Louis Tomlinson: «Non sentirmi mai completamente a mio agio mi motiva»
A fine gennaio uscirà il terzo album solista del cantautore britannico. Nel frattempo, abbiamo ripercorso insieme a lui le tappe che lo hanno condotto fino a qui
“How did I get here?”. Una domanda, quasi esistenziale, che dà il titolo al terzo album solista di Louis Tomlinson, che ancora una volta si rinnova, cambia pelle e indossa un sound che gli appartiene sempre di più. Alla fine c’è anche un po’ di verità nel dire che siamo la somma delle nostre esperienze. Sicuramente per il cantante un momento importante nella vita che gli ha fatto da sliding door è stato quello di decidere di presentarsi nel 2010 al provino di X Factor UK. Da lì in poi la storia la sappiamo tutti. Louis Tomlinson si è unito ad altri quattro ragazzi allora sconosciuti (Harry Styles, Zayn Malik, Niall Horan e Liam Payne) e insieme sono diventati il fenomeno globale conosciuto come One Direction.
Il 23 gennaio il nuovo progetto discografico di Louis Tomlinson vedrà la luce, anche se qualche spoiler l’abbiamo già avuto con i singoli già usciti come Lemonade e Palaces. Il disco di dodici tracce conferma lo spirito del titolo stesso. Si tratta di tasselli che si uniscono come forme di un puzzle e che contengono la crescita personale e artistica dell’ex 1D.
L’album, come un mantra, riconferma la perseveranza e la crescita di Louis Tomlinson come artista e come essere umano, senza mai perdere la ricerca anche di sound diversi. Dal talent show ai palchi mondiali il cantante non è mai rimasto solo nel suo guscio o nella sua comfort zone, e questo album ne è una dimostrazione.
La dimensione live rimane un punto centrale nella carriera dell’artista che porterà il nuovo album dal vivo. Da marzo, Louis Tomlinson toccherà Europa e Nord America con due appuntamenti da segnare per l’Italia: il 9 aprile all’Unipol Arena di Bologna e il 10 aprile all’Unipol Forum di Milano.
L’intervista a Louis Tomlinson
How did I get here? è il tuo terzo album. Come ti fa sentire?
Mi sento davvero bene. Alla fine di questo processo sei sempre orgoglioso del tuo lavoro e non vedi l’ora che la gente lo ascolti, ma a questo punto c’è un livello di fiducia in me stesso diverso. Sono immensamente orgoglioso di ciò che abbiamo creato.
L’abbiamo scritto in un gruppo piuttosto ristretto, cinque o sei persone in totale. Questa cosa mi piace tantissimo. Mi ha fatto sentire come se fossimo una band, ed è una sensazione davvero bella. Quindi anche quando si tratterà di celebrare il disco, una volta uscito, sarebbe bello farlo insieme a quelle persone. È stata davvero una cosa speciale da realizzare.
La domanda “How Did I Get Here?” è il ritornello contenuto in Lucid, il brano che chiude il tuo album. Perché questa scelta?
Avevo bisogno di trovare il titolo del disco e niente aveva abbastanza ampiezza o forza per me. Nulla rappresentava il disco come avrebbe dovuto. Un giorno, mentre andavo al lavoro, ascoltavo Lucid, ho sentito quella frase centrale, e ho pensato: “È assolutamente perfetta”. Secondo me funziona alla perfezione, proprio come scelta dell’ultimo minuto, e alla fine credo che sia venuto fuori un titolo molto azzeccato.
Poi è anche un sentimento che spero di condividere con i fan. È un po’ quello che voglio che il disco comunichi: mi sento bene, sicuro di me ed entusiasta per quest’anno che viene. Voglio che i fan si riconoscano in questa idea, perché non sarei così sicuro senza di loro. Voglio che si pongano davvero questa domanda.
Parlando delle tracce dell’album, puoi raccontarci un aneddoto dietro a Lazy?
Per quanto riguarda Lazy, se ricordo bene, l’abbiamo scritta dopo Sunflowers. Quest’ultima è stata un momento importante del processo, perché era una canzone che non avrei mai immaginato di scrivere, e quando l’ho sentita per la prima volta ero davvero entusiasta. Lazy è nata un po’ da lì. Probabilmente eravamo un po’ in hangover quel giorno, ci sentivamo pigri per l’appunto, ed è finita dentro la canzone.
Nel comunicato stampa hai detto: “Mi sto permettendo di essere l’artista che ho sempre sognato di essere”.
Sì, lo sono. È una frase un po’ da clickbait, lo ammetto, e tutti l’hanno ripresa. Ma sì, è vero. Prima non mi permettevo davvero di farlo. Affrontavo la pressione a testa bassa senza godermela davvero, senza concedermi di essere l’artista che volevo essere. Con questo disco c’è un’intenzione diversa: non è dimostrare qualcosa, è mostrare qualcosa di cui sono davvero orgoglioso. E c’è una grande differenza.
Parliamo di Lemonade, il brano che apre l’album, con un sound molto distintivo, quasi funk, tra chitarre, tastiere e percussioni.
Doveva sembrare chiaramente un distacco dal disco precedente. Palaces, che ho pubblicato prima, è una sorta di collante tra il passato e il futuro di questo album. Ma volevo che il primo singolo fosse chiaramente diverso: a livello sonoro, emotivo, in tutto. Nico e Rob (Nico Rebscher e Rob Harvey, ndr), che hanno prodotto il brano, hanno fatto un lavoro incredibile. In realtà il riff di chitarra era nato per un’altra canzone, con una melodia diversa, ma non funzionava.
Io però ero ossessionato da quel riff, mi sembrava davvero potente, così abbiamo tenuto solo quello ed è diventato Lemonade. È anche una delle canzoni scritte più velocemente, in circa due ore. C’era una bella energia mentre la scrivevamo, ed è sempre un buon segno.
Dall’altra parte Palaces, che ha un sound quasi opposto.
Sì, Palaces è molto in linea con quello che amo ascoltare. Ha quell’energia grande, quasi da live, anche nella versione in studio. Per me era importante fare un disco diverso, ma anche un disco “da tour”. Canzoni come Palaces sono cose che ho sempre bisogno di fare, sono un istinto che devo soddisfare. Ci sarà sempre spazio per questo tipo di brani nei miei album. Volevo anche che alcune canzoni non fossero immediatamente immaginabili dal vivo. Palaces, invece, è facile da visualizzare, e questo crea anche un po’ di attesa.
Parliamo di Imposter: ha un sound molto misterioso e nel testo dici “I’m the imposter”. Vivi davvero la sindrome dell’impostore?
Sì, penso che ognuno la viva a modo suo. E se non la vivi, probabilmente sei un narcisista. È un lavoro bellissimo, ma anche molto strano quello che faccio, e lascia molto spazio a questi pensieri. Però mi spinge avanti, mi rende ambizioso: è proprio il non riuscire mai a sentirmi completamente a mio agio che mi motiva.
Cosa possiamo aspettarci dai due concerti in Italia ad aprile?
Un’atmosfera incredibile, davvero. Se volete una bella atmosfera, non importa nemmeno se vi piace la mia musica: venite e basta. Io chiamo spesso i miei fan “l’evento principale”, io sono solo lì a cantare in mezzo a loro. L’energia che portano è pazzesca. Sono un grande appassionato di calcio: se fossimo una squadra, la gente ci temerebbe. C’è un’intensità reale nei miei concerti, ed è una cosa di cui sono molto orgoglioso.
Dal punto di vista estetico sarà un po’ diverso dal passato. Finora sono stato molto cupo: neri, rossi, un’estetica rock molto deliberata. Questa volta voglio illuminare un po’ di più lo show. Quindi se siete già venuti, sentirete la differenza; se non siete mai venuti, venite.
In generale vorrei anche ringraziare i fan italiani, perché l’energia ai concerti è incredibile. Non vedo l’ora di vivere quei momenti l’anno prossimo. Grazie davvero: alcuni di voi mi seguono da tantissimo tempo, ed è una cosa molto bella.
L’industria musicale cambia continuamente, tra streaming e social media. Come resti fedele alla tua visione artistica mantenendo il contatto con il pubblico?
Io sono molto old school: mi piace ascoltare i dischi dall’inizio alla fine. È così che scrivo gli album, parte da questa l’intenzione. Non dirò mai a nessuno come dovrebbe ascoltare la musica, ma se potessi, direi: ascoltate il disco intero. La cultura delle playlist ha la sua energia, va bene per i singoli, ma un album va ascoltato per intero, perché è stato pensato così. Finché la gente ascolta, comunque, va bene.
In linea con il titolo del tuo progetto musicale, qual è stato un passo fondamentale che ti ha portato fin qui?
Direi semplicemente il fatto di essermi alzato e aver fatto il provino per X Factor. C’erano un sacco di cose che mi dicevano di non farlo e, a quel punto, era già la terza volta che ci provavo.
Molti fan sperano in una reunion degli One Direction. Accadrà mai?
Onestamente non lo so. Se me lo avessi chiesto tre anni fa, forse avrei detto “sì, magari un giorno”. Ora non so davvero. Se succede, succede.
