Interviste

La viscerale ricerca di Mezzosangue, tra libertà e autosabotaggio: l’intervista

Stavolta il rapper romano non ha aspettato e per la prima volta ha addormentato il suo giudice interiore per lasciarsi andare a un disco diretto e meno “pensato”. Le rime rabbiose, volte a scardinare l’immobilità artistica ed emotiva, sono il fil rouge di un percorso la cui meta non è fondamentale. Per Luca conta solo muoversi e continuare a cercare

  • Il5 Aprile 2025
La viscerale ricerca di Mezzosangue, tra libertà e autosabotaggio: l’intervista

«Disattendere l’ego sembra un impiego» dice Mezzosangue in Kenny Wells, poco prima che parta il ritornello. È uno dei versi che centra in pieno la missione del suo nuovo album e riassume l’attitudine che ha sempre caratterizzato il rapper romano. Nello specifico Luca, l’artista e l’uomo sotto la maschera, sempre pronto a mettere in discussione se stesso e i suoi testi. Basta contare gli anni che intercorrono tra un suo disco e l’altro. Stavolta però è andata diversamente. Niente più paure o meccanismi di difesa. Nessuna attesa. Mezzosangue con Viscerale si è lasciato andare al bisogno di fare musica: «Per la prima volta ho dato priorità alla necessità di “vomitare” piuttosto che costruire» spiega durante la nostra chiacchierata.

L’immediatezza dei testi, molto più diretti e “sporchi”, non ha bisogno di concept. Anzi, è proprio questa caratteristica a creare un filo conduttore. Il disco è diviso in due. Nella prima parte l’introspezione è più cupa e rabbiosa, nella seconda invece c’è un’apertura al desiderio di uscire dall’immobilità e da tutti quei meccanismi mentali che si autoalimentano. «L’unica soluzione è fare» ripete più volte. Come un prospettore che continua imperterrito nella sua ricerca anche se non sa cosa troverà alla fine del percorso.

L’intervista a Mezzosangue

In Idiocracy dici «ho preferito fare tardi» eppure sono solo passati due anni da SETE, molti meno rispetto al passato. Perché ti senti in ritardo?
Sì, infatti quel verso è riferito più ai progetti precedenti ed è in contrasto con la genesi di Viscerale nel senso che questo disco, per assurdo, è stata un’eccezione. Di solito i miei lavori sono stra-pensati, forse troppo, e quindi finisco sempre col fare tardi e col cercare di stare dietro a delle scadenze che non riesco a rispettare e che devo posticipare. Questo album, invece, è spontaneo ed è la prima volta in cui ho lavorato prima al suono che al concept. Volevo proprio fare musica.  

Questo aspetto si percepisce nei testi che, rispetto al passato, mi sono sembrati più “sporchi” e diretti.
È Viscerale per questo motivo. Avevo bisogno di vomitare qualcosa e mi sono preoccupato meno di “costruire”. Non mi interessava la forma del disco, ma volevo andare dritto per la mia strada a prescindere da tutto. Il titolo l’ho scelto anche perché inizia con -vis che in latino vuol dire forza. Ed è proprio questo sentimento di forza che volevo trasmettere fin dal primo singolo Kenny Wells.

Cosa senti di avere in comune con quel personaggio, ti senti un prospettore?
Mi sento molto più vicino alla figura del prospettore che a Kenny Wells nello specifico. Soprattutto per l’idea di cercare qualcosa anche quando non si vede, anche quando non si ha la sicurezza che arrivi e di continuare a farlo anche se non si ha la certezza che quel medesimo qualcosa accadrà. Mentre da Kenny Wells, il personaggio storico, ho preso il concetto della truffa. Lui, con tutte le sue buone intenzioni, persevera nella sua ricerca fino a impazzire nonostante sappia di trovarsi in un grande inganno.

Questo continuo movimento è un modo per vincere l’immobilità, un tema che in Viscerale torna costantemente con più strati di significato, per esempio in Pronoia. A livello artistico, come combatti la stasi e il peso delle aspettative?
Ho imparato a fare, senza fermarmi. Come è successo con questo album, senza lasciarmi condizionare da giudizi esterni e personali. Anche in Sei se parlo della paralisi provocata dalle paranoie, da quella che può essere la tua idea del mondo e di cosa cospira contro di te. Come quando sei stremato dalla lotta e non vedi strade da percorrere. Io sono molto analitico, anzi iper-analitico, e questo non può che condurre all’immobilità alla fine.

Dopo Viscerale, ti reputi ancora il principale hater di te stesso?
Credo che sia una cosa che accomuni tutti. Ognuno è nemico di se stesso. Io tendo a bombardare le mie idee e i miei testi, al punto da autosabotarmi spesso. Trasformare la paranoia in pronoia è trovare una via alternativa. Un modo diverso di pensare che eviti il blocco.

In Immobile dal panico parli invece di un’immobilità emotiva, sia in amore che nelle amicizie. Anche in quel caso stai lavorando per trasformare tutto in pronoia?
Ho capito che il problema è il controllo. Più si riesce a farne a meno, meglio si vive. Il punto è che si deve prima riconoscere che si tende a controllare le cose, solo così poi si riesce a lasciarle andare. Viscerale viene dopo Sete che è un disco che parla di fede nel senso più archetipico del termine. Se io ho fiducia in quello che riesco ad essere, senza preoccuparmi di esserlo, è tutto più bello. Una cosa che ci scordiamo molto spesso è che bisogna trovare il piacere e la bellezza nelle relazioni, nelle amicizie e nella musica. Quindi se c’è qualcosa che non ti fa stare bene, basta non farla, oppure comprendere le radici del malessere.

Come dico in Immobile dal panico, alla fine preferisco essere me piuttosto che cercare di avere dei rapporti di un certo tipo e presentare una facciata. A costo di subirne le conseguenze.

Un’esemplificazione di questo fattore mentale la dai in Valzer con Nayt dove racconti i meccanismi di una relazione tossica.
Sì, quel brano evidenzia come anche la gelosia sia un mostro che si autoalimenta in testa. Inizialmente nella canzone non doveva esserci William. C’era la mia strofa, col flusso di coscienza che parte da un petalo nel bagagliaio, e poi tutta una parte di sound effects che faceva ascoltare dettagli come lo sportello della macchina e il ticchettio delle mani. Tutta una serie di cose che evidenziavano il silenzio rispetto al casino che c’era in testa della persona. Poi abbiamo deciso di coinvolgere Nayt che ha fatto un lavoro incredibile riuscendo ad allargare la visione, soprattutto giocando col maschile e femminile.

E l’idea di inserire Non ti lascerò di Orietta Berti com’è nata?
Eravamo in studio con G-Iaspada, (il produttore n.d.r.), ed entrambi eravamo d’accordo sul fatto che ultimamente si tende a campionare dei brani già forti. Una cosa che non serve a mio parere. È bello far scoprire delle tracce non conosciute. Quindi abbiamo pensato di prendere un pezzo della tradizione italiana che non fosse famosissimo. Orietta è stata molto carina e molto disponibile da subito. Il fatto che il ritornello di Non ti lascerò, con il sax e il violino che si intrecciano, parli di un sentimento opposto alla gelosia del nostro testo, crea un bel contrasto a mio parere.

A proposito di contrasti, Love, lì in mezzo alla tracklist, è un bel momento musicale. Forse dura anche troppo poco.
L’intento era di avere un interludio che dividesse a metà il disco. Parlo di tutto quello che è contro il giudizio ed è l’empatia a vincere. Infatti, ripeto love in modi diversi, rassegnato, rabbioso… insomma per evidenziare il fatto che l’amore ha tante forme e che, nel momento in cui l’empatia comprende quelle forme, il giudizio viene meno. Da lì in poi si sviluppa tutta la seconda parte del disco che, riprendendo il discorso di prima, è quella dell’antiblocco.

A chiudere la prima parte, invece, c’è l’unico pezzo che guarda verso l’esterno, Merge et Libera. Definisci l’epoca moderna come quella degli odiens, un’assonanza con il termine inglese. Anche i diritti sono vittima dell’audience e sono merce?
Sicuramente, soprattutto per l’utilizzo che se ne fa a livello social e nell’immediatezza. Io non critico i mezzi, ma gli approcci. Un approccio veloce è sempre limitante e questa cosa qui, anche dal punto di vista dei diritti, crea delle bandiere che all’occorrenza si sventolano. La realtà è fatta di riflessioni e dinamiche molto più lente. Certe cose, come l’educazione familiare e sociale, non possono essere sbandierate. Secondo me, alcuni movimenti pro-diritti sbagliano proprio in questo, nel tribalizzare le loro battaglie. Anziché unire, si innesca un processo di divisione. Motivo per cui nel titolo ho usato le parole latine opposte a divide et impera, quindi non dividi e comanda, ma unisci e libera.

Alla fine del brano dici: «Senza il coraggio di dire quello che pensiamo finiremo a pensare solo ciò che non fa paura dire. In quest’epoca fa paura dire ogni cosa». C’è censura o è più la paura dell’audience?
Tutte e due. È un cane che si morde la coda. Un artista, per la paura di perdere pubblico, si autocensura. Se tu hai paura di perdere consenso e non hai il coraggio di dire qualcosa, finisci a pensare quello che non hai paura di dire. Così si finisce tutti a parlare di niente. Anch’io mi sono reso conto di esserne vittima, per esempio ci ho pensato tanto prima di pubblicare Merge et libera perché è un brano che può essere facilmente frainteso se ascoltato di fretta. Io non sventolo nessuna bandiera, ma cerco di instaurare un dialogo.

La scena rap odierna vive questa paura secondo te?
Per me questa cosa è stata talmente introiettata che non ci si pone più nemmeno la domanda. Ormai è automatico non pensare a determinate cose perché sono argomenti delicati e la gente stessa spesso non li vuole sentire e non vuole porsi dubbi. Resta il fatto che è un compito che spetta agli artisti quello di aprire al dialogo, ma anche noi, essendo umani, siamo influenzati dal sistema.

Soul of a Supertramp ha compiuto da poco dieci anni. Anche in quel caso sei un hater di te stesso?
No, non posso provare odio per quello che ho fatto. A posteriori noto però che quella rabbia che c’era nel disco era figlia del momento e della stessa educazione che combattevo. Un approccio che, nel bene e nel male, era più giudicante che analizzante.

Quel disco ebbe un grande riscontro. Ricollegandoci al discorso dell’immobilità, credi che il successo di quell’album ti abbia influenzato negli anni successivi e reso più complicato scrivere?
In parte. Purtroppo percepisco costantemente il confronto. I dischi, quando segnano un momento, prima vanno in hype, poi subentra il romanticismo che è difficile da combattere. Soprattutto quando i fan vorrebbero risentire quella stessa rabbia che oggi non posso avere, per forza di cose. Questo però mi porta a fare il contrario e a togliere ancora di più. Quindi da un lato è un limite perché non si può mai essere all’altezza della nostalgia, dall’altro è una spinta a evolvere.

Viscerale si chiude con Vorrei che è composta da una strofa in cui dedichi degli auguri a colleghi ed amici e da una lunga coda strumentale. Se dovessi riempirla con un augurio a Mezzosangue o al Luca sotto la maschera, cosa diresti?
Sai che l’intento di quella strofa vuota era proprio questo? Lasciare uno spazio agli ascoltatori per il loro vorrei. Nel mio caso vorrei eliminare sempre di più i meccanismi di autosabotaggio. Che poi è il fine ultimo di Viscerale. Entrare nell’ottica di dire: “Sono questo punto e basta”.

Il tour nei club

Il “Viscerale Tour” sarà nei principali club italiani il prossimo autunno. Di seguito le date:

  • 25 OTTOBRE ‐ ROMA, ORION
  • 3 NOVEMBRE ‐ MILANO, ALCATRAZ
  • 5 NOVEMBRE ‐ FIRENZE, TEATRO CARTIERE CARRARA
  • 7 NOVEMBRE ‐ PERUGIA URBAN
  • 8 NOVEMBRE ‐ SENIGALLIA (AN), MAMAMIA
  • 14 NOVEMBRE ‐ PADOVA, HALL
  • 21 NOVEMBRE ‐ NAPOLI, CASA DELLA MUSICA
  • 22 NOVEMBRE ‐ BOLOGNA, ESTRAGON 
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