Interviste

Rancore: «L’Italia calpesta i giovani, sono uscito dallo Xenoverso per dire basta»

“Tarek da colorare” è il disco con cui il rapper romano torna sulla Terra per raccontarne tutte le storture, anche quelle del suo primo amore: l’hip hop

  • Il3 Aprile 2026
Rancore: «L’Italia calpesta i giovani, sono uscito dallo Xenoverso per dire basta»

Foto di Giovanna Onofri

Rancore è sempre stato quello “strano”, è lui stesso a ricordarlo durante la nostra chiacchierata. Sia per il mondo dell’hip hop che abita a fasi alterne fin da quando non era ancora maggiorenne, sia per quello mainstream e pop, nonostante due partecipazioni a Sanremo. Tra le cause ci sono sicuramente gli svariati colori linguistici e stilistici che caratterizzano i suoi pezzi. Eppure, il suo ritorno dallo Xenoverso sulla Terra è in bianco e nero. Quando Tarek spiega che uno dei motivi per cui è uscito dal mondo fantastico che si era creato è per mostrare quanto quello reale sia altrettanto folle, percepisci un senso di vertigine. Al punto che ascoltando pezzi come Fanfole e Scale mobili inizi a non capire se non era meglio rimanere nel terreno della fantasia.

È un paradosso che l’album che si intitola Tarek da colorare sia il disco più di Rancore della sua carriera. «Ho scritto quello che ho provato negli ultimi anni» racconta l’artista romano sottolineando come chi scrive prima o poi, abbia il dovere morale e sociale di offrire nuove chiavi di lettura. Nessun assolto, anzi tutti coinvolti, specialmente il mondo del rap che oggi sembra in parte aver abdicato al proprio ruolo sociale, addomesticato dal potere e piegato a un dissenso controllato e anestetizzato. Nel corso dei tredici pezzi del suo nuovo album, Rancore si lascia andare alla rabbia nei confronti di uno Stivale che è sempre meno italico e più da cowboy, mostrando anche un certo pessimismo nei confronti di una nuova generazione senza futuro, il cui destino segnato sembra l’abbandono alla follia.

L’unica ancora di salvezza non è la musica, anzi: «Il solo fare rap non ti salva, spesso ti rovina. A chi pensa di iniziare dico: “Stai attento, datti un motivo vero per farlo”». Forse il linguaggio è l’unica arma che ci rimane. Come in Divinità, quando l’esperienza personale del divorzio dei genitori si fa metafora per sconfiggere il senso di colpa che attanaglia chiunque quando crollano del quelle certezze che sembravano assolute, come i diritti umani. Le parole quindi. Per decifrare il mondo e ri-crearlo secondo un nuovo codice. Anche solo per dire Basta. Di certo non per ottenere risposte, al massimo dei margini disegnati da seguire e riempire, ognuno con i colori che ritiene opportuni.

Rancore intervista tarek da colorare
Foto di Giovanna Onofri

L’intervista a Rancore

Perché uscire dallo Xenoverso?

Per il senso di smarrimento che ho provato dopo tutto il lavoro di destrutturazione e ristrutturazione della realtà. Con il disco precedente mi sono dovuto creare un vero e proprio immaginario fantastico e sentivo quindi la necessità di tornare a una dimensione più reale. Per svariati motivi, tra cui il fatto che la parola è un qualcosa di molto forte e potente che può modificare la realtà. E in un mondo come questo c’è la necessità che vengano usate per raccontarlo. Restare ancora in Xenoverso mi avrebbe portato a un distaccamento totale.

A differenza del Barone Rampante, hai scelto di scendere dall’albero. È giusto definirla una scelta politica?

Lo è totalmente. C’era bisogno di ritornare con i piedi per terra, di guardarsi intorno e di rendersi conto che in questo caso le rime devono essere usate per dare delle chiavi di lettura. Per far capire quanto no sense ci sia anche nel mondo reale. Fanfole è un pezzo politico nel suo voler liberare la realtà dal senso sbagliato che le si attribuisce, per esempio. Lo faccio senza giri di parole che è quello che, secondo me, un rapper o una qualunque persona che scrive, dovrebbe fare in questo momento. È una presa di coscienza che si trasforma in un viaggio interiore e in un cercare di ritrovarsi.

Uno dei pezzi più “rancorosi” del disco è Basta. È stata la prima parola che hai scritto dopo essere tornato sulla terra?

Quel brano non è stato il primo ma di certo “basta” è una parola che ho usato tanto negli ultimi anni. Nel senso che ne ho le palle piene proprio, come tutti, in qualunque posto, ambito e con qualunque persona parli. Basta a questa guerra psicologica, a questo bombardamento mediatico. Anche solo per un giorno, per respirare di nuovo una boccata di ossigeno prima della fine del mondo. Se poi questo può aiutare a riscoprirci come esseri umani, magari il mondo neanche finisce.

In questo album si nota di più lo scontro-incontro tra Tarek e la sua nemesi e in Fiori del male l’Italia è lo stivale che calpesta i sogni generando delle spore maligne. È così che si alimenta Rancore?

La metafora dei fiori del male è quella di un’Italia che non dà futuro ai propri germogli. I giovani non hanno più un futuro da nessun punto di vista e inevitabilmente diventano violenti. La mancanza di futuro leva il senso e senza senso c’è la follia. Il mondo va verso quella direzione e di conseguenza questo è l’album più di Rancore che abbia mai scritto perché è un momento storico in cui i fiori sono calpestati di più rispetto al passato.

Come rimane vivo Tarek?

Tarek se non fosse per la musica non avrebbe comunque futuro e userebbe Rancore in un altro modo, non creativamente. Sono riuscito con tante difficoltà a far sopravvivere entrambi, ma nessuno alimenta l’altro, nessuno è contro l’altro, semplicemente sono inseriti nel medesimo sistema complesso nel quale tutti si ritrovano tutti i giovani. Io, avendo la musica, da osservatore posso metabolizzare certe cose e offrire degli spunti nuovi che spero possano servire.

In Normalità dici che oggi i giovani sono visti come problemi da risolvere. La musica e l’hip hop rimangono un’ancora di salvezza?

Non saprei dirti. Per me la creatività è una salvezza per le persone, a prescindere da dove la si canalizza. Poi dipende sempre dal motivo per il quale lo fai: se per soldi e successo o se per una ricerca interiore o un bisogno di espressione. Magari anche nel secondo caso hai dei risvolti materiali, ma vanno in parallelo con la crescita personale. Il solo fare rap non ti salva, anzi, spesso ti rovina. A chi pensa di iniziare dico: “Stai attento, guardia alzata e soprattutto datti un motivo vero per farlo”.

Riferendoti all’hip hop in Neminem dici «Quanti guardano mentre viene abusato ciò che amiamo». Qual è la cosa che ti dà più fastidio di questo abuso nei confronti del rap?

A Roma si dice: “Ci fai o ci sei?”. Ecco oggi tanti ci fanno e non ci sono. Questo mi dispiace. Non sto giudicando le persone anche perché molto spesso non c’entrano neppure gli artisti in modo diretto, ma tutti gli impianti che hanno intorno. Vedo che l’industria e i sistemi della musica sono proprio disperati. Non ce la fanno più. A livello di comunicazione dicono cose senza senso cercando di farle sembrare reali. Questo mi dà tanto fastidio.

Pensi che l’hip hop abbia in parte abdicato al proprio ruolo sociale e politico?

Sì lo sento. È una cultura meravigliosa che, come tutte le culture meravigliose, porta un grande dissenso nei confronti del potere. Guarda caso il potere stesso ha deciso di inglobarlo e renderlo dissenso controllato. È quello che accade ogni volta che una cosa bella e pura viene trasformata, come quando una fonte viene presa per fare l’acqua in bottiglia. Non ti ci puoi più fare il bagno. Per fortuna o sfortuna però non sono sposato con l’hip hop. Magari ci sto insieme ogni tanto, ma resto sempre lo strano. Sono sempre stato considerato così fin da quando facevo le gare. A volte mi chiedo perché. Forse è proprio l’hip hop stesso che mi ha allontanato. Spero che in questo disco sia riuscito a ritirare fuori il mio modo di vederlo, nonostante le sonorità siano sempre pazze. D’altronde è un genere che non nasce per inventare la musica ma per reinventarla.

Nello stesso pezzo c’è un verso in cui parli dei tuoi inizi: «Facevamo bodyshaming, eravamo pochi scemi». Poi però hai costruito la tua carriera sul peso del linguaggio.

Dicevamo cose che oggi non so…(ride, n.d.r.). Però ho sempre avuto coscienza dell’importanza delle parole. Mi ricordo che a 18 anni, quando feci il mio primo disco, dopo tanti anni nell’ambiente delle gare e delle jam ho iniziato a guardarmi intorno. Mi sono lasciato influenzare dall’ambiente crossover più riferito all’Inghilterra che all’America. Da lì ho capito che non tutto doveva stare chiuso in quegli schemi e ho smesso di pensare che il mio punto di riferimento fosse Nas. Ho deciso che era Dante. Sempre rime sono. È come se fossi entrato nella dimensione di quello che per me era il rap italiano e non il rap in italiano.

Nas però non l’hai mai lasciato del tutto.

No, ovviamente l’ho ripreso ma l’ho unito ad Ariosto, a Gianni Rodari o a Fosco Maraini come in Fanfole. Non è nazionalismo il mio, ma il contrario. Se devo smembrare e criticare il mio Paese devo farlo con la sua lingua.

Rimanendo su un campo più etico e sociale invece? Quale è il limite tra arte e violenza nel linguaggio del rap?

Per me conta quanto la violenza sia fuori dal tempo. Se parli di una violenza che può essere attuata solo per i prossimi venti minuti è una fotografia che serve solo al momento presente. Al contrario se la violenza che racconti andrebbe bene anche tra cent’anni, ovvero è un archetipo che può essere compreso sempre, anche se con metafore quotidiane, è un’altra cosa. Non è violenza fine a se stessa. Demonizzo le cose che non si curano del passato e del futuro. È come rubare un bottino e scappare il prima possibile. Invece l’arte non si fa di fretta, pensando solo agli aspetti estetici e superficiali. Chi nella violenza racconta un pezzo di sé che resta, si avvicina a quello che per me è arte.

Questo vale anche per il maschilismo latente che citi in Nuovo Single?

Spetta assolutamente a noi uomini spezzare la catena, ma anche qui c’è chi ci fa ma non ci è. Usano magari un linguaggio giusto ma poi alla fine non hanno un pensiero tale e si vede anche dalla troppa attenzione che danno a utilizzare certe parole perché hanno paura. Viviamo in un periodo strano. Per assurdo chi ha sempre avuto rispetto oggi può apparire anche un pochino meno rispettoso di quello che è perché magari ce l’hai dentro non hai bisogno di cambiare la tua impostazione. Però anche in questo caso bisogna capire che il linguaggio ha la sua importanza e non può essere usato solo come un risvolto estetico. È necessario fare un’analisi sull’uso delle parole.

A proposito di “single”, non hai mai avuto molti feat nei tuoi dischi, stavolta nemmeno uno.

Nel mio caso è sempre stato complicato perché ho strofe troppo lunghe. Oggi ho la sensazione che il concetto di disco, con un messaggio dietro, debba ritrovare la sua importanza. Stavolta avevo troppe cose da dire e non avevo spazio. Quando chiamo un ospite a cena voglio che sia tutto in ordine. Se ho casa piena di scatoloni e non so proprio dove farti mettere a sedere preferisco fare cena da solo.

In Divinità parli del divorzio dei tuoi genitori e apri una finestra sul tuo mondo privato, cosa alla quale non ci hai abituato. Come mai hai deciso che fosse il momento giusto?

Sono riflessioni sulle quali si scrive raramente. Non so se esiste una canzone che parla del senso di colpa che prova un bambino nel momento in cui i genitori divorziano. È una storia autobiografica ma il mio scopo non era raccontarmi, ma raccontare. Noi veniamo dagli anni ’90, il decennio dove hanno divorziato tutti. Divinità in realtà ha più livelli di interpretazione. Non c’è solo la famiglia, ma può riguardare anche la politica e il mondo. Il divorzio è la metafora della rottura e non perde di senso qualsiasi sostituzione concettuale tu gli voglia applicare. Il bambino vede cadere a pezzi il tempio che credeva sacro. È la biblioteca di Alessandria che inizia a bruciare mentre arrivano questi personaggi senza volto. La risposta che mi sono dato è che non è colpa di nessuno. Siamo solo uomini.

Come difendi quella candela accesa di cui parli nel pezzo?

È difficile farlo perché viviamo in un mondo che ti espone e le energie alle quali siamo sottoposti spingeranno sempre qualcuno a soffiarci sopra. Di sicuro se riesci a trovare l’energia che è dentro di te, la candela si riaccende per cui non devi avere paura dell’altro. Allo stesso tempo però è bene sapere cosa mostrare e cosa tenere nei lati più nascosti di te. In questo momento è importante non dire tutto. È giusto creare dei nuovi codici che ci permettano di comunicare tra di noi senza per forza essere capiti da tutti e di ricostruire un mondo partendo dalle micro-collettività. La candela a volte si protegge anche tenendo qualche segreto finché non è il momento adatto. Come i bambini restano nella pancia per nove mesi prima di vedere la luce, lo stesso vale per le cose che si reputano preziose. 

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