Interviste

Sarah Toscano: Game Set Match

La cantante si racconta partendo dal tennis, lo sport che oggi, con la pallavolo, rappresenta il talento del nostro Paese: dalla racchetta al piano, con dedizione e mentalità

Sarah Toscano: Game Set Match
Autore Samuele Valori
  • IlMarzo 10, 2026

Dev’essere stato davvero complicato sfidare sul capo da tennis una come Sarah. Nell’atteggiamento e nella sua volontà assoluta di farcela che la spingono a voler essere il più versatile possibile, nello sport come nella musica, si nota la sua mentalità vincente. Dopo il trionfo ad Amici, lo scorso anno ci sono state tante prime volte per la giovane artista. Dal Festival di Sanremo affrontato come una veterana del palcoscenico al primo album, MET GALA, che metteva in luce ogni suo lato artistico. «In quel disco ci sono tanti aspetti di me e della musica che posso fare. Ora, per il nuovo progetto, sto andando verso una direzione più precisa e affinata: un concept» racconta Sarah Toscano nell’intervista subito dopo aver concluso due ore di scatti.

Il tutto affrontato con una dimestichezza e una concentrazione che mai assoceresti a una neo-ventenne. Ma poi ripensi ai suoi aneddoti, come quella partita vinta al terzo set dopo quattro ore di gioco quando ancora la racchetta se la batteva con il pianoforte e il canto per il ruolo di primo piano nel suo futuro, e ti rendi conto che è il minimo. «La testa è la cosa fondamentale, puoi essere brava quanto vuoi ma se non hai la testardaggine e la determinazione di dire “voglio fare questo tutta la vita”, non vai avanti», ribadisce. Ecco che allora andare in studio con le idee chiare è paragonabile ad avere un buon servizio nel tennis. Inizi comandando lo scambio.

Nel mezzo, per non farsi mancare nulla, ci sono stati anche il premio Rising Star di Billboard Italia Women in Music e l’esordio nel mondo del cinema come protagonista del film Netflix Non abbiam bisogno di parole, in uscita il prossimo 3 aprile. Remake del francese La famiglia Bélier, diretto da Luca Ribuoli, narra la storia di Eletta, ragazza appassionata di canto, unica udente in una famiglia di sordi. Un’esperienza che le ha fatto scoprire emozioni che non credeva le potessero appartenere. Tra queste di certo non c’era la serenità, perché quella, a dispetto della sua voglia di arrivare, è sempre stata sua. È probabilmente la sua vera forza, altrimenti non riusciresti ad affrontare così tante prime volte in poco tempo. Come anche il discorso tenuto all’ONU a New York a fine febbraio davanti a centinaia di studenti.

Sarah Toscano è la protagonista dello Sport Issue di Billboard Italia, già disponibile in pre-order e da metà marzo nei punti vendita selezionati. Ecco un estratto della nostra intervista esclusiva.

Foto e Art Direction: Valerio Nico
Stylist: Gaia Dall’Orto
Ass. Stylist: Sabrina Opic
Ass. Foto: Andrea Aloisi
MUA: Giorgia Gervasio
HS: Matteo Sciannimanica
Producer: Nicholas Luca
Ass. Producer: Kevin demaj

L’intervista a Sarah Toscano

I tuoi quattro anni sono stati rivelatori: da un lato il pianoforte e dall’altro la racchetta da tennis. Scelti entrambi da te o suggerimenti?

Mia madre mi racconta sempre (io ovviamente non me lo ricordo) che un giorno, dal nulla, andai da lei e le dissi: “Io voglio giocare a tennis e suonare il pianoforte”. Le due passioni credo siano maturate contemporaneamente, dato che vengo da una famiglia di tennisti e pianisti. Qualcosa di certo mi hanno trasmesso. Forse la musica è arrivata prima, ma solo per il semplice fatto che potevo cantare anche in casa, mentre per giocare a tennis dovevo andare al campo.

Che tipo di giocatrice eri? Più attaccante o da fondo campo?

Mi piaceva molto adattare il mio gioco in base all’avversaria. Per me era impensabile non saper fare qualcosa. Se dall’altra parte della rete c’era un’attaccante, dovevo essere in grado di ribattere da dietro. Viceversa, dovevo essere capace di stare dentro e andare sottorete. Poi c’erano delle volte che incontravo la cosiddetta “pallettara” e lo diventavo anch’io. In generale però preferivo attaccare.

Ti faccio un po’ di nomi, tu dimmi cosa ruberesti loro. Partiamo con Sabalenka.

Le urla (ride, ndr). A parte gli scherzi, di sicuro la grinta.

Alcaraz?

Ogni tanto ti stupisce con quel rovescio lungolinea, quindi ti direi quello.

Sinner?

La mentalità. Non lo vedi mai sbroccare o lamentarsi. Per un tennista è importante nascondere le proprie emozioni in campo.

E per gli artisti vale lo stesso?

Dipende da artista ad artista, non è fondamentale. Io sono una persona che tende a non nascondere nulla perché farei del male più a me stessa. Mi piace far vedere la persona che sono. Tutto quello che posso raccontare lo racconto. L’unica cosa che non rivelo, neppure ai miei amici più stretti, sono le mie debolezze. Quelle le maschero persino troppo. Magari arriverà un giorno in cui le cose cambieranno.

Cos’hai importato dal tennis nel tuo approccio alla musica?

Sicuramente mi ha donato tanto a livello di determinazione. Mi piaceva vincere, quindi mi facevo il mazzo per essere il più versatile possibile. Nel tennis c’è un team, ma poi in campo sei sola. Devi starci tu con la tua testa e andare avanti nonostante il punteggio. L’avversaria può anche avere un match point, ma finché non fa l’ultimo punto puoi sempre ribaltarla. È uno sport che ti insegna a gestire i retropensieri e i momenti di “down”. Di certo ho imparato a rialzarmi, perché ho vinto delle partite magari dove stavo veramente messa male e questa mentalità la conservo nel lavoro.

Quando hai capito che la musica poteva essere la tua strada?

Premetto che fin da piccola ho sempre visto gli artisti come delle figure inarrivabili. Katy Perry, ma anche Annalisa, le vedevo sul cellulare o in TV e non immaginavo che un giorno avrei fatto lo stesso lavoro. Però ho sempre seguito la passione. Volevo sempre cantare e ho spinto per iscrivermi alla scuola di canto. La prima volta che ho iniziato a crederci è stata a quindici anni. Un discografico era venuto a casa mia per ascoltare dei brani che avevo scritto al pianoforte. Ricordo che mi guardò e mi disse: “Tu ce l’hai”. Da lì sono seguiti il primo contratto e la mia prima volta in studio.

Che rapporto hai con il tuo pubblico? Senti una sorta di responsabilità?

La paura di perdere i fan c’è sempre. Il timore che da un momento all’altro le persone possano abbandonarmi – e con questo intendo anche quelli che lavorano con il mio team – è qualcosa che mi spinge a impegnarmi al massimo. Una forma di responsabilità la provo anche nei confronti di me stessa. Devo essere convinta di quello che sto facendo. Prima di piacere agli altri, la mia musica deve piacere a me, altrimenti è impossibile andare avanti.

Il 2025 è stato un anno ricco di traguardi: Sanremo, primo album, primo tour. A posteriori, come lo giudichi?

Un anno di fuoco, senza alcun dubbio. È stato davvero molto pieno e ancora più impegnativo di quanto si possa immaginare dall’esterno. Un mix di cose, una più bella dell’altra, che però hanno richiesto tanta fatica. Dal primo Sanremo a tutto il post-Festival, durante il quale, oltre alla preparazione del disco che considero il mio primo “bambino” (ride, ndr) e dei live del mio primo tour, ho anche lavorato al film, tenendolo nascosto a chiunque. Ho girato per tre mesi. Tra prove e lavoro in studio, ho dormito pochissimo. Ma ne è valsa la pena, in assoluto. Sono molto contenta dell’anno appena trascorso, nonostante mi sia fatta anche dell’autocritica: cose che, riguardandole, farei in maniera diversa. Mi auguro di avere modo di sistemare certi dettagli.

Senti di aver compiuto troppi passi in fretta?

No, assolutamente. Sono molto convinta di tutto quello che ho realizzato e non penso di aver fatto nulla di prematuro. Poi ci sono ancora tantissime cose che vorrei provare e riuscire a fare nella mia vita. Lo stesso Festival di Sanremo è stato molto importante perché mi sono fatta conoscere da molta più gente e mi ha anche permesso di consolidare i fan che avevo. Quest’anno non era il momento giusto per tornare, ad esempio, e non l’ho fatto proprio per prendermi del tempo.

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