina Zilli ho detto: “È questa”».

Per Lazza, Lacrim sembra nutrire un affetto particolare. «È una persona incredibile», risponde Karim quando gli chiedo qual è l’artista italiano che sente più vicino, sia musicalmente che per attitudine. «Ogni volta mi parla con grande rispetto, mi dice che per lui sono una leggenda. È stato facile lavorare insieme, gli voglio davvero. Sono rimasto sorpreso dall’affetto che provo per lui». Non può poi non menzionare Guè: «Mi rivedo molto in lui: ha una grande cultura musicale, è un OG come me».

Parlando di connessioni e vicinanze, Lacrim associa Parigi a Milano e Marsiglia a Napoli. «Sento che il sole di Napoli è lo stesso di Marsiglia, e anche la qualità della vita è simile: non c’è un ceto sociale alto, non ci sono tanti ricchi, è tutto più modesto». A fare la differenza in entrambe le città, mi dice, è il calore della gente. «A Marsiglia sono affettuose: il primo giorno ti stringono la mano, il secondo giorno ti danno la pace. Ho sentito la stessa cosa a Napoli. E poi il concetto di “partire dal basso” a Napoli è fortissimo. Se ce la fai a Napoli, puoi farcela ovunque nel mondo».

Essere europeo, per Lacrim, è un lusso e allo stesso tempo un qualcosa di inimitabile. «Siamo troppo diversi per mentalità, stile di vita, modo di vestire. Per un italiano o un francese è facile “fare l’americano”, ma per un americano è molto difficile fare l’europeo, quindi non penso succederà», mi dice quando gli domando se in futuro l’America sarà ancora così influente per il rap o assisteremo ad un ribaltamento, con l’Europa al centro della scena. «Gli americani quando vengono in Francia sono tipo “fashion week, vino, formaggi, baci alla francese”», scherza lui, «non conoscono la nostra cultura. Però sono felice che nel Regno Unito ci sia qualcuno come Central Cee: artisti che sfondano le porte e fanno rumore».

A proposito di artisti che sfondano porte e fanno rumore, non posso fare a meno di chiedergli – sulla scia dell’Halftime Show di Bad Bunny al Super Bowl, un vero e proprio statement di cultura latina – quanto sono importanti le sue radici nella sua musica. «Moltissimo», mi dice, «ma le mie radici musicali non riguardano solo le mie origini algerine. In Europa siamo ricchissimi musicalmente: mio padre ascoltava musica francese, soul, reggae, musica araba. Sono cresciuto dentro tutto questo».

La gratitudine verso i suoi genitori emerge poi quando mi parla di quale sia la sua vera vittoria ad oggi. «Le nostre radici sono quelle della seconda generazione: i nostri genitori sono venuti qui, noi siamo nati qui e siamo i primi a farcela davvero. Socialmente è importante, stiamo cambiando il gioco. Alcuni artisti in Italia parlano di rivendicare il dolore della discriminazione subita dai genitori. È una cosa potente, ma per me alla fine si tratta di gratitudine. I nostri genitori sono venuti per darci una vita migliore, hanno dovuto ricominciare da zero. È stato durissimo per loro. Se oggi ce la facciamo, questa è il traguardo più grande».

Sul futuro di Cipriani, Lacrim si sbilancia ma non troppo: «quello che posso dire è che non è finita qui. Se ci sarà un tour in Francia e in Italia? Assolutamente sì».

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