Pyrex abbraccia il suo lato più dark: «Mi sono riappropriato del mio alter ego per riconquistare il genere»
Abbiamo incontrato il rapper per parlare del suo nuovo album “THE KING OF DARK” in uscita oggi, di nostalgia verso il 2016 e della Dark Polo Gang
Brutalista, crudo, diretto, consapevole, cupo e squisitamente trap. Del nuovo album di Pyrex si intuisce già la piega dal titolo evocativo: KING OF DARK. Nel suo terzo disco solista, l’ex membro della Dark Polo Gang, da “principe Pyrex” diventa re. L’artista, come ci racconta, si autoproclama un rappresentante principale del genere, dell’oscurità e dei suoni, per l’appunto, dark.
Per Pyrex la zona grigia non esiste, è tutto bianco o nero, e lo rende molto chiaro in tutte le 12 tracce del suo nuovo progetto discografico nel quale non manca la partecipazione di amici e colleghi (quasi tutti) dai tempi del 2016. Tedua, Sfera Ebbasta, Capo Plaza e Shiva sono solo alcuni dei nomi figli della wave che quest’anno compie il suo primo decennio. Tra le collaborazioni ci sono gli emergenti Rrari Dal Tacco e Flaco G e, infine, ciliegina sulla torta, dei feat (separati) con tutti gli ex membri del collettivo dark: Tony Effe, Side Baby e Wayne.
Proprio come Bruce Wayne con Batman, anche Dylan Thomas Cerulli si è servito del suo alter ego musicale – Pyrex -, in questo caso, per tirare fuori dei brani estroversi. Tracce che mostrano un’evoluzione del suo percorso come artista pur restando fedele alle sue radici. C’è anche un pizzico di nostalgia dolce-amara, la stessa che ci porta a riguardare le foto di dieci anni fa. Resta il fatto che le canzoni intime sono meno delle dita di una mano. Lo spirito trap, invece, prende il sopravvento.
L’intervista a Pyrex
KING OF DARK: un titolo molto evocativo per il tuo progetto, infatti ci sono molte sonorità scure.
A me piace l’idea di creare un personaggio. Questo titolo mi fa pensare a un film e io volevo proprio un nome un po’ cinematografico. Nasce dall’idea di voler ribadire la mia identità oscura, un po’ più rock and roll, più metal, brutalista anche a livello sonoro. Quindi ho riadottato la parola “dark” e mi sono autoproclamato re di quella cosa. Nel senso che quella è la mia identità, non di superiorità verso qualcun’altro. È più come essere un rappresentante del dark inteso a livello sonoro, musicale. È un po’ come dire sono tornato. Il mio primo progetto solista si chiamava The Dark Album, quindi volevo riutilizzare l’etichetta per questo nuovo progetto.
Dicevi dell’idea di creare personaggi. In che senso?
Penso sia molto interessante creare dei personaggi per i dischi. È come se stessi interpretando un’altra persona ancora per questo album. Si tratta di un’idea astratta, molto vaga. È come se l’artista fosse proprio King of Dark, piuttosto che Pyrex, perché calco tanto sulle sonorità scure, su una trap molto estrema. Il titolo legittima anche un po’ le sonorità e le sonorità legittimano il titolo.
Qual è stata la sfida più grande per quest’album?
Riuscire a fare in modo che il disco avesse questi suoni. Il titolo è arrivato prima dell’album, quindi volevo che suonasse talmente bene da poter essere coerente. Non è stato facile, ha richiesto molto impegno, attenzione, tempo.
Quanto tempo ci hai messo per creare questo progetto?
Direi un paio d’anni di effettivo lavoro sul disco. Poi magari uno pensa: “Due anni per fare 12 canzoni?”. No, perché per tirare fuori quelle tracce ne devi buttare 50, 100. E poi da quelle là scegli le più adatte, le migliori per il disco. Dal mio ultimo progetto sono passati 3 anni, però subito dopo non avevo le idee molto chiare su che cosa volessi fare.
Cosa speri che arrivi alla gente quando uscirà il disco?
Penso che questo disco sia tanto per i miei fan. Loro volevano che tornassi un po’ alle origini. Però sai, tornare agli inizi mi sembra tanto una cosa che il pubblico chieda sempre perchè gli manca quel periodo e gli manchi te in quel determinato momento. Io penso che bisogna prendere spunto da quel periodo, ma serve anche un’evoluzione. È come se questo disco sia un Pyrex 2.0.
E invece tu sei una persona nostalgica?
Molto, sì. Mi salvo le foto in caso un giorno le volessi riguardare. Voglio avere i ricordi a portata di mano, ma non sempre li voglio affrontare o riguardare. Ho sempre avuto tanto timore di farlo, ma adesso lo faccio di più.
Cioè?
Hai presente quell’effetto che ti prende quando ascolti una canzone che magari sentivi al liceo? La sensazione è stranissima perché come se rivivessi quel periodo, però c’è anche un un alone di tristezza che lo accompagna.
Invece come vivi l’attesa per il tuo nuovo album?
Devo dire con serenità. Sono stati due anni tesi, ma ora io quello che dovevo fare l’ho fatto. Adesso sta alla gente.
Subisci il giudizio delle persone?
Non tantissimo.
Quanto c’è di Pyrex in questo album e quanto c’è di Dylan?
Direi 90% Pyrex, 10% Dylan. La maggior parte dei brani sono trap, più estroversi. Di canzoni intime credo ce ne siano due, forse tre. Lì esce un po’ più fuori la persona rispetto all’artista. Vivo tanto questo senso di Batman e Bruce Wayne. Quando faccio musica mi pongo in maniera completamente diversa da come mi pongo nella vita privata. Pyrex è un alter ego musicale, alla fine tutti gli artisti hanno il proprio. In me la distinzione è molto netta.
Cosa differenzia Pyrex da Dylan?
Musicalmente parlando sono molto aggressivo, estroverso, presuntuoso. Mi pongo sempre un po’ con superiorità perché è una caratteristica anche della musica rap. Tendo anche alla prepotenza nella musica, ma sono tutte cose che poi nella vita non mi appartengono. Non nel senso che fingo quando faccio musica. È come un giocatore di basket o di calcio che nella vita è tranquillo, però se deve scendere in campo poi diventa un cane.
A proposito di brani un po’ più intimi: cosa c’è dietro a PROMESSE NON MANTENUTE?
Non è uno di quelli di punta, però è uno dei brani più belli. Sono felicissimo di averlo inserito perché c’è quell’elemento più umano che non volevo trascurare. Il testo nasce dal bit, che ha delle sonorità molto melodiche, nostalgiche. Così ho deciso di far riferimento al passato e ai lati più profondi. Il rimorso, i ricordi, i rimpianti: tematiche del genere mi piacciono da affrontare, ma non in questo disco sono poche. Io sono o estremamente cattivo o estremamente nostalgico, la via di mezzo non è una cosa che mi esce tanto facile.
Sempre sulla scia delle sperimentazioni, mi viene in mente anche POOL TECHNO con Capo Plaza. C’è molto dell’elettronica.
Questo pezzo è nato a Fuerteventura. Avevamo preso una villa con piscina, quindi l’ambientazione ci ha ispirato molto. Abbiamo fatto riferimento a molti artisti techno come il collettivo Kane Music, Circoloco, Rampa, Adam Port. Volevamo unire questo genere alla trap e al rap. Vorrei portarlo avanti durante la mia carriera finché resterà di tendenza. Volevo mettere un episodio di rappresentanza di musica rap techno perché è una cosa che mi appartiene molto.
E invece K.O.D, la sigla che dà il titolo all’album?
Anche lì ho voluto una intro particolare. È difficile: spesso gli artisti partono per i camp e vanno in location per scrivere. Ogni volta che lo facevo a me non è mai uscito nulla che abbia mai effettivamente utilizzato, ma in questo caso a Fuerteventura sono nati POOL TECHNO e K.O.D. Qui tanto del merito va a Mr. Monkey, uno dei produttori che ha lavorato al disco. Lui ha trovato il sample e sapendo che io amo questo paradosso di cui parlavamo prima, il brano inizia in maniera molto melodica e poi ti colpisce con una parte più aggressiva.
Parlando invece di SPECCHIO RIFLESSO, se dovessi specchiarti cosa vedresti?
Se dovessi specchiarmi oggi sicuramente vedrei una persona più completa. Sento di avere meno cose irrisolte nella mia vita, quindi sono più soddisfatto di me stesso in quanto uomo e in quanto artista. Poi in questo brano ho lavorato con Franci sotto consiglio del mio A&R Emanuele Pino. Si è rivelato un producer molto bravo anche se non ha prodotto dei big. Alla fine è uscita questa canzone alla quale tengo molto. I brani sono tipo gli spermatozoi, alcuni riescono a vincere tra altri 1000 che cercano di competere per fare parte del disco. Sono tutti figli.
Parlando dei feat. Ce ne sono diversi che spaziano da Tedua, Sfera, Capo Plaza, Shiva, Tony Effe, Side Baby, Wayne, Rrari Dal Tacco e Flaco G. Come sono nati?
Ho deciso di mettere soltanto feat con i quali avevo un rapporto personale, un minimo di storia e anche un’intesa basata sull’età anagrafica e sul percorso. Al di là del successo poi che hanno avuto tutti questi artisti, abbiamo vissuto tutti lo stesso periodo, abbiamo iniziato tutti insieme, quindi è come se stessimo in punti simili della carriera. Certo, magari anche nonostante io sia stato meno produttivo rispetto ad altri, o alcuni hanno avuto un successo fuori dal comune. Però sento che siamo un po’ sulla stessa linea eccetto Rrari Dal Tacco e Flaco G che sono più molto più giovani. Sono molto bravi e volevo dare loro la possibilità di far parte di un disco maturo. Sono feat che nascono da una stima sia personale che artistica.
A proposito di 2016: c’è una grande nostalgia, no?
Sì, assurdo. Pensavo che fosse una cosa che appartenesse soltanto all’Italia e alla trap italiana, invece è un trend mondiale, tutti hanno nostalgia del 2016. Io penso che sia per diversi fattori. Forse è stato un po’ l’anno in cui lo streetwear è definitivamente esploso e ha iniziato a far parte delle nostre vite, abbinato anche ai social network e alla musica trap. È come se avesse rappresentato un po’ un anno zero della nostra vita: dalla moda alla musica che magari può sembrare anche superficiale, ma ci accompagna tutti i giorni. Tutto quello che viene prima del 2016 sembra un’altra era. Stiamo celebrando i primi 10 anni.
A te cosa manca del 2016?
Beh, avevo 20 anni e uno stile di vita meno da adulto. Passavo tutti i pomeriggi con gli altri, con la Dark. Forse è quella la cosa che mi manca: il cazzeggio pomeridiano con gli amici.
A proposito della Dark, ho notato che ci sono anche diversi feat con i membri, ma nessuna canzone tutti insieme. Come mai questa scelta?
È una scelta voluta. Sarebbe stata la decisione più semplice quella di fare più feat su un brano solo, ma con tutto il percorso che abbiamo fatto non è scontato e non è facile fare dei brani tra di noi che abbiano un valore, un peso. Abbiamo fatto dei brani talmente tanto importanti in passato che è molto facile che quelli nuovi risultino più deboli o comunque già sentiti rispetto a quelli di anni fa. Non è stato facile trovare il contesto giusto per ognuno di loro, però ci sono riuscito, penso. Ogni brano che ho dato era quello più adatto a ognuno di loro anche per il momento in cui sono nelle loro carriere. Però comunque li volevo tutti.
Ma quindi possiamo aspettarci una reunion della Dark Polo Gang?
Chissà. Non ti so rispondere. Preferisco non parlare per tutti quanti, quindi non do risposte dirette.
E con Sick Luke?
Con Sick Luck in questo momento non ci sono in buoni rapporti. Poi in realtà non è un proprio un membro della Dark Polo Gang, ne è stato il produttore per un periodo. Poi penso che il lato produzione non possa essere affidato soltanto a una persona.
A proposito di produttori, il tuo nuovo album è per la gran parte prodotto da Drillionaire.
Quando i produttori diventano davvero bravi assumono il grado di maestro e Drillionaire lo è. Lui poi segue pochi artisti quindi sono contento che abbia partecipato al mio progetto e abbia deciso anche di accettare questa sfida. Per me è un album importante e anche rischioso dato il titolo. Non era un progetto facile e avevamo anche un po’ il mondo a sfavore. È riuscito a tirare fuori il suono di cui avevamo bisogno.
In che senso avevi il mondo a sfavore?
Io venivo da un progetto completamente diverso e difficilmente poi hai hai le carte a tuo favore quando inizi un disco. Sia che tu venga da un album vincente che da un meno efficace. In ogni caso devi lavorare il doppio. Non sei mai in una posizione di vantaggio perchè o ti devi rilanciare, o devi mantenere la posizione che ti sei creato o addirittura superarla. Non posso ancora dire nulla, ma stiamo anche parlando dei live.
