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Davvero le popstar non creano più immagini iconiche?

Siamo sommersi da musica, video e contenuti eppure sembra che pochissime di queste cose abbiano la capacità di restare davvero. Dipende dalla genialità degli artisti o dalla nostra incapacità di procressare così tanto in poco tempo?

  • Il6 Agosto 2026
Davvero le popstar non creano più immagini iconiche?

Rihanna al Super Bowl del 2023, foto di Kevin Mazur/GI for Roc Nation

Per anni MTV è stato il rumore di fondo dei miei pomeriggi. Tornavo da scuola e facevo merenda o i compiti mentre il televisore riproponeva in loop le nuove uscite e i video degli anni precedenti. La mia attenzione andava e veniva, ma a forza di incontrare le stesse canzoni non imparavo soltanto i ritornelli. Giorno dopo giorno, capi, coreografie, immagini e ambientazioni di quelle popstar diventavano familiari quanto la loro musica. È anche per questo che alcuni look sono rimasti impressi nella mia memoria prima ancora della consapevolezza della loro provenienza. Il corsetto conico richiamava Madonna, la giacca rossa Michael Jackson in Thriller, mentre una camicia bianca annodata in vita e una gonnellina a pieghe erano sufficienti ad evocare l’immaginario di …Baby One More Time con una Britney Spears appena 16enne. Da un dettaglio si ricostruivano immagine, canzone e artista.

Nessuno di questi look era nato casualmente; Deborah Nadoolman Landis, costume designer di Thriller, scelse il rosso per la giacca di Michael Jackson affinché emergesse nel vicolo scuro e ne ampliò la costruzione delle spalle, creando una silhouette triangolare. In …Baby One More Time fu Britney Spears stessa a insistere per l’uniforme scolastica, dove invece il regista Nigel Dick aveva immaginato un look da palestra.

La progettazione, però, è soltanto l’inizio: nessuno può decidere la vita successiva di un’immagine, né tantomeno stabilire quali di queste resteranno nel tempo. Dal canto loro, queste immagini incontravano un sistema mediatico fondato sulla ripetizione: i video accompagnavano un singolo per mesi, MTV riproponeva le stesse sequenze, mentre classifiche e raccomandazioni di YouTube concentravano l’attenzione sui brani più popolari. L’iconicità era anche un processo sociale: esposizione, ascolto di massa, imitazione, parodia e sedimentazione.

Cos’è oggi iconico?

Oggi l’esposizione è infinitamente maggiore, ma la ripetizione funziona diversamente. Teaser, red carpet, look dei tour e contenuti dietro le quinte si accumulano e convivono nella stessa fase promozionale. Ogni immagine arriva assieme a molte altre e viene sostituita prima che possa distinguersi. Gli algoritmi non espongono tutti alle stesse immagini: possono rendere un look onnipresente in un feed e quasi assente in un altro. Così diventa centrale per una comunità e invisibile fuori da essa.

Possiamo usare le stesse piattaforme e aver visto contenuti diversi. I social producono picchi di attenzione personalizzati e brevi: tour, première e video del mattino dopo si accumulano nello stesso feed. La memoria culturale, in questo modo, seleziona più lentamente: perde gran parte di quello che ha visto e ne conserva pochi dettagli.

Nel frattempo “iconico” è diventato un aggettivo preventivo. Compare nelle caption quando il look è ancora sul tappeto rosso, come se bastasse nominarlo per consegnarlo alla storia. La viralità descrive la velocità; l’iconicità si misura dopo. Un look resta quando sfugge al controllo di chi l’ha prodotto: nelle imitazioni, nelle parodie e nelle copie economiche. Può diventare un costume di Carnevale o il riferimento di una festa a tema, riconoscibile anche in una versione approssimativa. A quel punto non appartiene più soltanto alla popstar: è entrato nel linguaggio comune.

Per un artista è questa la funzione più potente della moda: dare un corpo alla musica. Un look può condensare il suono, l’atteggiamento e una fase della carriera in una silhouette. Basta rivederla per tornare a una canzone o a un video. L’immagine non accompagna soltanto il brano: contribuisce al modo in cui verrà ricordato.

Alcuni look recenti sembrano avere già questa forza. Nel 2023 Rihanna ha trasformato l’halftime show del Super Bowl in un’unica macchia rossa: il completo Loewe, i cappotti Alaïa e il gesto con cui rivelò la gravidanza finirono nella stessa immagine. La silhouette raccontava il ritorno sul palco e il cambiamento del suo corpo senza bisogno di alcuna didascalia. È forse il caso contemporaneo più vicino a quel processo, anche se saranno le sue riapparizioni a dirci se ha superato il proprio momento.

È possibile che le popstar non abbiano smesso di creare immagini iconiche. Siamo noi a non avere ancora la distanza, e forse il pubblico comune, per riconoscerle. Prima di sapere quale look sopravvivrà, dovremo lasciare alla memoria il tempo di dimenticare tutti gli altri.

Articolo di Giorgia Calia

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