I Chuwi hanno trovato il futuro nelle proprie radici
Alla vigilia delle date di Bad Bunny a Milano, abbiamo incontrato la giovane band portoricana che sta aprendo i suoi show in giro per il mondo
I Chuwi
GENb è il format editoriale di Billboard Italia pensato per dare agli artisti emergenti più interessanti lo spazio che meritano, attraverso una serie di cover digitali che raccontano a tutto tondo le next big thing della scena, selezionate direttamente dalla redazione. I nuovi protagonisti sono i Chuwi.

Chissà se, quando erano bambini a Porto Rico e giocavano insieme al cane che avrebbe poi dato il nome alla band, i Chuwi immaginavano già ciò che, vent’anni dopo, sarebbe successo quasi all’improvviso. Una telefonata di Bad Bunny, che mentre viveva a Los Angeles e lavorava a Un Verano Sin Ti, sopraffatto dalla nostalgia di casa aveva creato una playlist di musica portoricana per sentirsi più vicino alle proprie origini. Fu proprio così che scoprì quei quattro ragazzi di Isabela – i fratelli Wilfredo, Wester e Lorén, insieme ad Adrián, entrato successivamente nella band – e ne rimase talmente colpito da contattarli per coinvolgerli in Debí Tirar Más Fotos, uno dei dischi più influenti dell’ultimo decennio, dove compaiono in WELTiTA. Da lì prese il via anche il tour come gruppo di apertura della superstar, che in meno di un anno li ha portati a esibirsi in tutto il mondo.
Quando li incontriamo a Milano alla vigilia dei due grandi concerti di Bad Bunny – stasera e domani – all’Ippodromo La Maura, il primo ad arrivare è Adrián. Ci racconta che non è la prima volta in Italia – ci era già stato con sua sorella e sua mamma -, che la sua città preferita è Venezia e che la sera prima, insieme ai ragazzi, ha cenato in un ristorante buonissimo del centro. Con tono ancora incredulo Wester aggiunge che, quando si sono avvicinati alla cassa per pagare, qualcuno aveva già provveduto a saldare il conto. Basterebbe questo per spiegare quanto, nonostante le cose stiano cambiando più in fretta di quanto potessero immaginare, i Chuwi rimangono quattro ragazzi con i piedi ben saldi a terra. Anzi, alle loro radici, perché è lì che hanno trovato il loro futuro che si rivelerà in un album di prossima uscita.
«Se chi ascolta la nostra musica esce con la voglia di approfondire le proprie origini, di conoscere meglio la cultura da cui proviene e gli insegnamenti che ha ricevuto, per noi sarebbe qualcosa di straordinario», racconta timidamente Lorén, la voce principale del gruppo. Nelle loro canzoni, infatti, parlando della propria storia, i Chuwi raccontano anche quella di Porto Rico – a cui è legata a doppio filo – cantando di indipendenza, migrazione, libertà e speranza non solo per la loro terra, ma per tutte quelle che vivono ancora sotto il colonialismo. Un atto oggi più necessario che mai.
L’intervista ai Chuwi
Quando e come è nato il progetto Chuwi?
Più o meno durante la pandemia. Eravamo tutti a casa, chiusi a causa del lockdown, e io da tempo componevo musica sul mio laptop come passatempo. Anche Wester aveva iniziato a fare lo stesso. Ci facevamo ascoltare a vicenda la musica che stavamo creando e a un certo punto ci siamo detti: “Aspetta, dobbiamo assolutamente fare un brano insieme”, e così è nata la nostra prima canzone. Poi abbiamo pensato che qualcuno dovesse cantare su quel pezzo, e ci è venuta subito in mente nostra sorella: lei canta da tutta la vita, quindi abbiamo voluto provare. Da quel momento siamo diventati un gruppo: è lì che è iniziato tutto.
E Adrián come è entrato nel gruppo?
Avevamo bisogno di un percussionista e Wester conosceva Adrián dai tempi del liceo. Ci disse: “Conosco questo ragazzo, penso che possa darci una mano”. All’inizio lui rispose che non suonava la batteria nel modo che ci serviva, ma che poteva provarci. Si è presentato alla prima prova e, alla fine, era perfettamente in grado di suonare. Non so perché dicesse di non esserne capace!

Che ricordi avete della vostra prima esibizione a Porto Rico?
Era stata pazzesca. Era la fine di novembre, nel 2021, ed era la prima volta che ci presentavamo davvero al pubblico. Ricordo che il locale era pienissimo. A un certo punto, durante una canzone che, almeno nel nostro piccolo giro di amici e familiari, era diventata piuttosto popolare, è successa una cosa incredibile. Stavo suonando e, a un certo punto, non riuscivo più a sentire la voce di Loren perché il pubblico stava cantando all’unisono così forte da coprirla.
Che cosa avete provato in quel momento?
Ci siamo guardati tutti con un’espressione del tipo: “Ma che cosa sta succedendo?!”. Era il nostro primo concerto, la nostra prima vera apparizione dal vivo, e invece il pubblico conosceva già tutta la canzone e la cantava a memoria. È stata un’esperienza completamente diversa da quella che ci aspettavamo. Pensavamo che ci sarebbero stati soprattutto amici e parenti a fare il tifo per noi, invece è stato qualcosa di molto più grande e, soprattutto, estremamente gratificante.
Fare tutto in famiglia rende le cose più facili o più sfidanti?
Sicuramente più semplici. Insomma, siamo cresciuti sempre insieme: ho dormito per tutta la vita nella stanza di Willy e io, lui e Loren passavamo continuamente il tempo a giocare insieme. Per questo le idee ci vengono in modo molto naturale, come se rimbalzassero da una persona all’altra alla velocità della luce. Uno dice: “Potremmo fare questa cosa”. L’altro risponde: “E se invece facessimo così?”. E continuiamo a costruire le idee in questo modo, seguendo il momento. Anche quando non siamo d’accordo, non finiamo per litigare. Ormai abbiamo già affrontato tutti i litigi possibili quando eravamo bambini! Penso che molti artisti che lavorano tra fratelli parlino dell’ego che può entrare in gioco. Nel nostro caso è diverso. Lei ridimensiona il mio ego e io ridimensiono il suo. Siamo fratelli. Ci conosciamo davvero per quello che siamo. Ed è questo il bello.

Nelle vostre canzoni affrontate temi come l’indipendenza di Porto Rico, la migrazione e la gentrificazione. Sentite la responsabilità di dare voce a queste questioni?
Credo che, quando abbiamo iniziato, non fosse quello il nostro obiettivo. A dire il vero, non avevamo nemmeno grandi sogni o ambizioni legate alla musica. Stavamo studiando per intraprendere altre carriere, quindi fin dall’inizio il nostro approccio era molto semplice: “Abbiamo questa base musicale. Di cosa vogliamo parlare?”. Così ci chiedevamo: “Che cosa stiamo vivendo? Che cosa vogliamo dire in questa canzone che sia davvero sincero per noi?”. Non ci dicevamo: “Parliamo di politica” oppure “Parliamo di Porto Rico”. In realtà non era quella l’intenzione. Lo so, detto oggi può sembrare strano. Guardandoci indietro viene da pensare: “Ma come, davvero?”. Eppure è andata così.
Credo che la nostra musica sia soprattutto un modo per esprimere ciò che proviamo e quello che viviamo ogni giorno. Ora che siamo in tournée in tutto il mondo, ci siamo resi conto che forse non tutti comprendono le parole delle nostre canzoni, ma l’emozione di fondo arriva comunque. È quasi universale. Penso che, in questo momento storico, persone di Paesi diversi stiano vivendo esperienze molto simili.
Infatti su un palco che ha una tale risonanza come quello di Bad Bunny portate la bandiera palestinese.
Perché è un tema che ci sta particolarmente a cuore. Soprattutto da portoricano, penso che l’America Latina, Porto Rico, la Palestina e altre parti del mondo stiano affrontando lo stesso imperialismo, lo stesso colonialismo che è disposto a fare qualsiasi cosa pur di prendere il controllo di ciò che non gli appartiene. Per questo sento che abbiamo una grande responsabilità nel fare luce su queste realtà, soprattutto oggi, in un’epoca in cui quel conflitto viene ancora presentato come un dibattito. Non esiste dibattito quando si parla di un genocidio. Forse, in passato, qualcuno poteva ancora considerarlo un tema di discussione. Ma oggi no: è stata oltrepassata una linea che non si può ignorare.
C’è un messaggio che sperate arrivi a chi ascolta la vostra musica per la prima volta, soprattutto fuori da Porto Rico?
Spero che ogni persona, in qualunque Paese si trovi, ascoltando la nostra musica si senta ispirata a riscoprire le proprie radici. Credo che ci sia stata venduta l’idea che esista un modello ideale a cui tutti dovremmo conformarci, ma non è così. Ogni luogo è nato e si è sviluppato secondo una storia e condizioni uniche. Se chi ascolta la nostra musica esce con la voglia di approfondire le proprie origini, di conoscere meglio la cultura da cui proviene e gli insegnamenti che ha ricevuto, per noi sarebbe qualcosa di straordinario.
E spero anche che, dopo averci ascoltato o dopo essere venuto a un nostro concerto, il pubblico se ne vada con un senso di speranza. Anche se online c’è tanta negatività e spesso viviamo chiusi nelle nostre bolle, possiamo ancora ritrovarci in cinquantamila persone nello stesso luogo e parlare d’amore e di cultura, e credo che questa sia una cosa davvero bellissima.
Come vi ha scoperto Bad Bunny?
Dopo averlo conosciuto ci aveva raccontato che, mentre stava realizzando Un Verano Sin Ti, viveva a Los Angeles, e dal momento che sentiva molto la mancanza di casa, aveva iniziato a creare delle playlist con musica che gli ricordasse Porto Rico. È proprio così che ci ha scoperti: ci ha inseriti in quella playlist e ci ascoltava quando aveva nostalgia di casa. Questa cosa è assurda, perché la nostra musica parla anche di cosa significhi davvero sentirsi o meno a casa e delle condizioni che definiscono un luogo come casa. Pensare che siamo riusciti a entrare in sintonia con delle persone, e che persino un artista del suo calibro abbia potuto riconnettersi con un’emozione così profonda e universale, secondo me è qualcosa di bellissimo.
Cosa vi ha sorpresi maggiormente lavorando con lui?
Scoprire che è semplicemente una persona come tutte le altre. Probabilmente è stata questa la cosa più bella. Eravamo tutti un po’ intimoriti: ci chiedevamo se sarebbe stato una persona difficile, se sarebbe stato serio o distaccato. Poi, appena siamo arrivati in studio, lui è entrato e abbiamo iniziato a scherzare, a dire stupidaggini e a ridere. È una persona normale, con tantissime idee.
Ho letto che all’inizio non volevate condividere con lui le vostre canzoni migliori… non posso non chiedervi il perché.
(Ridono, ndr). Diciamo che la prima volta che gli abbiamo mandato dei pezzi non lo avevamo ancora incontrato e non sapevamo neanche se la cosa fosse davvero seria. In quel periodo avevamo già iniziato a lavorare al nostro album e amavamo davvero molto tutte le canzoni e ci tenevamo tanto che ogni brano avesse un significato preciso nel disco. Quindi era un po’ come dire: “Okay, amiamo questa canzone, e se la diamo a lui, forse non potremo più inserirla nell’album”. Non volevamo fare gatekeeping, ma è stata una cosa molto legata alle emozioni. Quando inizi a creare qualcosa di molto personale e intenzionale, qualcosa che senti davvero tuo, è un po’ come se stessi dando via il tuo bambino, e collaborare con altre persone è un po’ come crescere qualcuno insieme. Alla fine però non abbiamo potuto fare a meno di fargli ascoltare i nostri pezzi migliori.
Dopo questa esperienza, sentite che il vostro modo di vedere il futuro del gruppo sia cambiato?
Sì e no. I nostri obiettivi sono ancora gli stessi, abbiamo semplicemente più strumenti nuovi per riuscire a raggiungerli grazie alle opportunità che ci si sono presentate nell’ultimo anno. Quello che è cambiato è la nostra tabella di marcia: pensavamo che alcune delle cose che volevamo raggiungere avrebbero richiesto molto tempo, e invece ora siamo qui, a Milano. Era qualcosa che per noi sembrava lontanissima. Forse era destino.
Credete nel destino?
Ci stavamo pensando proprio in questi giorni; ci crediamo, ma affrontiamo questa dimensione in modo molto razionale. Credo che ci sia stata data un’opportunità incredibile, e forse è proprio lì che entra in gioco il destino, ma se non sei disposto a lavorare per coglierla, allora il risultato dipenderà da te.
Avete partecipato all’intera residency di Bad Bunny a Porto Rico. Qual è il momento che ricorderete per sempre?
Quando Loren ha cantato Lo Que Le Pasó a Hawaii. È stato pazzesco. Quel giorno, inoltre, avevamo portato allo spettacolo molte persone della nostra famiglia. È stato un momento davvero importante. E poi ogni sera Bad Bunny invitava molti artisti come ospiti e ogni volta che vedevamo qualcuno pensavamo “oh, ecco, l’ho visto per tutta la mia infanzia”.

Cosa potete anticiparci del vostro nuovo album?
Ci lavoriamo da molto tempo, tra di noi scherziamo dicendo che Bad Bunny ha interrotto il processo (ridono, ndr). Ovviamente in positivo. Avevamo già iniziato a lavorare ad alcune canzoni, ma questa esposizione, questo slancio e il fatto di dover andare in tournée — cosa per cui siamo davvero grati — hanno cambiato un po’ il percorso. Abbiamo visto tantissimi posti, e questo sta rientrando nella musica. Ci sta richiedendo un po’ più tempo di quanto avremmo voluto, ma la nostra intenzione con quell’album è rimasta la stessa.
Ora che avete un’esposizione internazionale, quanto è importante continuare a raccontare Porto Rico attraverso la vostra musica?
Moltissimo. Sento che le nostre canzoni raccontano la storia di Porto Rico, ma quasi accidentalmente. Noi stiamo semplicemente raccontando la nostra storia, e questa, allo stesso tempo, finisce per includere anche la storia di Porto Rico. Ci impegniamo in ogni canzone che realizziamo e cerchiamo di renderla il più sincera possibile, e penso che non smetteremo mai di fare così. Porto Rico farà sempre parte della nostra musica per questo motivo: perché fa parte di chi siamo. Raccontare una realtà che molti vivono è tutto per noi, ed è un privilegio poter trasformare quella realtà in arte. E inoltre abbiamo capito una cosa molto importante: il fatto che questi temi riescano a toccare così tanti Paesi ci dimostra che non sentiamo il bisogno di cambiare il nostro punto di vista.

