Interviste

Madman, l’importanza di fare a modo proprio: l’intervista

In occasione dell’uscita di “MM Vol. 5” abbiamo incontrato il rapper per chiedergli come si fa a restare al top continuando a divertirsi

  • Il30 Maggio 2026
Madman, l’importanza di fare a modo proprio: l’intervista

MadMan

Per tutti gli appassionati di rap del nostro Paese, MadMan non ha certo bisogno di presentazioni.
Tra mixtape, album e collaborazioni con praticamente qualsiasi rapper che l’Italia ha da offrire, è riuscito a costruirsi una carriera che ormai va avanti da vent’anni, facendo la storia del genere in svariate occasioni. Come si fa a restare al top per così tanto tempo e, soprattutto, come si fa a farlo continuando a divertirsi? Ne abbiamo parlato con MadMan in questa intervista in occasione dell’uscita di MM Volume 5, il quinto capitolo della sua iconica saga di mixtape.

L’intervista a MadMan

Il tape si apre con te che dici: “Volume 5 è l’ultimo”. Dobbiamo considerare questo capitolo della saga il gran finale?
Ho voluto lasciare il dubbio. La prima barra dice così, mentre l’ultima barra dell’outro dice: «Chissà se stavolta sarò sincero». In realtà non lo so nemmeno io, ma quando l’ho scritta ne ero davvero convinto. È una barra legata anche a una situazione di bivio lavorativo: sono all’ultimo disco da contratto e mi affaccio a un futuro in cui vorrei essere più indipendente e iniziare un nuovo capitolo della mia carriera. È una prospettiva che mi intriga e che presenta tante opportunità, ma anche tante incognite. Quando ho scritto l’intro e, in generale, i primi pezzi, ero frustrato, quindi mi sono detto: «Dai, è l’ultimo, bah». Poi l’ho voluto lasciare così.

E questo desiderio di essere più indipendente da dove nasce?
Sinceramente penso che sia fisiologico. Penso che qualsiasi artista che abbia la fortuna di avere una carriera lunga come la mia, a un certo punto, debba fare i conti con ciò che è meglio per lui. Credo che, oggi, nel mercato musicale, il supporto di una major non sia più indispensabile, perché sono nati veramente tanti modi di promuovere la propria musica: ciò che conta davvero è avere una fanbase fedele e organica, un pubblico legato a te. Attualmente la mia idea per il futuro è questa: avere la libertà di fare quello che voglio con i miei tempi.

A proposito di metodi per promuovere la propria musica, la promo di questo mixtape è andata in scena in maniera molto particolare: hai riascoltato tutti gli MM passati in live con i tuoi fan, raccontando anche aneddoti su come sono stati realizzati. Come nasce l’idea di ripercorrere la tua carriera in live?
Penso che volessi un po’ farmi perdonare perché negli ultimi anni ero sparito completamente dai social. Sentivo che fosse una cosa che dovevo ai miei fan, è un’idea che è venuta proprio a me: partire dal primo volume fino ad arrivare al quinto nell’arco di un mese. Devo dire, poi, che nella dimensione live di Twitch mi trovo molto più a mio agio con la mia fanbase rispetto a bombardare ogni giorno su Instagram e altre modalità che non trovo affini a me. Avevo un forte desiderio di mettermi in gioco: quando una cosa per me è difficile, la trovo molto stimolante. Inoltre avevo già sperimentato un po’ con Twitch nel 2020, divertendomi molto già ai tempi. Questo insieme di motivi mi ha portato a intraprendere questa strada, che sta ripagando tantissimo, e sono veramente grato alla mia community.

Proprio durante queste live hai dichiarato che MM Volume 4 è stato realizzato in un periodo complicato dal punto di vista psicologico. Rispetto a questo quinto capitolo, in che modo il tuo umore influenza la tua creatività?
Tantissimo, perché penso che la mia poetica sia sempre stata fortemente personale e soggettiva. È il mio modo di approcciarmi al racconto della vita, quindi per forza di cose, il mio stato d’animo e le cose che mi succedono influenzano la mia musica. Penso che si senta anche in questo Volume 5. Spero di aver trasmesso serenità, voglia di divertirmi e il fatto di essere gasato fortissimo. Anche in questo tape ci sono pezzi tristi, però è una tristezza diversa, più consapevole, e non senza speranza come poteva essere un pezzo tipo Niente di nuovo nel Volume 4.

Sempre in live hai detto che per il quarto volume sei rimasto nella tua zona di comfort musicalmente parlando. Da questo punto di vista MM Volume 5 ti sembra più coraggioso?
Sì. Per me l’esempio più lampante è il fatto che nel tape ci sia il mio primo pezzo su un beat prodotto da me. È una roba strana, perché è a 100 BPM, in uno stile quasi Detroit. Essendo neofita del genere, non mi pongo veramente limiti. Ho tagliato quel sample, mi girava bene a 100 BPM e quindi l’ho lasciato così. Poi ci ho messo delle batterie che secondo me ci stavano bene, la bassline e ho fatto risuonare tutto a PK mantenendo l’organico di quello che era il beat su cui avevo scritto. Poi ho fatto tanti pezzi boom bap, anche se hanno tutti degli elementi distintivi che non si trovano in nessuno dei miei lavori passati.

Ad esempio, Pomeriggio Grigio ha degli elementi molto jazz e “fumosi”, il pezzo con Toni Zeno ha tutto un suo stile struggle che mi ricorda un po’ la roba classica di Stokka & MadBuddy, oppure il pezzo con Big Joe, che per me è proprio una roba d’autore. Questa cosa mi ha stimolato un sacco e penso che sia qualcosa che non si trova negli altri quattro volumi.

Come ti è venuta l’idea di iniziare a produrre?
Avevo sempre avuto questo cruccio. Negli ultimi anni ho fatto uno step up notevole nella mia fase produttiva: mi sono costruito un home studio, cosa che prima non avevo, e ormai mi registro da solo già dai tempi di Lonewolf. Sono una persona introversa e solitaria, nella musica e nella vita quotidiana, mi piace lavorare da solo, quindi il passo successivo era iniziare a produrre. Ho detto a Gemitaiz, che è molto più avanti di me nel beatmaking e ha un gusto sopraffino, che oggi i beat li fanno tutti, ma la differenza la fa proprio il buon gusto.

Un giorno Gem passava da Milano e gli ho detto: «Dai, passa a casa, facciamoci un aperitivo e insegnami i fondamentali». Mi ha spiegato come tagliare un sample, metterlo a tempo e così via. Da lì ho smanettato tantissimo fino a creare i primi loop con i sample tagliati da me. Magari ancora non sono in grado di fare le drums da zero, però almeno conosco i fondamentali, ci metto il mio gusto, la mia visione, inizio a suonare qualche linea di basso e da lì nascono le prime bozze.

Cosa cambia quando scrivi su un beat fatto da te?
Nella scrittura non penso che cambi molto, tranne la paranoia in più del dover spaccare per forza, altrimenti è un doppio fail.

Come hai lavorato a questo nuovo capitolo?
La prima sessione in studio è stata tra la primavera e l’estate del 2025, in Sardegna. Ho tanti amici lì, e ho preso una villa a Pula per lavorare con loro e vedere cosa potesse venire fuori. Avevamo già in mente l’intro, che però era su un altro beat ed è stata cambiata tante volte fino ad arrivare alla forma finale.
Lì uscite fuori That’s a Lot e la seconda parte di Level Up. Poi ho fatto tutto il resto del lavoro a casa. Quando dovevo interfacciarmi con un producer andavo a trovarlo oppure ci sentivamo via internet: mi piace tanto lavorare in quella dimensione intima.

Con l’arrivo dello streaming il formato del mixtape è cambiato, avvicinandosi sempre di più agli album tradizionali. Secondo te qual è il segreto per restare fedeli a ciò che un mixtape dovrebbe essere?
Scrivere un mixtape ti libera da certi paletti che ti impone l’album, ossia avere un concept, un filo conduttore, un sound più o meno omogeneo tra tutte le tracce e uno storytelling. Nel mixtape c’è un approccio molto più freestyle e giocoso alla musica, che poi penso sia il mio punto forte.

Prima Zano e ora Nello Taver: com’è lavorare con figure che non sono principalmente rapper? Cosa ti piace del lavorare con loro?
Mi piace proprio perché, essendo degli outsider, portano estrema freschezza e imprevedibilità, che è poi lo stesso spirito con cui io mi approccio alla produzione. Per quanto riguarda Nello, poi, le cose rap che fa le apprezzo molto. Penso che il suo freestyle per One Take sia qualcosa che rimarrà nella storia. Fa più denuncia sociale lui dell’80% dei rapper.

Articolo di Raffaele La Manna

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