JAY B: Blooming
Il leader dei GOT7 abbraccia le radici R&B nel nuovo EP "TR.EE". Con Lim abbiamo parlato della genesi del disco, della difficoltà di elaborare un concept e di respirazione profonda
JAY B è sempre stato un artista molto consapevole. Non solo riguardo alla sua musica, ma anche al proprio percorso artistico e umano. Il concept e l’idea dietro i suoi lavori solisti sono il nucleo della sua vena creativa. Lo conferma quando descrive il processo che ha portato alla realizzazione del suo terzo mini-album TR.EE. Un EP che è partito dalle canzoni, scritte in qualche mese, ma che ha trovato compimento solo quando Lim è riuscito a unire tutti i puntini apparentemente invisibili che le legavano. L’inconscio, che nei momenti più complessi il leader dei GOT7 tiene a bada con i suoi esercizi di respirazione profonda, ha giocato un ruolo essenziale. Ha lavorato sotto la superficie, come fanno le radici degli alberi che sono poi diventati il simbolo del disco.

C’entra l’hobby del giardinaggio. L’artista sudcoreano ha capito tutto dalle sue piantine di casa, rendendosi conto che coltivarle non era poi così diverso e meno complesso di quanto lo fossero le relazioni. La cura necessita di giuste misure: «Dare troppa acqua è dannoso come darne troppa poca» spiega collegato via Zoom da Seoul. Esistono rapporti che crescono in silenzio, come quello che racconta in Overflow, altri che si nutrono della vicinanza come nel singolo Layback. Un brano, quest’ultimo, che disegna una danza di coppia con un R&B sensuale e un ritornello assuefacente. Hold My Back, invece, un pezzo tutto in inglese, introduce l’EP con degli arpeggi di chitarra che, chiudendo un ideale cerchio, tornano poi nel finale We.
L’ultimo brano è anche quello rivelatorio, dove la magia si compie e il viaggio sembra concludersi con un lieto fine. JAY B si è affidato anche alle sue di radici per la composizione e lo stile musicale di TR.EE. La presenza di Def, altro nome d’arte con cui ha realizzato i suoi lavori più vicini alle sonorità R&B, si sente nell’eleganza dei ritmi e nella coerenza dell’intera tracklist. In più, stavolta subentra la volontà di sparigliare le carte, come nell’interessante episodio One Call Away.
In attesa di poter tornare a pianificare le attività con i GOT7, (Yugyeom e Youngjae stanno completando il servizio militare), Lim si sta concentrando su se stesso, cercando uno spazio ideale dove fiorire del tutto: l’inglese per interagire ancora di più con il pubblico durante i suoi concerti, ma soprattutto la percezione di sé come artista. «Tendo spesso a considerarmi una figura “minore”, sullo sfondo. Nel lavorare ai miei progetti solisti l’obiettivo è tentare di essere più protagonista» rivela nel corso dell’intervista. TR.EE è un disco che va oltre il K-pop, la cui linfa scorre a ritmi più lenti, riflessivi, ma non per questo meno accattivanti. È Def, è JAY B, è Lim.

L’intervista a JAY B
Archives 1: Road Runner era una raccolta di brani scritti nel corso di diversi anni. TR.EE, da cosa è stato ispirato?
Ultimamente ho iniziato a coltivare delle piante per hobby. Prendendomene cura mi sono reso conto di quanto sia complicato: dare troppa acqua fa loro male tanto quanto darne troppa poca. La chiave è trovare la giusta misura. Poi ci sono molti altri elementi necessari che spesso si danno per scontati, come il vento e la luce del sole. Questa cosa mi ha ispirato molto e mi ha donato l’idea che si cela dietro al concept del disco.
Da quanto tempo lavoravi a questo mini-album?
Ho iniziato più o meno un anno fa. Si tratta di un progetto che ho elaborato e organizzato nella mia mente per molto tempo. Ne ho continuamente affinato la direzione, la struttura e la visione d’insieme, definendone al contempo i dettagli. Sebbene il processo di creazione delle canzoni in sé non abbia portato via molto tempo, il concept nel suo complesso ha richiesto parecchio di più per prendere forma. Nello sviluppo dell’insieme credo di essere riuscito a prestare molta più attenzione ai minimi dettagli e ad affrontare ogni fase con maggiore cura e attenzione rispetto al passato.
Quindi sono nate prima le canzoni o il tema generale?
Questo mini-album è partito dai brani. Una volta scritte e individuate le sei canzoni, sono arrivato a un punto in cui mi sono chiesto: “Come posso spiegarle a chi ascolta?”. E poi è nata l’idea delle piante e delle radici. Per me il tema del disco era un aspetto fondamentale perché, in fin dei conti, la scrittura è stata molto spontanea e rapida. Tuttavia, volevo che i brani arrivassero al pubblico nella maniera più chiara possibile.
Per TR.EE sembra che ti sia concentrato molto di più sui suoni e sull’atmosfera piuttosto che su un ritornello orecchiabile. È stata una scelta consapevole fin dall’inizio?
Sì, perché le canzoni che ho scritto vanno verso una direzione positiva nella quale però ci sono elementi e aspetti difficili, in parte anche negativi. Fin dall’inizio ho riflettuto su come poter fondere questi elementi e ho cercato di rendere il suono più vertiginoso e onirico. In questo modo, anche quando il brano può sembrare in sé molto allegro, esprime pure il senso di vuoto che a volte mi rendo conto di provare.
Come mai hai scelto Layback come brano centrale e singolo del disco?
Ci ho riflettuto a lungo sai? Credo che alla fine sia il brano che riesce meglio a mettere in mostra anche gli aspetti più energici. In qualche modo unisce la performance all’atmosfera R&B che caratterizza tutto il disco.
Uno dei miei brani preferiti è One Call Away. Mi racconti com’è nata l’idea della strumentale?
Stavo giocando con gli accordi e i sample. Il mood del pezzo mi affascinava molto per l’atmosfera e ho pensato che avrebbe guadagnato ancora di più con un elemento narrativo. Così ho deciso di inserire la parte con la chiamata al telefono.
Il disco si chiude con We, un brano con un messaggio molto positivo di unione e supporto. Nel corso della tua carriera in chi hai trovato maggiore supporto nei momenti più complicati?
Principalmente in me stesso perché sono una persona che rimugina in continuazione sulla propria vita e sulle proprie scelte. Mi pongo delle domande in ogni momento. La mia forza è proprio in questo. Quando mi trovo in difficoltà, rifletto sulle cause e sul perché mi trovo in quella situazione. Cosa c’è che non va e soprattutto come posso risolverla? È un po’ come ricostruirsi ogni volta. Poi ci sono anche delle persone molto strette con cui condivido questi pensieri: i compagni di band, i miei genitori e i nostri collaboratori. Tra l’altro We è il mio brano preferito del disco.
Perché?
In generale mi piacciono tutte le canzoni di TR.EE, ma We rappresenta proprio il cuore dell’album. Lì ci sono le radici del progetto.

In Holiday dicevi: «I gotta remind myself endlessly / stop overthinking / And just start dreamin’». Ci stai riuscendo?
No, non ce la faccio (ride, n.d.r). Mi capita ancora spesso, ma ho imparato a gestire la situazione. Quando mi rendo conto che mi sta salendo l’ansia o la nausea, faccio un respiro profondo. Pratico proprio degli esercizi di respirazione. In Corea c’è un proverbio che dice che se fai un respiro troppo profondo, la tua felicità vola via. Io, al contrario, sento che è come se mi portasse fortuna.
Un anno fa ti sei esibito come solista a Milano. Cosa ricordi di quell’esperienza?
La prima cosa che mi viene in mente è il calore del pubblico. I fan erano on fire. È stata anche la prima volta che mi sono esibito con un Dj Set e mi è servita come esperienza per comprendere quali aspetti del mio show migliorare e potenziare. La cosa più importante che ho capito è stata che devo migliorare il mio inglese. È importante per entrare in sintonia con il pubblico. A Milano mi sono reso conto che è mancata un po’ quella parte. Avrei voluto interagire ancora di più con gli spettatori.
In effetti, in altre interviste hai detto che la parte più difficile dell’esibirti da solo sul palco erano i momenti di pausa tra un brano e l’altro, quando c’è silenzio. Dopo il tour dell’anno scorso, ti senti più sicuro di te?
Ripensando al tour precedente, ho avuto l’impressione che alcuni aspetti dell’intero processo avrebbero potuto essere gestiti in modo più efficace. Per questo progetto sto ponendo grande attenzione al miglioramento e al rafforzamento proprio di quegli elementi. Credo che ci siano cose in cui devo migliorare personalmente, ma piuttosto che cercare di gestire tutto da solo, comunico e collaboro costantemente con il team. Mettendo insieme le nostre idee e affrontando in anticipo i potenziali problemi come una squadra, credo che saremo in grado di creare un’esperienza complessiva molto più solida. Quindi, piuttosto che dire che mi sento già pienamente sicuro in questo momento, direi che sento che quella sicurezza si sta gradualmente rafforzando man mano che il lavoro va avanti.
Visto l’enorme successo con i GOT7, qual è la sfida più grande che devi affrontare quando scrivi da solo?
Cerco sempre di pensare a cosa la gente vorrebbe ascoltare. L’aspetto più complicato riguarda la percezione che ho di me stesso. Tendo spesso a considerarmi una figura “minore”, sullo sfondo; quindi, l’obiettivo è tentare di apparire in primo piano, essere più protagonista.
Come gestisci il passaggio dall’essere il leader di un gruppo ad artista solista?
Un tempo ero convinto che fosse molto diverso lavorare in una band rispetto a lavorare da solo. Credevo che dovessi avere proprio un approccio differente. Ma oggi, riflettendoci, mi sono accorto che il processo è molto simile e quindi facile da conciliare. Quando sono con il gruppo devo ascoltare le idee di tutti i membri e i loro punti di vista. La stessa cosa accade però anche quando lavoro a un mio progetto solista. Ho bisogno di prendere spunto dai colleghi e il confronto con i collaboratori è fondamentale.
C’è qualcosa in particolare che ti manca delle attività di gruppo?
L’energia e la confusione che si crea quando tutti i membri sono insieme. Quell’atmosfera vivace che c’era.
E da solista quale è la cosa che apprezzi di più?
La sensazione che la gente aspetti e non veda l’ora di ascoltare un mio progetto al di fuori della band. Non è scontato anzi, all’inizio avevo paura che potesse non essere così. Per me, se i fan non dimostrassero interesse, perderebbe di senso essere un artista. E l’aspettativa che hanno non mi trasmette ansia o pressione, ma mi dà ancora più forza.
In Crash cantavi: «Who the hell is JAY B?». Chi è JAY B?
Non ero così serio quando ho scritto quel verso (ride, n.d.r.). Ragionandoci, mi viene da dire di no. Forse ho bisogno di fare ulteriori esperienze. Sto ancora cercando una risposta.
