Interviste

18K corre sempre + FORTE

Esce venerdì "IO", il nuovo album del rapper classe 1997: ce lo ha raccontato in anteprima

18K corre sempre + FORTE
Autore Greta Valicenti
  • IlMaggio 27, 2026

“Scelto la via contraria più volte”, rappa 18K in + FORTE, e forse non c’è frase migliore per descrivere il suo percorso. In una scena che tende ad uniformarsi, il rapper classe 1997 si è insinuato come un virus nel sistema, in particolare con ANTI ANTI e ora con IO, il suo nuovo album in uscita venerdì. Un disco, come racconta 18K in questa intervista, più personale, elettronico, distorto – tra chitarre e suoni allucinati e quasi deformati, come il suo volto in copertina -, cupo e maturo rispetto agli altri, perché mosso da quei sentimenti tipici dei quasi 30 anni: la malinconia e la consapevolezza.

Quella che arriva quando capisci che certe persone è meglio lasciarle andare, che, a volte, non sempre dobbiamo metterci da parte per far star bene gli altri e che essere disturbante e dire quelle cose che nessuno farebbe può essere una chiave per restare a chi vuole davvero ascoltare.

L’intervista a 18K

Com’è stata la vita in provincia?
Vengo da un paesino che si chiama Brisighella, in Emilia Romagna, un borgo medievale con i castelli e tutto il resto. Siamo circa 3mila abitanti, quindi è veramente piccolo, però ho sempre avuto amicizie vere, durature. Sono sempre stato bene da quel punto di vista. Vivere nei paesini è bello perché non hai quella cosa tipica della città di vedersi sempre al bar oppure in posti dove devi consumare, spendere. Noi andavamo in un prato oppure stavamo a casa. Crescendo ho visto che c’è tanta gente che non ha amici, mentre per me è sempre stata una cosa scontata.

Com’è arrivata la musica nella tua vita?
Non ho mai fatto musica fino ai vent’anni, quindi non ho una di quelle storie del tipo “a 13 anni ho iniziato e mi prendevano in giro”. Ho semplicemente deciso che volevo fare musica e ho iniziato. Sin da piccolo ho sempre ascoltato rap, qualsiasi cosa, mi scaricavo tutta la roba che trovato, soprattutto americana: Lil Uzi Vert, Young Thug, Future… Ascoltavo trap da quando praticamente non aveva ancora le parole, e quando nel 2016 sono arrivati Sfera e gli altri, che hanno iniziato a fare qualcosa di diverso, di nuovo, ho detto “allora si può fare anche in Italia”. Quella è stata la cosa che mi ha dato la spinta: non avevo mai sentito nessuno fare qualcosa di simile qui. Io poi all’inizio volevo fare il produttore.

Raccontami.
Nella mia scuola c’era un tizio che produceva, era l’unico. Gli avevo chiesto di farmi dei beat e mi aveva detto “no, però se vuoi puoi rappare sui miei”. Così ho pensato che potevo farmeli da solo.

In IO ti sei dato davvero alla produzione: com’è stato?
Bello. Io sono uno di quelli che suonano la chitarra senza andare a scuola: mi metto lì e faccio le cose, ma se iniziassi a produrre seriamente, sarei un genio. Io faccio delle cose semplici. Prendi la chitarra in + FORTE: l’ho fatta io, e alla fine ti rimane in testa perché è immediata.

Ultimamente sta venendo fuori una scena molto più hardcore e underground di quella precedente, Visino Bianco mi raccontava di essere una sorta di crepa nel sistema: anche tu ti senti così?
Io faccio me stesso, ed credo sia per quello che piaccio: non mi innalzo, sono una persona normale e mi comporto di conseguenza. Vedendomi così, le persone riescono a rapportarsi con me in modo più vero. Di solito gli artisti ai live si cambiano tre outfit, hanno robe costose: io vado lì scalzo coi pantaloni, sudo addosso alla gente, e faccio lo stesso nelle canzoni. A me piace proprio dire quelle cose che magari un’altra persona non direbbe, quelle cose un po’ scomode: mi gasa essere disturbante.

In Lasciare perdere dici “certe persone non le puoi comprendere e certe persone non sanno comprendere”: senti di essere più difficile da comprendere o pensi che oggi ci siano più persone che non sanno farlo?
Ci sono persone che magari sono più attente e percepiscono che c’è qualcosa di particolare: magari non capiscono subito, però approfondiscono. Invece ci sono altre a cui non frega niente e a cui basta ascoltare quelle dieci hit all’anno che passano in radio. Penso di essere un artista che non piace subito. Devi sentirmi un po’ prima che ti piaccia, però quando succede rimango.

Quali sono le emozioni principali di IO?
Malinconia, tristezza, consapevolezza. Tanta consapevolezza. IO è un album più maturo e cupo rispetto agli altri. Non che gli altri non lo fossero, però questo non ha praticamente un attimo di luce.

Come mai?
Volevo seguire un suono mio che mi piacesse di più. Tutte le canzoni hanno suoni molto elettronici, e non ci sono tracce che non c’entrano l’una con l’altra: ho messo solo quello che mi piaceva, per questo è molto più coerente. Nei pezzi racconto le mie esperienze e i miei pensieri, è come se parlasse una persona che ha capito delle cose. Ad esempio in Lasciare perdere la consapevolezza sta nell’aver capito che a volte certe persone è meglio lasciarle perdere, mentre Cesare è il racconto di un post serata con uno amico in cui gli dicono che suo padre era in ospedale e siamo dovuti correre lì. Da questo punto di vista è un disco più adulto e meno ironico.

Come è cambiato il tuo pubblico negli anni?
Prima c’erano molti più ragazzi grandi, oggi c’è anche una grande componente femminile. Io ho molta presa sulle persone che stanno di merda, e questa cosa mi fa pensare. Non riesco a capire se sia la società di adesso che li atterra perché crescere oggi ti mette addosso una pressione enorme, oppure se i giovani si siano indeboliti e ogni cosa li manda in crisi.

Perché secondo te?
Secondo me bisognerebbe essere un ragazzino adesso per capirlo davvero, ma se a 17 anni stai così, cosa fai quando finisce la scuola e devi vivere davvero? Oggi la società dice a tutti “andate dallo psicologo”, ma siamo sicuri che sia sempre giusto? Se per ogni problema dobbiamo andare da qualcuno, non riusciamo più a cavarcela da soli.

Che rapporto hai con gli artisti che sono nel tuo album?
Latrelle è un grande, è uno che sta molto nel suo mondo. Si vede che è una persona profonda, che ha sofferto e ha vissuto delle cose importanti. Mi piace tanto la sua musica. Visino l’ho conosciuto un anno fa, siamo molto simili e mi rivedo tanto in lui, e mi ha fatto conoscere UNK. Lui sta in Sicilia, fa della gran musica: adesso è ancora piccolo a livello di numeri, però secondo me spingerà forte. Quando viene a Milano stiamo tutti insieme, ci divertiamo un botto. Con Vegas abbiamo fatto un po’ di tracce: è una persona super alla mano, lo vedo come una figura da cui prendere spunto, anche per come fa le cose. Macello è mio fratello ormai.

Qual è il pezzo più personale di tutto il disco?
Proverò a curarmi. È una canzone legata una ragazza con cui stavo, che era borderline. In quel periodo io ero proprio in down, e ho iniziato a vivere con l’idea che stessi sbagliando io qualcosa e che dovessi “curarmi” per lei. Alla fine diventa quasi “per farti stare bene, io mi metto da parte”. Col tempo però ti rendi conto che non sempre dobbiamo curarci per l’altro. Oggi infatti rileggerei diversamente la situazione, non come “sono io che devo curarmi per te”, ma più come “ognuno deve lavorare su di sé, non in funzione dell’altro”.

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