Vegas Jones torna con “Chic Nisello 2”: «Oggi la qualità è di nuovo importante»
Esce oggi il sequel del mixtape del rapper di Cinisello Balsamo: l’intervista completa sarà nel nuovo numero di Billboard Italia in uscita a fine giugno
Vegas Jones
Spesso facciamo l’errore di considerare la cosiddetta Generazione 2016 come un blocco unico, monolitico, indifferenziato. In realtà gli allora giovanissimi rapper che hanno portato la trap alla ribalta hanno storie, percorsi e racconti molto diversi, e alcuni si distaccano nettamente dal resto del gruppo. Come Vegas Jones, oggi 32 anni, che da Cinisello Balsamo (la stessa città di Sfera Ebbasta) nel 2016 era riuscito praticamente subito a imporsi come uno dei più solidi e interessanti grazie al suo mixtape Chic Nisello, tanto da catturare l’attenzione anche di ascoltatori e colleghi molto più adulti. Il successo, travolgente, è arrivato con Bellaria del 2018 e in particolare con Malibu, uno dei singoli più ascoltati di quell’estate.
Poi, però, come spesso capita, la sua ascesa non è stata così lineare: colpa di scelte e soprattutto di motivazioni sbagliate, come ci racconterà tra poco. Per fortuna, però, per rimettersi in carreggiata è bastato tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero, ripartendo da dove aveva iniziato, ma con la maturità acquisita a fargli da bussola. Chic Nisello 2, il secondo capitolo della saga di Vegas Jones, viene promosso da mixtape a vero e proprio album. E ancora una volta ha parecchio da dire sia ai teenager che ai meno giovani. “Finalmente mi sento di nuovo come agli inizi, quando tutto sembrava possibile” dice.
L’intervista completa a Vegas Jones sarà sul nuovo numero di Billboard Italia in uscita a fine giugno.
L’intervista a Vegas Jones per “Chic Nisello 2”
Per te è una sorta di nuovo esordio, insomma.
Sì, anche se nel frattempo sono cresciuto, so chi sono e cosa voglio. Ma se ti dovessi descrivere in una parola Chic Nisello 2, sarebbe “fame”. Dopo anni dal mio ultimo album ufficiale – La bella musica risale al 2019 – sento di nuovo il bisogno di fare musica e di esprimermi. Si dice spesso che il primo album di un artista è il più importante perché ci metti più anni a concepirlo e scriverlo. Ecco, nel mio caso anche stavolta ho parecchio da raccontare, nel bene e nel male.
Nella prima traccia, La febbre dell’oro, dici che finalmente è una malattia che non ti affligge più.
Di solito quando inizi a fare rap ti sale subito, penso sia naturale: pensi al successo, ai soldi. Poi le cose attorno a te cominciano a cambiare, le persone anche, e a livello psicologico fai fatica a gestire tutto questo a 23 anni. Oggi so che il denaro è un mezzo e non un fine, e che per chi fa il mio lavoro porsi il guadagno come obbiettivo non può che far male. Ma ci ho messo un po’ a capirlo.
C’è stato qualcosa in particolare che ti ha fatto capire che ti stavi perdendo?
La mia vita privata, per quanto possa sembrare banale, che era allo sbando. Ho toccato il fondo a metà del 2024, con una crisi d’identità profondissima. Ma mi è molto servito, perché anche il primo Chic Nisello nasceva dopo uno scompenso di quel tipo. Sono contento di avere avuto la forza di reagire. Ho risolto i miei problemi personali e, di pari passo, ho iniziato anche a scrivere il disco.
Il sunto di questo percorso è un brano, A tutti può succedere, in cui concludi che non vale la pena smettere, indipendentemente da tutto ciò che succede a un ragazzo giovane che “lascia una firma ma non sa cosa fa”.
È un concetto ambivalente. A tutti può succedere di farcela, quindi se ci credi non mollare, ma a tutti può succedere anche di cadere, quindi impara a rialzarti.
Anche il 2016 è stato l’inizio di una rivoluzione ambivalente: da una parte il grande successo del rap e della trap, dall’altro l’inizio di una pesca a strascico da parte della discografia, che ha portato molti emergenti a schiantarsi. Tu come l’hai vissuta?
Con molti miei colleghi, che magari hanno cominciato a fare rap contemporaneamente a me ma che ai tempi non conoscevo bene, negli anni si è creato un rapporto più per i traumi subiti che per i trascorsi passati. È stato tutto molto intenso. Abbiamo lavorato in sordina, facendo gavetta quando l’industria non credeva in noi, ci siamo sbattuti per far sì che la nostra musica fosse finalmente riconosciuta. E quando è successo, la generazione successiva l’ha vista solo come un ascensore per il successo. Intendiamoci, finché il successo resta una motivazione che ti sprona, non ci sono problemi: nel momento in cui il bisogno di successo supera il bisogno di fare musica, però, abbiamo un problema. Oggi, per fortuna, siamo tornati a un equilibrio: la qualità è di nuovo importante, a differenza di altri periodi storici in cui magari veniva premiato altro.
Articolo di Marta Blumi Tripodi
