Interviste

Parola di Promessa

Nonostante le cose attorno a lui stiano cambiando, la “Vita sgrammata” di Pietro resta sempre la stessa e la racconta in “Morendo ad occhi aperti”, il suo album di debutto in uscita stanotte

  • Il26 Marzo 2026
Parola di Promessa

Promessa

La prima volta che vi abbiamo parlato di Promessa è stato nell’estate 2024: era da poco uscito Danza del grano, e la sua Chicchi di mais era stato per noi uno dei migliori pezzi rap pubblicati in quell’anno. Di lui non sapevamo nulla, ma eravamo certi che molto presto ne avremmo sentito parlare di nuovo. E così è stato. Nel 2025, infatti, tutti si sono accorti che Pietro – classe 2003 e fieramente nato e cresciuto in Bicocca – aveva davvero qualcosa di speciale, in primis una penna che unisce strada e intimismo, figlia degli ascolti ossessivi di un “bimbo con i Dogo in cuffia”. La scrittura, infatti, per Promessa è sempre stata un rifugio sicuro in cui essere davvero se stesso: “è come una cena intima”, mi raccontava nella nostra prima intervista, e la cosa da allora non è cambiata affatto.

«È ancora una delle cose che amo di più fare, e finché sarà così, allora tutto questo avrà un senso», mi racconta seduti su delle poltrone da ufficio all’undicesimo piano della sua etichetta discografica per parlare di Morendo ad occhi aperti, il suo primo vero album ufficiale in uscita stanotte. Un debutto atteso, indubbiamente tra i migliori che ascolteremo quest’anno anche grazie alle produzioni di IDUA, e che arriva dopo un anno fortunatissimo in cui i sogni si sono realizzati ma anche scontrati con la realtà.

«Perché sognare?», mi chiede a sua volta Pietro quando gli domando come mai il verbo del modo di dire è stato sostituito proprio con “morire”. Mi spiega che anche se ora sta facendo quello che ama, la sensazione è che le cose non cambino mai davvero, in primis il suo percorso personale, quella vita sgrammata che vive e che è ancora un motore importantissimo per la sua musica. Ma anche il suo rapporto con le aspettative, le sue e quelle degli altri, perché non c’è amore che non abbia dentro anche un po’ di paura e agitazione di preservare con cura ciò a cui teniamo di più. Ed è proprio da qui che iniziamo: «Ora non sono agitato, lo ero più prima che il disco non era pronto e dovevo chiudere tutto».

L’intervista a Promessa

È stato difficile?
Sì, soprattutto per tutta la componente estetica. Morendo ad occhi aperti ci ha mandato veramente in sbatti. Abbiamo ragionato tantissimo su copertina, video, ogni dettaglio. Avevamo un sacco di reference, ma per una ragione o per l’altra nessuna ci convinceva davvero. Poi mi sono ricordato di un film che avevo visto, Bronson. Racconta la storia di uno degli uomini che ha girato più carceri in Inghilterra, senza però commettere veri reati fuori: semplicemente provocava le guardie, le picchiava e veniva trasferito continuamente. Nel film è lui stesso a raccontare la sua storia, come se fosse a teatro davanti a un pubblico che non vedi mai. In una scena, in particolare, tortura un poliziotto dipingendogli gli occhi: quell’immagine mi è rimasta impressa.

Da lì ho pensato che potesse essere una cosa forte visivamente e si è collegata all’idea della copertina, anche al fatto che fosse il primo album e quindi volevamo qualcosa di impattante, con la nostra faccia in primo piano.

E non è sognando ad occhi aperti ma morendo: perché?
Perché “sognando”?

Ottima risposta.
Diciamo che, soprattutto negli album, mi piace creare questo tipo di gioco con le parole. Sono cose che ti portano a capire quello che voglio dire, ma non sono parole che trovi davvero da qualche altra parte. Anche titoli come Danza del grano o Vite sgrammate: se vai a chiedere a mia madre cosa vuol dire “vite sgrammate”, non lo sa. Però magari un ragazzo gli dà un suo significato. È un po’ come “danza della pioggia”: ti evoca qualcosa, anche se non è letterale. Quindi Morendo ad occhi aperti mi piaceva prima di tutto per questo gioco. E poi anche per l’estetica che volevo creare, che in realtà è arrivata dopo il titolo, e per il periodo che stavo vivendo.

Promessa

Ossia?
Dopo Vite sgrammate c’è stato uno step importante nella mia vita. Quando realizzi certe cose che volevi fare, poi senti anche il bisogno di parlare d’altro, di evolvere. Cambia quello che hai intorno e quindi è giusto portare qualcosa di diverso. Se Vite sgrammate rappresentava una fase, Morendo ad occhi aperti è il passo successivo. È una consapevolezza: il fatto di vivere quello che stai facendo, portando anche a casa dei risultati. Non è un “morire” legato al dolore. È più una vita che va avanti. Io l’ho sempre visto così: invece di pensare al morire in senso negativo, è quasi un modo di vivere. È come dire: sto vivendo così, sto facendo quello che amo, ma allo stesso tempo intorno a me certe cose non cambiano davvero. E lì entra anche un concetto che abbiamo usato tanto, anche per capirci con chi lavorava all’estetica: il nichilismo.

Ti senti nichilista?
No, però mi sembra che intorno a me ci sia una sorta di forza nichilista. È come se non ci fosse un reale avanzamento per tutti: magari qualcosa va avanti, ma poi, in qualche modo, si torna sempre a un punto di partenza che resta lì. Secondo me è anche questo il senso di Morendo ad occhi aperti. È l’idea di andare avanti e vivere, ma in un modo che è comunque orientato verso una fine, verso qualcosa che ritorna sempre. È come se tu sistemassi delle cose, ma ce ne fossero altre che non si possono davvero sistemare. Quindi non è tanto una morte della speranza, quanto una consapevolezza: quella di non arrivare davvero da nessuna parte, o comunque di arrivarci meno di quanto pensavi.

Una cosa che ho notato ascoltando il disco è che torna spesso il concetto di non cambiare nonostante il contesto attorno a te si trasformi. In questo disco c’è più passato o più presente?
A me piace soprattutto quando gli album racchiudono delle fasi. Ne parlavo anche con un fan: mi diceva che un artista prima gli piaceva perché diceva certe cose, mentre adesso non gli piace più perché ne dice altre. E io gli ho detto che in realtà dovrebbe essere il contrario: dovresti essere contento quando un artista cambia, perché vuol dire che sta raccontando davvero quello che vive. Alla fine devi affezionarti alla persona, non alle parole. Quindi sì, secondo me questo album racchiude un periodo preciso. Anche se poi dentro ci sono eccezioni: ad esempio 9 febbraio è una delle prime tracce che ho fatto con IDUA, addirittura prima di Chicchi di mais. Allo stesso tempo però ci sono pezzi fatti pochissimo prima di chiudere il disco, magari due settimane prima. In generale lo considero un album del presente.

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Promessa

Qual è il pezzo che senti più tuo?
Sicuramente Al portone, perché è quello che mi gasa di più quando lo ascolto. Non è per forza il mio preferito, però è quello in cui mi riconosco di più. E paradossalmente penso anche che sarà quello che andrà meno. Spesso succede così: il pezzo a cui l’artista è più legato non è quello che poi funziona di più.

Il disco si apre con un pezzo che si chiama Non sembriamo felici.
È un titolo strano, ma prima di tutto è vero. Perché “non sembriamo felici” non significa necessariamente non esserlo. E poi, come Morendo ad occhi aperti, secondo me centra bene il periodo. Anche per questo mi è piaciuto inserire nel video e in tutta l’estetica dell’album le persone che ho intorno, i miei amici. Non dico “non sembro felice”, ma “non sembriamo”: per me è una cosa importante. Per questo abbiamo deciso di metterlo all’inizio, come apertura del disco. È proprio pensato come intro. E da lì è venuta anche l’idea di farlo uscire come singolo, per raccontare subito quel tipo di realtà.

Eppure arrivi con un disco di debutto dopo un anno fortunatissimo. Guè al Fabrique ha persino detto che finché ci saranno persone come te, il rap italiano è in buone mani.
La realtà però è che di certo io ho fatto delle cose, però non cambia davvero quello che vivo. Ne sono convinto, perché altrimenti mi sarei dovuto fermare a metà e cambiare completamente anche il senso dell’album. I numeri, Spotify, tutto quello che riguarda il lavoro… sono cose che stanno un po’ fuori dal mio percorso personale. Io potrei anche uscire domani, incontrare qualcuno che mi cambia la carriera, fare il pezzo della vita e fare il botto. Però la realtà che vivo resta un’altra.

Io ho il mio viaggio, le persone intorno, gli ambienti che frequento, e sono quelle le cose che devo raccontare. Anche se succedono cose grosse, anche se qualcuno come Guè ti dice certe cose, o se un pezzo va bene e sei contento: quello resta. Non riesco a scrivere del fatto che “sono contento perché il pezzo sta andando bene”. Mi sentirei limitato. Preferisco raccontare quello che vivo davvero.

Promessa

E allora ti chiedo: in che momento sei del tuo viaggio?
Sto letteralmente morendo ad occhi aperti. Sto cercando di capire cosa conta davvero e non so nemmeno quanto tempo ci vorrà. Non so se sia semplicemente un periodo, un passaggio. La realtà è che mi sto rendendo conto di tante cose, soprattutto guardando i cambiamenti che la vita ti mette davanti: la carriera, ma anche aspetti più privati, tipo andare a vivere da solo, diventare indipendente economicamente, gestire le proprie cose… In momenti così, capisci cosa è veramente importante e chi vuoi avere vicino.

C’è un sogno che avevi e che si è scontrato poi con la realtà?
Sì. L’idea che ho sempre avuto è un po’ quella di tutti sulla stessa barca, capisci? Ho sempre pensato che, se la mia vita cambia, allora forse può cambiare anche quella degli altri, che intorno a me tutto potesse mettersi in gioco. Non è un sogno che si infrange, è più una realtà di cui prendi consapevolezza.

Mi sembra infatti che nella tua musica ci sia un’urgenza di intimità ma allo stesso tempo il bisogno di dare voce a qualcun altro.
Io ho bisogno di rappresentare qualcun altro. La mia scrittura, secondo me, è molto collettiva: quando scrivo, spesso lo faccio in relazione a chi mi sta intorno. Certo, ci sono pezzi più personali o più “intimi”, ma il punto è che ho bisogno di questa dimensione collettiva. Dall’altra parte penso anche che la mia musica non serva tanto a far sentire un ragazzo rappresentato o cool, quanto a far capire chi sono io veramente. Con il tempo, poi, le persone si affezionano alla musica e trovano delle connessioni, ma l’inizio è importante: devo spiegare chi sono.

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Scrivi ancora da solo?
Assolutamente. Sono ancora molto legato a una certa intimità di scrittura, sia nei pezzi più conscious sia in quelli più trap. Per me, quel momento è la parte più bella di tutto il processo: scrivere è ancora una delle cose che amo di più fare. Finché è qualcosa che ti piace, per cui trovi ancora il modo di dire “vai, facciamolo, è figo”, allora ha senso. Poi, chi lo sa, magari tra cinque album arriverà un periodo della mia vita in cui non mi divertirò più a scrivere. Magari avrò tre figli, mi si abbatte l’arte e io dovrò cambiare pannolini e non avrò più una serata libera…

Quindi la normalità abbatte l’arte?
Di brutto, infatti tutti gli artisti sono pazzi, ma è giusto così.

La vita sgrammata è ancora uno stimolo per la creatività?
È immancabile: non è che il bar sia cambiato, rimane lo stesso. Magari ci spendo solo il triplo rispetto a prima.

In Parola Parola dici: “ci guardano ancora di merda nei posti per bene”.
È vero. Adesso in tour arriviamo ovunque tutti in tuta, tutti di nero, e non c’è un ristorante in cui, quando entriamo, non si girino tutti.

E cosa ne pensi tu?
Non provo più quella rivincita verso le cose che un tempo mi stavano sul cazzo. Il motivo per cui, se oggi mi dici di andare in un locale in cui prima non mi facevano entrare, io ti rispondo “sbatti”. Non sono mai stato lì, non voglio andarci solo per dovere. Non la provo nemmeno verso i vestiti: mi vedi come sono, in tuta. L’altro giorno, per la prima volta, ho comprato una cosa che mi serviva per il release e ho pensato “prima e ultima volta”. Se vado in un negozio di lusso e mi compro una cosa, spero mi diano il sacchetto nero in cui non si legge la marca, e col cazzo che voglio farmi la foto davanti alla vetrina. Ecco, forse l’unica cosa su cui ce l’ho è il cibo. Prima mangiavo veramente di merda, adesso mi piace portare i miei amici a cena.

E in quartiere come va?
Bene, secondo me anche perché non penso di essere vendicativo rispetto a ciò che ho passato e i miei amici sono sempre gli stessi di prima. Se vado in un locale non sto al tavolo, ma con quelli che non possono permetterselo. Non mi interessa l’ostentazione.

Promessa

Come sono nati i feat dell’album?
Mi piaceva un sacco l’idea di avere artisti che venissero da altre città e dare quindi al disco più respiro, senza renderlo Milano-centrico. Non ho chiesto feat a tante persone: ho scritto solo a quelle che poi sono finite nel disco. Con Rrari, per esempio, ci siamo beccati più volte ai live, poi nel tour ho avuto modo di conoscere tutti meglio. È stato bello proprio per quello: non c’era un bisogno forzato di fare il pezzo insieme, è venuto tutto naturale. Alla base c’è il rapporto. Anche solo dirsi “bella” dal vivo, scambiarsi due parole. Io, per dire, sono fan di tutti loro: non è stata una scelta calcolata. Alcuni pezzi sono nati da zero, altri già c’erano, però è stato tutto molto di pancia: pensavo “chi mi piace?” e da lì partivo. 

Oggi spesso si pensa ai feat anche in funzione dell’algoritmo, di cosa tira di più. Però a me sembrava più interessante fare l’opposto: mettere insieme nomi che magari non ti aspetti. Tipo con Franco126: l’ho visto live ed era pieno di gente, spaccava tutto. Però magari chi ascolta altro non se lo aspetta in quel contesto. E infatti il pezzo con lui è uno dei più attesi: non volevo giocarmela sui nomi più “facili”, ma su cose che potessero incuriosire anche chi magari non mi aveva mai ascoltato. Ed è bello quando succede: quando qualcuno legge una tracklist e trova accostamenti diversi, strani, e gli viene voglia di capire.

Senti che ci sono delle aspettative?
Sento in primis le mie, di brutto. Quindi figurati quelle degli altri.

Hai anche 3 Magazzini sold out in quanto, 24 ore?
Sono contentissimo perché secondo me qualcosa si è allineato. Tipo quattro o cinque astri: il fatto che sono di Milano, che non avevo mai fatto un concerto tutto mio e che tutto è stato fatto bene, al momento giusto. Se uno compra il biglietto, vale molto più di qualsiasi balletto fatto sui social. Quello è il vero supporto.

Possiamo anche dire che è perché spacchi o no?
Posso dirti che spacco, ed è anche vero, però dietro c’è un lavoro: qualcuno che mi dice “adesso fai l’album, poi annunciamo i live”, e poi succede tutto. Io posso dire “bomba, è una hit, è andata benissimo”. Per me il live è la cosa più bella: sapere che la gente è venuta per te, che si è fatta il viaggio, si è presa la serata. Quella è la soddisfazione più grande. Io amo fare i live, soprattutto quelli seri, dove non c’è la base con la voce sotto e devi prenderti tutta la responsabilità. Non vedo l’ora. A Milano poi è ancora più forte: è casa mia, ho i miei amici, la gente che conosco che ha comprato i biglietti… anche i miei vicini di casa ne hanno presi tre. Sono contento, davvero.

L’hai presa casa in Bicocca alla fine?
No, l’ho presa a Bresso. Costava di meno.

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