Interviste

Mika, scegliere la luce come risposta a un mondo iperconnesso

Abbiamo incontrato il cantautore britannico-libanese in occasione dell’uscita di “Hyperlove”, un album che segna un ricongiungimento profondo con la propria interiorità e con l’origine stessa del fare musica

  • Il23 Gennaio 2026
Mika, scegliere la luce come risposta a un mondo iperconnesso

Mika

Per questa intervista, Mika ci accoglie con un sorriso aperto in un pomeriggio di gennaio. Un’energia luminosa, la sua, che si riflette con la stessa intensità anche nel racconto del disco. Una luce che, per l’artista, diventa forza e possibilità: un modo per ricordare l’importanza di essere presenti, di sentirsi amati e di concedersi il tempo di ascoltare. È una percezione che lo ha accompagnato durante tutta la lavorazione del suo nuovo album, Hyperlove, vissuta come un momento di sollievo, in cui il buio e la tristezza hanno progressivamente perso intensità.

Elemento centrale del progetto di Mika è il ritorno al pianoforte, scelto come punto di partenza creativo. Non uno strumento tecnico, ma uno spazio di solitudine e confronto, una sorta di “penna” con cui scrivere musica. Un ritorno che lo ha costretto a rallentare e a ritrovare il processo creativo degli esordi, quando suonare significava esplorare possibilità, senza aspettative.

In questa conversazione, Hyperlove emerge così come un disco di maturità e consapevolezza: un lavoro che invita a ridurre il rumore, a riconnettersi con ciò che conta davvero e a scegliere, ancora una volta, la luce come risposta al presente.

L’intervista a Mike per “Hyperlove”

Che cosa rappresenta il concetto di Hyperlove e in che modo si riflette nei testi e nei suoni dell’album?
Con il tempo la vita cambia: cambiano le amicizie, cambia il corpo, cambiano le cose che ami. Alcune se ne vanno, altre tornano. A un certo punto ti chiedi cosa ti rende davvero felice, se i “colori” che amavi prima sono ancora lì, se si sono trasformati. Hyperlove nasce proprio da questa riconnessione con la mia anima e con il mio spirito, per non perdermi. In un mondo di iperconnessione, ipercommercializzazione e iperpolitica, mi è sembrato giusto rispondere con questo disco. 

Perché hai scelto di tornare al pianoforte come punto di partenza creativo per questo progetto?
Il pianoforte è come se fosse la mia penna, la mia matita. È uno spazio di solitudine e di confronto. Non sono un pianista tecnico: suono al servizio della mia scrittura. Tornare al pianoforte mi ha costretto a fermarmi, a restare da solo, a riconnettermi con il processo creativo che avevo all’inizio della mia carriera. Allora suonavo anche semplicemente perché non avevo niente da fare, ed in quella modalità di conversazione con lo strumento, si apre una porta su un mondo dove tutto è possibile.

Come si colloca Hyperlove nel tuo percorso artistico? C’è qualcosa che cambieresti delle tue esperienze precedenti?
Guardando la mia carriera alle spalle, mi rendo conto che i progetti cambiano perché cambiano le priorità. Oggi le domande sono diverse rispetto all’inizio. Non c’è nulla che vorrei cambiare del passato. Cambiarlo sarebbe un gesto superficiale. Anche le parti difficili, la tristezza, la paura, le lacrime fanno parte del percorso. Cambiare il passato significherebbe insultare la vita, e quando insulti la vita le conseguenze sono sempre terribili.

Se potessi dare un consiglio al te degli esordi, quale sarebbe?
Gli direi di rendersi conto che ha il diritto di provare piacere nella situazione in cui si trova. Spesso perdiamo tempo immaginando un futuro diverso o idealizzando il passato, ma così facendo perdiamo il presente. Il tempo che passiamo sognando di essere un’altra persona, o in un altro momento della vita, è tempo che non torna più.

Hai raccontato che il tuo golden retriever, che è stato al tuo fianco per sedici anni, ha influenzato profondamente l’anima dell’album: in che modo?
Sì, è stato con me per sedici anni ed è stato una presenza costante, silenziosa ma potentissima. Attraverso di lui ho capito quanto il legame con un animale possa essere intenso, vero, e quanto spesso non ci sentiamo autorizzati a parlarne, anche se per molte persone è uno dei legami più forti che esistano. Scrivere pensando a lui mi ha permesso di mettere in parole e in musica una sensazione che nella vita quotidiana spesso si perde. È una dedica alla sua anima, a quell’elettricità che comunicava con gli occhi. Metabolizzare quell’emozione e fissarla nella musica è stato un privilegio.

Se dovessi scegliere un’unico elemento per rappresentare lo spirito di Hyperlove e il viaggio emotivo che accompagna l’ascoltatore dall’inizio alla fine dell’album, quale sarebbe?
Luce. Una luce che attraversa il tempo, la coscienza, che può arrivare da lontano o da vicino, che cambia colore ma resta luce. È la sensazione della possibilità. Vorrei che chi ascolta l’album sentisse che ci sono opzioni, che il mondo può essere visto in modi diversi. 

Hai sentito anche tu quella “luce” mentre lavoravi a questo progetto?
Assolutamente: durante il processo creativo, la mia mente, il mio spirito, il mio piccolo mondo sono stati illuminati non dall’informazione o dalla conoscenza, ma da una sensazione di sollievo, come se il buio e la tristezza avessero perso forza.

Articolo di Ludovica Boi

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