Il ritorno di Ariete: «Ho imparato a essere la mia casa»
La cantautrice romana racconta “Tutti Tornano A Casa” e il percorso che l’ha portata a scrivere il suo album più maturo fin’ora
Ariete (fonte: ufficio stampa)
Ariete è arrivata sulla scena nel 2020 come un fulmine a ciel sereno. Una ragazza di Roma classe 2002 ai tempi a malapena diciottenne diventata appena tre anni dopo una delle artiste donne più giovane ad esibirsi nei palazzetti nella storia della musica nel nostro paese. Poco dopo Arianna Del Giaccio si è presa una pausa per concentrarsi su sé stessa e su una quotidianità che era andata smarrita dopo i primi tre anni intensissimi della sua vita artistica.
Oggi Ariete è pronta a rimettersi in gioco e lo fa con Tutti Tornano A Casa. Un disco che all’ascolto rende immediatamente chiaro a cosa sia servito questo stop. Nell’album troviamo un’artista cresciuta. L’approccio alla scrittura è chiaramente più maturo. I temi dell’album vengono affrontati con una consapevolezza che molto semplicemente mancava nei lavori passati, sacrosanto se teniamo conto dell’età di chi scriveva quei brani, ma comunque un’evoluzione più che benvenuta.
Abbiamo lasciato Ariete ragazzina e la ritroviamo adulta. Tutti Tornano A Casa racconta proprio di questo: una continua scoperta di sé stessi alla ricerca di una casa, quindi un luogo dove sentirsi bene e al sicuro, per poi rendersi conto che l’unico modo per provare queste sensazioni è conoscersi, rendendo sé stessi la propria casa, così come ci ha raccontato la cantautrice.
L’intervista ad Ariete
Sei arrivata al pubblico mainstream da giovanissima, per poi prenderti uno stop 3 anni fa dopo un tour di successo. A cosa è stato dovuto questo periodo di pausa?
Tutti i miei dischi sono usciti a un anno e mezzo di distanza l’uno dall’altro. Addirittura, i primi due EP sono usciti entrambi nel 2020, il primo a maggio e il secondo a dicembre. Le cose andavano molto di corsa e in quanto cantautrice, era importante prendermi del tempo per scrivere, per vivere e per riprendere in mano tutte quelle cose che avevo lasciato indietro, come la mia vita quotidiana. Poi ho avuto la fortuna di avere un team di persone che non mi ha mai spinta al limite o spremuta come un agrume, il che ha reso la decisione ancora più facile da prendere.
Sono sempre stata felicissima di fare questo lavoro “pubblico”, non parlerei quindi di burnout che è un termine molto utilizzato ultimamente, ma non credo sia quello giusto per descrivere il mio stato d’animo in quel momento. Mi sono detta: “Sai che c’è? Ci può stare fermarsi e scrivere un disco con un po’ più di calma” e così è stato.
A novembre invece torni in tour dopo due anni. Cosa ti aspetti dal ritorno sul palco?
Sicuramente sono emozionatissima, ma allo stesso tempo c’è un po’ di ansia perché comunque due anni e mezzo senza suonare dal vivo non sono pochi, soprattutto per me che nei miei pochi anni di carriera ho fatto veramente tanti concerti, anche durante la pandemia quando era complicatissimo. Ho sempre cercato di suonare il più possibile e di farmi vedere molto in giro. Molto semplicemente è la mia parte preferita di questo lavoro. Mi sono fermata, ho realizzato tante cose della mia persona, del mio approccio alla musica, del mio approccio alla vita in generale e quindi sicuramente non salirò sul palco con la spensieratezza che avevo prima. Quando sei in corsa corri, quando ti fermi e poi devi ricominciare a correre è ancora più difficile.
Nonostante tutto questo però sono sicura che dopo una decina di minuti sul palco passerà tutto e poi via col vento!
All’interno del disco la parola casa svolge ruoli differenti: la famiglia, un amico, un ricordo, il momento subito prima di un bacio. Qual è la prima cosa che tu associ al concetto di casa oppure è più un insieme di tutte queste cose?
Casa per me non è un luogo fisso e soprattutto non è necessariamente un luogo fisico. Negli ultimi due anni ho imparato ad essere io la mia casa. Casa vuol dire fiducia, vuol dire prendersi cura di se stessi, vuol dire ascoltarsi e in questi anni mi sono concentrata molto su questo. Casa è qualsiasi cosa, luogo o persona che possa ricordare quanto queste cose siano importanti per stare bene, a prescindere da se sia un luogo fisico o se non sia affatto un posto.
In Seduta 65 racconti il tuo rapporto con la psicoterapia. Quanto seguire un percorso del genere ti ha aiutato a crescere sia come artista che come persona?
Ho provato più volte a iniziare un percorso psicologico, però mi sono ritrovata spesso a fare periodi di prova per poi interrompere. Mi rendevo conto che non mi piacesse espormi oppure non entravo in sintonia con la persona con cui stavo parlando. Insomma, me ne inventavo di tutti i colori per fermarmi. Poi ho capito che non esiste “la persona giusta”. Ovviamente bisogna trovare una sintonia col proprio terapeuta, ma secondo me scegliere il momento giusto è la cosa più importante. C’è un momento in cui ti dici “Lo voglio fare”.
C’è stato un momento preciso?
Alla fine dell’estate del 2024 uscivo da una relazione e ho deciso di cogliere la palla al balzo per iniziare davvero un percorso. Proprio grazie alla terapia mi sono resa conto che dietro quella rottura c’era molto di più di quanto mi aspettassi e da lì non mi sono più fermata. Tutto questo ha cambiato la mia prospettiva e il mio modo di approcciare tanti aspetti della vita, ai rapporti, all’amicizia, all’amore, al lavoro. Ci sono anche delle volte in cui scavi così a fondo in cui non è detto che tutto quello che trovi sia bello, ma fa parte del percorso.
In Che bella vita parli di una persona che ti fa sentire a casa, ma non necessariamente in un senso romantico. Credi che questa tua crescita abbia anche cambiato il tuo rapporto con l’amore, che è un sentimento di cui parli spesso nella tua musica?
Assolutamente sì. Credo che il mio approccio sia cambiato in meglio quando si tratta di parlare di relazioni sentimentali o anche di amicizia. Sono temi di cui continuo a parlare perché credo siano tra gli argomenti con cui la mia generazione può empatizzare di più e con cui empatizzo di più anch’io. Ho 24 anni, mi piace parlare d’amore e mi piace farlo. In questo disco credo di aver approcciato all’argomento concentrandomi su di me piuttosto che sull’altro. Molto spesso sono semplicemente io che mi faccio domande su quell’amore. Su quanto mi faccia bene, su quanto sia pericoloso, su quanto mi abbia fatto male. Ho cercato di rendere il racconto più introspettivo piuttosto che in una classica canzone d’amore alla “Ti amo, ti darò tutto, sei tutto per me, sei l’amore mio”.
Invece Tachicardia, che è uno dei brani più intimi del disco, è rimasto fermo in lavorazione per un anno finché non è subentrato nayt come autore. Cos’ha aggiunto al brano che ti ha permesso di completarlo?
nayt è una persona dalla profondità veramente disarmante delle volte, mi sono trovata molto bene con lui. Ci siamo conosciuti a degli eventi in giro per Roma dove andavamo entrambi da soli, magari perché suonavano dei nostri rispettivi amici ed eravamo lì per loro. Passando serate intere assieme e conoscendoci mi sono resa conto di quanto io e lui abbiamo in comune.
Quindi quel brano è rimasto lì per appunto quasi un anno e mezzo. Le ho provate tutte, ho provato a riaprirla in studio 2000 volte. Ho anche lavorato a quattro mani con degli autori a tutti gli effetti ma alla fine si tornava sempre al punto di partenza. Poi Davide, uno dei ragazzi di Bomba Dischi, mi ha consigliato di scrivere a William proprio perché pensava che la sua profondità (oltre che il suo talento) avrebbe potuto aiutare a sbloccare il brano. Io non ho perso tempo e gli ho scritto subito.
Gli ho mandato solamente un audio in cui cantavo il brano al pianoforte, nient’altro. Mezz’ora dopo mi ha mandato due idee di ritornello mentre era in auto guidando. Una di queste due idee è effettivamente la versione del ritornello che si sente nel disco sotto ogni punto di vista: testo, mood, metrica etc. Io ho aggiunto solamente l'”Allora chi sono io davvero” in falsetto. È riuscito a sbloccare il brano subito, è stato veramente un amore, oltre che bravissimo.

