La musica di Jasley è memoria e futuro
Classe 1998, Jasmin nella sua musica racconta una periferia lontana dagli stereotipi: l’abbiano incontrata
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. Nel 2026 AW LAB, adidas e GENb uniscono le forze per accompagnare nel loro percorso i nuovi talenti più promettenti. Un’alleanza naturale, che nasce da un linguaggio condiviso fatto di musica, cultura urbana e stile contemporaneo. La nuova protagonista è Jasley.

Foto: Giovanni Zanotto
Creative direction: Giovanni Zanotto e Thala Belloni
Production: Thala Belloni
Light Assistant: Matteo Gerbaudo
Styling: Federica Belalba
Ass. Styling: Giulia Polo, Mica Perego
Cresciuta in Via Padova, Jasley, classe 1998, racconta una periferia lontana dagli stereotipi, fatta di contraddizioni, solidarietà e voglia di riscatto. Nella sua musica, infatti, Jasmin intreccia identità, memoria familiare e desiderio di trovare finalmente una voce propria. Figlia di una madre arrivata in Italia da giovanissima per scappare dalla guerra civile in Somalia, cresce in una famiglia numerosa e matriarcale, imparando presto il peso delle rinunce e dell’indipendenza, ma anche il significato di credere sempre in se stessi, anche a costo di mollare tutto e provare davvero a trasformare quell’urgenza espressiva in qualcosa di concreto.
La sua è una crescita fatta di sacrifici e identità, che oggi esprime nella sua musica in cui convivono fragilità e rivalsa, oltre al legame col quartiere e con le persone che lo abitano. L’abbiamo incontrata per parlare di origini ma soprattutto di futuro.
L’intervista a Jasley
Siamo una famiglia molto numerosa: siamo cinque figli più nostra madre. In pratica ci ha cresciuti quasi da sola, insieme a mia sorella maggiore che le ha dato una grande mano. Siamo tre femmine e due maschi, tutti nati e cresciuti in via Padova, ma abbiamo origini somale. Mia mamma è arrivata in Italia giovanissima, da adolescente, insieme a mio padre, per scappare dalla guerra civile in Somalia. Mio padre aveva una mentalità molto chiusa e mia madre si è sempre dovuta arrangiare da sola. Quando avevo sedici anni è arrivata la separazione e mio padre è andato via di casa. Ci sono state tante rinunce: le gite scolastiche, il cinema, le cose normali che spesso non potevamo permetterci. Per questo ho iniziato presto a lavorare. Nelle mie canzoni parlo tantissimo anche della mancanza di mio padre. È una ferita che mi porto dietro da sempre.
Sei la sorella più piccola?
Quella di mezzo. Mia sorella maggiore è sempre stata la più responsabile, quella che aiutava in casa. Mio fratello invece è più introverso. Io, al contrario, ero quella più “scoppiata”, quella che ha dato più filo da torcere a mia madre.

Quindi eri la ribelle della famiglia.
Sì, decisamente. Soprattutto per quanto riguarda la musica. Oggi mia mamma crede tantissimo in me, ma all’inizio non era così. Mi diceva sempre: “Cercati un lavoro vero, queste cose non ti porteranno da nessuna parte”. Aveva una mentalità molto diversa. Infatti ho sempre lavorato: commessa, gelataia, receptionist… ho fatto tante esperienze perché dovevo mantenermi, contribuire in casa, pagarmi le mie cose. Per mia madre era importante anche per farmi crescere e maturare. Però dentro di me ho sempre avuto questa cosa della musica. Sentivo il bisogno di esprimermi, anche se non sapevo bene da dove partire. Cambiavo continuamente lavoro: il più lungo è durato un anno e mezzo. Dopo pochi mesi stavo male, sentivo che non era la mia strada.
Sentivi che lo era la musica?
Esatto, ma non sapevo come iniziare. E lungo il percorso c’era sempre qualcuno che mi diceva cosa avrei dovuto fare: “Dovresti cantare così”, “raccontare quest’altro”, “esprimerti in un altro modo”. Finché, dopo un periodo molto difficile, ho deciso di mollare tutto. Ho preso la disoccupazione per un anno e mi sono detta: “Ci provo davvero”. Non avevo niente in mano, solo la voglia di farcela e tanta determinazione. Quando mia mamma ha saputo che avevo lasciato l’ennesimo lavoro mi ha detto: “Ma sei sicura?”. E io sì, ero convinta.
Cosa ti ha convinta?
Nel frattempo avevo frequentato due anni di accademia di cinema, che mi hanno aiutata tantissimo a sbloccarmi. Da lì ho iniziato davvero, quasi totalmente a caso, ma con una visione chiara: raccontare finalmente chi ero, la mia vita, la periferia, la mia storia. L’ho fatto in modo naturale, senza pensare a chi dovesse identificarsi o meno. Avevo semplicemente bisogno di esprimermi. E questa cosa, alla fine, ha funzionato: le persone si sono ritrovate in quello che raccontavo. Per questo dico sempre che essere sé stessi è un superpotere. Per anni ho pensato di dover essere diversa, fare qualcos’altro. Invece no. Oggi tengo tantissimo anche all’estetica dei miei video, all’immaginario visivo: voglio che tutto sia autentico, quasi cinematografico.

Vieni da una famiglia molto matriarcale: quanto ha inciso questa cosa sul tuo percorso?
Assolutamente sì, e questa cosa ha inciso tantissimo sulla mia crescita personale e artistica. Soprattutto nella musica, che resta un ambiente prevalentemente maschile. Avere una prospettiva femminile della periferia mi ha aiutata molto, perché la periferia è quasi sempre stata raccontata da uomini. Raramente da donne che la vivono davvero.
E tu come hai vissuto la periferia da donna?
Paradossalmente il quartiere mi ha aiutata più del resto del mondo. In quartiere c’è solidarietà vera: quando dovevo girare un reel, la gente si offriva subito di aiutarmi. C’è ancora quella dimensione quasi familiare, dove ci si sostiene senza aspettarsi nulla in cambio. Fuori invece è più complicato, soprattutto nel mondo della musica.
Essere donna è già di per sé complesso, essere una donna nera ancora di più, perché spesso gli altri si aspettano che tu rappresenti per forza qualcuno: senti questa cosa?
Molto, infatti una delle cose più assurde che mi siano state dette è: “Tu sei la versione femminile di Baby Gang”. E io pensavo: perché bisogna sempre paragonarmi a un uomo? Io stimo Baby Gang, ma siamo persone completamente diverse. Io non voglio rappresentare, racconto la mia storia. Se qualcuno si ritrova nelle mie parole ne sono felice, ma non devo parlare a nome di un’intera comunità. E poi ci sono gli stereotipi musicali: se sei una ragazza nera, appena entri in studio ti dicono “facciamo afro”, “facciamo R&B”. E se io volessi fare country?

Ti sei sentita limitata?
Sì, soprattutto quando ero più giovane e insicura. Ma non riguarda solo la musica: anche l’estetica. Ti vogliono vestire in un certo modo, incasellare dentro un’immagine precisa. È come se ti mettessero dentro un contenitore senza neanche sapere davvero chi sei.
E come ne sei uscita?
Ascoltandomi tantissimo. Ho imparato a fidarmi del mio istinto. Se una cosa non la sentivo mia, capivo subito che non avrebbe funzionato. E allora ho iniziato a dire no. Magari all’inizio era difficile, ma stare male pur di accontentare gli altri era peggio.
E la tua famiglia come ha reagito a questa cosa della musica?
I miei fratelli hanno sempre saputo che era la mia passione, ma la vedevano come qualcosa di lontanissimo, quasi impossibile. Per mia madre era più un hobby che un lavoro vero. Solo quando ho firmato con Universal hanno capito che stava succedendo davvero qualcosa.

Quanto conta la voglia di rivalsa nella tua musica?
Tantissimo. Da piccola mi vergognavo persino di invitare le amiche a casa. Oggi invece sono orgogliosa della mia famiglia e della mia storia. Sento proprio il bisogno di raccontare quello che ho vissuto. E mi sono resa conto, soprattutto grazie ai messaggi che ricevo, che tantissime persone si ritrovano in quello che dico: ragazzi, adulti, madri, persone con storie molto simili alla mia. La rivalsa è dentro tutto quello che faccio: nei testi, nell’estetica, nei video, nei beat.
Chi è stata la prima persona a credere davvero in te?
Sinceramente? All’inizio nessuno. Ci sono state persone che hanno visto il potenziale, certo, ma poi quella che ha portato avanti tutto sono sempre stata io. Oggi però tengo tantissimo a circondarmi di persone che credono nel progetto quanto me. Per esempio, per il Nameless ho voluto coinvolgere due ragazze che sono anche mie amiche, perché voglio crescere insieme alle persone che mi sono state vicine fin dall’inizio. Anche con Bianca di Walk The Talk è stato così: ci siamo conosciute tramite amici in comune, abbiamo parlato prima da persone e poi di lavoro. E quando siamo salite insieme nell’ascensore di Universal è stato surreale: due ragazze di periferia lì dentro. Ancora oggi faccio fatica a realizzarlo.

E per il 2026?
Vorrei mostrare un lato diverso di me. Finora ho raccontato soprattutto la parte più intensa e dolorosa della mia storia. Adesso invece voglio tirare fuori anche la parte più giocosa, glam, teatrale, quella che avevo da bambina. Sto lavorando a cose molto ispirate agli anni Duemila, più leggere e divertenti. E poi spero di fare tantissimi live. Ho bisogno di stare vicino alle persone e capire davvero tutto quello che è successo in quest’ultimo anno.