Interviste

Born to play: Ernia & Santi Giménez

Il rapper italiano e l'attaccante messicano, all'alba del Mondiale di calcio che il calciatore del Milan giocherà in casa, hanno parlato di sport, musica e di come superare le difficoltà

Born to play: Ernia & Santi Giménez
Autore Samuele Valori
  • IlGiugno 9, 2026

C’è una parola in inglese che accomuna sia i calciatori che i cantanti: play. Un verbo che racconta emozioni e azioni di chi crea con la palla tra i piedi e chi genera emozioni facendo musica, suonando uno strumento o usando le proprie corde vocali. Nel caso di Ernia si tratta anche di giocare con le parole. Tifoso fin da piccolo del Milan, pur non avendo mai giocato a calcio, ha sempre vissuto e respirato a pieni polmoni certe sensazioni, ansie e speranze che nello Stivale solo il pallone riesce a procurare.

Sembrerà strano, ma anche Santiago Gimenéz tifava Milan e no, non lo racconta solo perché oggi ha coronato il sogno di giocarci. Il suo idolo, come ci racconta durante la nostra chiacchierata, è sempre stato Kakà. Per la sua qualità calcistica, ma anche per il suo rapporto con Dio e con la fede. La religione l’ha aiutato quando a diciassette anni il sogno di diventare un calciatore professionista stava per infrangersi per un grave problema di salute.

Foto: Silvio Delaco
Creative Advisor: Filippo Palazzo, Michele Nannini
Produzione: Thala Belloni
Ass. foto: Tiziano Barbieri
Ass. Produzione: Melissa Festa
Stylist Giménez: Gaia Dallorto
Ass. Stylist: Camilla Sudati
Stylist Ernia: Valentina Motta
Grooming: Giorgia Lecce

A distanza di otto anni le cose sono cambiate radicalmente. Santi, o El Bebote come lo soprannominano i tifosi, ha vinto il campionato messicano con il Cruz Azul, ha trionfato con la Nazionale messicana e si è trasferito in Europa, giocando prima in Olanda nel Feyenoord e ora al Milan. Il prossimo traguardo arriverà l’11 giugno 2026, quando inaugurerà dei Mondiali di calcio in casa, davanti al suo pubblico, all’Azteca, il mitico stadio che l’ha lanciato. «Rivivrò tanti bei momenti. Per me l’Azteca è lo stadio con più storia a livello di nazionali. È il terzo mondiale che ospita e in quel campo sono diventati campioni del mondo Pelè e Maradona. È unico» racconta.

Alla prossima Coppa del Mondo non ci saranno purtroppo gli Azzurri: «Ovviamente è un grande dispiacere, ma è il calcio. Se non lo meriti è giusto che non vada» spiega a malincuore Ernia nel corso dell’intervista. Un discorso che testimonia la sua filosofia di vita: le cose bisogna guadagnarsele sul campo, anche avendo il coraggio a volte di fare autocritica. «Circa dodici o tredici anni fa, per un periodo, decisi di smettere di fare musica. Cercavo da tanto di emergere e non ci riuscivo. Mi dissi: “Il risultato negativo che sto ottenendo forse è per farmi capire che devo andare da un’altra parte e che questa non è la mia strada”» racconta Matteo.

Per fortuna, anche per lui le cose sono cambiate radicalmente e oggi, dopo numerosi concerti nei palazzetti, tra cui quello della sua città, e all’alba del tour estivo che partirà il prossimo 24 giugno, può addirittura ambire a qualcosa di più. San Siro? Non si scompone, ma i sogni sono fatti per essere complicati.

L’intervista a Ernia e Santi Giménez

Bebote ed Ernia: due soprannomi, due storie. Da dove nascono?

Giménez: La storia del mio soprannome è davvero divertente. È stata la mia famiglia a darmelo perché ero un neonato davvero grande. La traduzione di Bebote è proprio “Grande bebè”. Un amico di mio padre, un giornalista televisivo, quando segnai il mio primo gol in Prima Divisione urlò: “Gol di E un amico di mio padre, che era giornalista in televisione, quando ho segnato il mio primo gol in Prima Divisione urlò: “Gol del Bebote!” Da quel momento tutti, non solo i miei familiari, hanno iniziato a chiamarmi così.

Ernia: Il mio nome d’arte risale al periodo delle scuole medie. Avevo una compagna di classe, una mia amica stretta, che aveva un’ernia e io la chiamavo così con affetto, un po’ per prenderla in giro. Col fatto che tutti mi sentivano ripetere quel termine in continuazione, per tutti ero quello che diceva sempre “Ernia”. Alla fine, è diventato il mio soprannome.

Santi, cosa provi all’idea di giocare la Coppa del mondo in casa, in Messico?

G: È un sogno incredibile. Vorrei che la Coppa del mondo iniziasse domani perché sono molto emozionato. Quando indossi la maglia della Nazionale rappresenti un intero Paese quindi hai una grande responsabilità, ma allo stesso tempo è una cosa bellissima. So che il Messico, con la sua gente, in casa, è molto forte. Sono convinto che sarà un grande Mondiale.

Ricordate la prima partita dei Mondiali in assoluto che avete visto?

E: La prima che mi viene in mente è Corea del Sud – Italia del 2002. Io ero un ragazzino e ricordo lo scandalo che ci fu dopo quella partita. Perdemmo ai tempi supplementari. C’era ancora la regola del Golden Gol. È un ricordo brutto in realtà (ride, n.d.r.).

G: Quell’anno il Messico giocò contro l’Italia ai gironi. Invece, il primo match dei mondiali che ricordo in modo vivido è Sudafrica – Messico del 2010 che fu la partita inaugurale.

E sarà Messico – Sudafrica anche questa volta, ma all’Azteca, uno stadio con cui tu, Santi, hai un rapporto speciale.

G: Beh, è uno stadio incredibile, è un sogno poter giocare lì. La prima volta che sono sceso in campo lì era con il Cruz Azul all’inizio della mia carriera.  Lì abbiamo vinto il campionato messicano ed è stato magico perché non accadeva da ventitré anni. È un po’ come tornare a casa per me, rivivrò tanti bei momenti. Per me l’Azteca è lo stadio con più storia a livello di nazionali. È il terzo mondiale che ospita e in quel campo sono diventati campioni del mondo Pelè e Maradona. È unico.

Che ricordo avete della prima volta che vi siete trovati a giocare o esibirvi davanti a un grande pubblico?

E: Il più grande concerto che ho fatto è stato all’Unipol Forum di Milano. La prima volta è stata tre anni fa ed è stato molto emozionante. Per me è stato come il raggiungimento di una meta dopo un percorso lungo anni. Vedere tutti quei fan davanti e intorno a te, ti fa rendere conto della strada che hai percorso. Il punto è che la musica viaggiando sull’online non ti permette mai di visualizzare quanta gente ti segua. Non sei mai cosciente del reale seguito che non è palpabile finché non ti esibisci. Quando vedi tutte quelle persone che hanno comprato il biglietto e si sono fatte magari anche una lunga trasferta, comprendi che hai colpito davvero nel segno. 

G: L’emozione più bella è quando entri in campo e vedi lo stadio pieno di tifosi. Non è scontato perché prima di diventare professionista giochi in sostanza senza pubblico. Al massimo hai i tuoi genitori, i tuoi fratelli o i tuoi amici. La prima volta che ti ritrovi a giocare davanti a tutta quella gente è qualcosa di unico e meraviglioso. È la sensazione più bella che abbia mai provato.

Ernia, ti piacerebbe esibirti un giorno a San Siro?

E: Sicuramente. Uno sogna sempre di alzare l’asticella. Nel mio caso però non si tratta di un sogno radicato perché non è un sogno che avevo da bambino. Quando ero piccolo solo i grandi artisti internazionali si esibivano negli stadi. Era impensabile che un italiano, ancor di più chi faceva rap, potesse anche solo ambire a un obiettivo del genere. 

Santi, invece tu che rapporto hai con San Siro?

G: Credo che sia uno degli stadi più importanti della storia del calcio. Ciò che lo rende davvero speciale però è il pubblico. I tifosi del Milan sostengono la squadra dal primo al novantesimo minuto e anche prima e dopo la partita. Poi io tifo il Milan da quando ero bambino e trovarmi a giocare in quello stadio che potevo vedere solo in televisione, significa molto per me. I tifosi mi hanno accolto con tanto affetto e, nonostante non abbia reso ancora come avrei voluto, continuano a spingermi e fidarsi di me. Come una famiglia.

Cosa ricordi del tuo primo gol a San Siro?

G: Non lo dimenticherò mai.  Tra l’altro credo che sia stato contro la mia ex squadra, il Feyenoord, in Champions League. Infatti, ricordo che ho provato delle emozioni molto intense e contrastanti.

Il giocatore del Milan che vi ha ispirato di più?

E: È complicato perché da rapper, facendo un altro mestiere, è più una questione di sensazioni. Sicuramente Paolo Maldini.

G: Ottima scelta (ride, n.d.r.). Io scelgo Kaká, perché fin da bambino l’ho sempre ammirato e perché condividiamo una profonda fede.

Giménez, cosa ne pensi della possibilità di affrontare un compagno di squadra del Milan ai Mondiali?

G: Ho sempre pensato che nel momento in cui qualcuno indossa una maglietta diversa dalla mia smette di essere un mio compagno. Diventa un avversario, un “nemico”. È guerra (ride, n.d.r.). Da calciatore la vivo come una cosa normalissima.

Cosa ne pensate del fatto che l’Italia non sia riuscita ancora una volta a qualificarsi per i Mondiali?

E: Per me naturalmente è un grande dispiacere. È una delusione. Però credo che se non lo meriti è giusto che tu non vada e non giochi i Mondiali. È il calcio.

G: Non vedere l’Italia mi rattrista molto. Sono affezionato a questo Paese e alla gente. Non ci crederete, ma ho anche il passaporto italiano. Sono sicuro che si riprenderà perché insieme al Brasile è la patria del calcio ed è molto strano non vederla ai Mondiali.

Ernia, qual è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi al Messico?

E: Chichén Itzá, una delle sette meraviglie del mondo, e Los días de los muertos. Ci sono varie cose nella cultura pop che il Messico è riuscito ad esportare. Nel calcio mi vengono in mente tre nomi: Ochoa, Campos e Rafa Marquéz.

Santi, quale luogo consiglieresti a Ernia se dovesse fare un viaggio in Messico?

G: Difficile, il Messico ha tante cose belle, soprattutto le spiagge. In qualsiasi periodo dell’anno c’è il sole e fa caldo. Non c’è mai un giorno freddo. La maggior parte dei turisti va nella zona di Cancún Quintana Roo e dello Yucatán. A me piace più la parte del Pacifico con Puerto Escondido, Los Cabos, La Paz e Acapulco.

Ernia, sei un appassionato di calcio, ma non hai mai giocato a calcio da bambino.

E: Sì, ed è una cosa stranissima perché in Italia almeno fino alla mia generazione degli anni ‘90, ora le cose stanno cambiando, tutti i bambini giocavano a calcio. Io invece ho giocato a basket. Nonostante questo, il calcio nel mio Paese è qualcosa che è sempre presente. Guardavo le partite in tv quando non potevo permettermi di andare allo stadio. Sia al bar che a casa di amici. Quindi il calcio è sempre stato presente, se non come protagonista, come sfondo.

Santi, tu invece con la musica che rapporto hai?

G: Sono una persona molto sentimentale. Quindi mi piace tutta la musica, non ho un genere preferito, ma lo cambio a seconda del mio stato d’animo. Se sono triste ascolto qualcosa di triste, prima delle partite qualcosa che mi dà la carica. Dopo la partita qualcos’altro ancora.

Che ne pensate del fatto che per la prima volta alla finale dei Mondiali ci sarà l’Half Time Show?

E: Era prevedibile essendo negli Stati Uniti. Hanno semplicemente applicato il loro modello di show. Non mi sorprende e non ci vedo nulla di male, anzi. Può rappresentare una possibilità per il calcio europeo di capire se può funzionare anche da noi. È difficile, ma non si può escludere che potrà capitare in futuro.

G: In fondo a tutti piace la musica e di certo la gente si divertirà nell’intervallo. Da calciatore credo che possa essere anche un buon momento per distendere le emozioni perché in una finale sei sempre teso. Può essere anche più utile per avere più tempo per riposarsi e concentrarsi in vista del secondo tempo. In generale per me è una cosa molto bella che il calcio e la musica si uniscano soprattutto perché l’arte fa parte della vita così come il calcio.

C’è stato un momento nella vostra carriera in cui avete dovuto superare una sfida complicata che ha rischiato di farvi abbandonare il vostro sogno?

G: Quando avevo diciassette anni, per colpa di una trombosi, i medici mi dissero che non avrei più potuto giocare a calcio. È stato allora che mi sono aggrappato alla fede e Dio ha compiuto un miracolo permettendomi di tornare a giocare. Credo di aver imparato in questi pochi anni che ho vissuto, che i momenti che ti fanno crescere di più sono proprio quelli difficili. C’è una frase che mi piace molto: I diamanti si formano sotto pressione”.  La vita è proprio così. I momenti difficili ti aiutano a rimanere umile, concentrato e a capire che non sarai sempre in alto e che quando sei lassù devi aiutare anche chi è in basso.

E: Circa dodici o tredici anni fa, per un periodo, decisi di smettere di fare musica. Cercavo da tanto di emergere e non ci riuscivo. Ricordo chericevetti una risposta molto negativa da parte del pubblico e mollai. Mi dissi: “Il risultato negativo che sto ottenendo forse è per per farmi capire che questa non è la mia strada”. Invece poi, dopo un paio di anni, ho ricominciato con la musica. Essendo un po’ più grande e maturo, sono riuscito a farne una professione.

Cosa vi spaventa del pubblico e cosa vi dà la carica?

G: Non ho per nulla paura del pubblico, al contrario, penso di concentrarmi soprattutto sulle persone che mi amano, su quelle che vogliono vedermi crescere, e credo che sia proprio la loro l’opinione che conta. Chi parla e dice cose negative spesso non vede il lavoro che fai in allenamento e quanto ti impegni, quindi cerco di ignorare quei commenti. Ascolto Dio, la mia famiglia e gli amici che, in fin dei conti, sono coloro che più di ogni altro voglio che sia la versione migliore di me stesso.

E: Sottoscrivo tutto quello che ha appena detto Santi. A me il pubblico dà soprattutto la carica ai concerti. Può sembrare una metafora, ma dal vivo ti nutri proprio dell’energia dei fan.

Ernia, com’è cambiata la tua vita personale e artistica dopo essere diventato padre?

E: Complicato dire se sia effettivamente cambiata sul livello artistico perché nel momento in cui vado in studio, in concerto nel momento o a un incontro pubblico in cui sto facendo il mio lavoro, mi concentro su quello e basta. Quando poi torno a casa so che c’è mia figlia. Diventare padri è una cosa della vita di molti e per me è ovviamente fantastico. Sto vivendo dei momenti bellissimi.

Siete entrambi molto legati alla vostra famiglia. Tra l’altro Santi, tuo padre è un ex calciatore e un allenatore.

G: Sì, sono sempre stato molto vicino alla famiglia e, anche se a 18 anni sono andato a vivere da solo, ho sempre mantenuto un rapporto forte con i miei genitori, con le mie sorelle e con mia moglie, che ho conosciuto in quel periodo. Cerco di mantenere la mia cerchia molto sana e, a meno che non senta una buona energia, non faccio entrare estranei nel circolo familiare. Mio padre, mi ha dato molti consigli sul calcio, ma il punto è che doveva allenarsi, giocare e tutto il resto, quindi quella che mi portava per mano ovunque era mia madre. Ha fatto molti sacrifici affinché arrivassi dove sono ora e le devo tutta la mia vita. 

Chi vince il mondiale e chi sarà il capocannoniere?
E: Il Messico e il goleador sarà Santi.

G: Sono d’accordo, vincerà il Messico e sarò il capocannoniere (ride, n.d.r.)

Le date del Solo per Amore Summer Tour di Ernia

  • 24 giugno 2026 – Umbria che Spacca – Perugia
  • 25 giugno 2026 – Bonsai – Bologna
  • 30 giugno 2026 – Mirano Summer Festival – Mirano (VE)
  • 8 luglio 2026 – Flowers Festival – Collegno (TO)
  • 11 luglio 2026 – Estival – Lugano
  • 16 luglio 2026 – Belvedere San Leucio – Caserta
  • 18 luglio 2026 – Riccione Music City – Riccione (RN)
  • 1 agosto 2026 – Festival di Majano – Majano (UD)
  • 2 agosto 2026 – Live In Genova Festival – Genova
  • 11 agosto 2026 – Festa di Radio Onda d’Urto – Brescia
  • 15 agosto 2026 – Red Valley Festival – Olbia (SS)
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