Come si realizza un inno delle Olimpiadi? Dardust racconta “Fantasia Italiana”
Il producer multiplatino ha creato la colonna sonora ufficiale di Milano Cortina 2026: una suite di dodici minuti che rende omaggio alle musiche che hanno reso grande l’Italia nel mondo
Foto di Alessio Panichi
Dario Faini, meglio conosciuto come Dardust, non ha bisogno di presentazioni. Per il grande pubblico è l’hitmaker che ha firmato da producer successi di artisti da Sfera Ebbasta a Madame, da Mahmood ad Angelina Mango. Ma alle produzioni pop ha sempre affiancato una produzione solista di ricerca, legata alle possibilità espressive del suo strumento principale, il pianoforte, spesso in formule ibride con la musica elettronica (il suo ultimo lavoro full-length è Urban Impressionism del 2024).
Non sono mancate le soddisfazioni a livello internazionale, come i concerti in giro per l’Europa, l’esibizione sul palco di Eurovision 2022, le musiche di spot trasmessi durante il Super Bowl.
Adesso Dardust aggiunge una nuova voce di prestigio al suo già ricco curriculum con Fantasia Italiana, la colonna sonora ufficiale delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026. Il brano è una suite di dodici minuti ispirata alle due città che danno il nome a questa edizione dei Giochi e pensata come un variegato omaggio alle tante sonorità che musicalmente hanno reso grande l’Italia nel mondo, dalla musica classica a Giorgio Moroder, passando per il maestro Morricone.

L’intervista a Dardust
Il tuo rapporto con le Olimpiadi non è nuovo: già nel 2022 a Pechino realizzasti la colonna sonora della cerimonia del “flag handover”.
Sì, è stata un’esperienza molto formativa. Anche in quel caso ho realizzato un segmento musicale di una dozzina di minuti ma questa volta il compito era un po’ più arduo, ambizioso. Avevo una grossa responsabilità: dare musica ai valori dei giochi olimpici, ma anche rappresentare l’Italia sul lato simbolico e musicale.
Il paradosso è che, pur avendo tanta pressione, la musica è uscita fuori di getto, senza nessun calcolo mentale. È partito tutto dal tema principale di cinque note, ovviamente legate ai cinque cerchi olimpici. È stato un lavoro molto ispirato e con pochi cambiamenti: quello che è venuto all’inizio è rimasto fino alla fine.
Per la realizzazione di Fantasia Italiana hai ricevuto indicazioni di qualche tipo o hai avuto carta bianca?
Mi hanno trasferito i valori dei giochi olimpici che si aspettavano di ritrovare nella composizione: un certo tipo di epicità, la solennità delle gare, l’adrenalina, ma anche un’idea di italianità. Però poi la traduzione di tutto ciò in musica è un processo del tutto non cosciente. Nessun mio lavoro è stato così poco condizionato dall’aspetto razionale: è stato tutto molto fluido.
Hai detto: “La musica delle Olimpiadi è la colonna vertebrale emotiva dei Giochi: dà ritmo, identità e solennità”. Nel tuo lavoro per Fantasia Italiana che equilibrio hai trovato fra questi tre ingredienti?
Sono partito dai luoghi: Milano e Cortina sono stati i due perimetri simbolici. Milano è fatta di geometria, verticalità, prospettive. L’aspetto urbanistico della città è stato tradotto con un certo tipo di elettronica. Cortina invece è vento, montagne, natura, che ho tradotto con l’organicità del pianoforte e dell’orchestra. C’è una dualità in questo lavoro che rappresenta anche l’equilibrio fra tradizione e innovazione: per me nessuno dei due vince sull’altro, è unione, integrazione.

Sempre citando le tue parole, hai detto che il brano “si compone come un film di venti scene. Ognuno di questi venti segmenti ha un’anima differente”, accomunati però da un tema musicale di cinque note. Perché hai scelto questo approccio eclettico anziché puntare su un unico sound?
Perché l’Italia non è fatta da un unico sound e volevo metterci dentro tutti i mondi musicali che mi hanno appassionato e hanno reso grande il nostro paese nel mondo. Ci sono omaggi al maestro Morricone, a Moroder, ai Goblin, a Rondò Veneziano, al progressive, alla pizzica, ai cori alpini… è davvero una “Fantasia”, un viaggio di dodici minuti dove accade di tutto. È un viaggio nello spazio e nel tempo che non ha coordinate.
Il brano si avvale della collaborazione con una grandissima voce, Susanna Rigacci, storica collaboratrice di Morricone. Com’è stato il lavoro in studio con lei?
Lei è un talento incredibile. È stato un lavoro veloce ma preciso, siamo andati molto nel dettaglio delle sfumature della sua vocalità. Lei ha una capacità molto poliedrica sull’emissione vocale, sull’emozionalità, sull’espressività. È stato per me un onore ma anche un lavoro alla pari, in cui lei si è messa totalmente in gioco, molto disponibile a sperimentare con la sua voce.
Qual è il tuo rapporto con lo sport? Ci sono discipline che pratichi o che comunque ti appassionano in modo particolare?
Fino ai diciotto anni sono stato sciatore e nuotatore. Poi ho avuto un incidente sugli sci che mi ha spaventato e non sono più tornato a sciare (ma non è detto che non ci riprovi in futuro).
Io sono laureato in psicologia e ho fatto un esame di psicologia dello sport, che mi è rimasto impresso soprattutto per il concetto di arousal, lo stato di attivazione di uno sportivo in vista della gara che non deve essere né troppo alto né troppo basso, per dare il massimo rendimento.
Ho sempre trasferito questo aspetto nella mia filosofia creativa e di performance sul palco. Mi affascina la dimensione di sacrificio, di duro lavoro che dura mesi, anni, che vengono giocati nel giro di pochi minuti o pochi secondi. Dal punto di vista simbolico è un messaggio molto potente per tutti.
