Diario da un mondo parallelo in una stanza d’ospedale: James Ellis Ford ci racconta “Lost in Another World”
In uscita venerdì 14 agosto, il nuovo album del produttore britannico è nato durante il ricovero per la cura della leucemia. L’artista ci ha raccontato come la musica lo abbia aiutato ad affrontare isolamento e paura con un laptop, rivelandoci anche i piani futuri con i Fontaines D.C.
Foto di Dan Wilton
La vista e l’olfatto possono diventare due nemici in una sala d’ospedale. Quando hai un tasso di sopravvivenza pari solo al 30% e dei cicli di chemio da affrontare, distogliere lo sguardo dai muri spogli della tua stanza e non farsi assuefare da quell’odore acre che permea tutti i reparti di qualsiasi struttura al mondo, è difficile tanto quanto tenere viva la speranza di riuscire a sconfiggere la leucemia. James Ellis Ford si è affidato all’udito per farsi trascinare via da quelle quattro mura e per trasfigurare quella situazione scomoda in un’allucinazione sognante come gran parte dei brani di Lost in Another World. Un album in cui ha interpretato la sua condizione come un passaggio improvviso in una realtà alternativa in cui l’unico legame con il mondo reale era costituito dagli amici e dagli affetti familiari.
In certe situazioni, l’alternativa all’ergere un muro è quella diametralmente opposta di mostrarsi del tutto vulnerabili e di non avere remore nel dire (e cantare) senza freni. Per esempio, ‘Til Our Days Are Gone è una dichiarazione d’amore disarmante per la dolcezza del testo che si scontra con i suoni sintetizzati, prodotta come fosse un pezzo dei primi Gorillaz. Sua moglie Sereen è stata sua complice in questa missione ospedaliera impossibile: «Credo fosse dopo il mio secondo ciclo di chemioterapia. Quella è stata la prima volta in cui sentivo tornare un po’ di energia e ho provato un bisogno irrefrenabile di creare qualcosa. Così ho chiesto a mia moglie di portarmi un portatile e un microfono in reparto. Sono rimasto lì seduto tra i quindici e i venti giorni e ho completato l’intero album» racconta collegato su Zoom dallo studio allestito in casa.
È la sua stanza dei giochi. Nel corso dell’intervista, si gira spesso verso l’immensa quantità di roba che lo circonda per indicarmi qualcosa di specifico che ha utilizzato. Come uno dei tanti registratori a nastro che accende ogni qual volta si mette a trafficare con gli strumenti. Benedetti quegli innumerevoli frammenti ripresi e salvati sul pc perché da quelli, nella camera d’ospedale dov’era costretto in isolamento finché il suo sistema immunitario non fosse tornato ai livelli consueti, è partito per scrivere Lost in Another World,
Il disco, in uscita questo venerdì 14 agosto, non è un’opera cupa, tutt’altro. Basta ascoltare il synth giapponese sul quale si sviluppa Here Today, una lullaby in cui sembra rivolgersi a suo figlio di otto anni, protagonista anche nel secondo singolo The Ever After. La luce e la fiducia smisurata in un futuro possibile, sembra assurdo, il produttore inglese le provava mentre scriveva e cantava tra gli infermieri e le infermiere che gli misuravano la pressione o gli infilavano gli aghi per la trasfusione. Oggi, mi racconta, riascoltandolo prova disagio e un pizzico di paura di rivivere certe sensazioni. Il modo per esorcizzarle però sembra averlo già trovato preparando lo show dal vivo.
Il periodo in ospedale è anche collegato a un altro disco: Help(2). Un progetto al quale aveva lavorato per diverso tempo, organizzando una settimana di registrazione agli Abbey Road Studios, ma a cui ha dovuto quasi rinunciare per colpa della malattia. Da remoto ha collaborato con Catherine Marks e tutti gli artisti coinvolti, compresa Olivia Rodrigo (assistita in cuffia durante una trasfusione) e i Fontaines D.C. dei quali mi rivela è in procinto di produrre anche il prossimo disco.
Nel corso dell’intervista, finiamo anche a parlare di cosa vuol dire essere un produttore oggi che la stessa tecnologia che l’ha aiutato nel suo momento più difficile ha democraticizzato la creazione musicale. Arrivando poi a una conclusione. Ci sarà sempre bisogno del produttore di chi produce. Com’è accaduto a lui – nonostante una carriera da producer pluripremiato – che, tornato a casa, avendo paura di rovinare l’immediatezza e la sincerità di un disco nato in un mondo parallelo, non solo non l’ha post-prodotto, ma ne ha delegato anche il missaggio. Lì era nato e lì doveva rimanere.
L’intervista a James Ellis Ford
Ricordi quale è stata la prima canzone che hai scritto?
Sono convinto sia People Just Don’t Know, ma è molto complicato dirlo perché, in pratica, sul mio portatile avevo già un sacco di bozze. Cose tipo droni e texture che di solito riprendo mentre collego l’attrezzatura nel mio studio. Capita che a volte mi metto semplicemente a trafficare con i registratori a nastro, o con un sintetizzatore, solo per divertimento e registro, sia mai succeda qualcosa di interessante. Così in ospedale avevo un sacco di questo materiale grezzo da cui sono partito con le prime idee di melodia e su cui ho iniziato a cantare i primi pensieri che mi passavano per la testa.
Quindi, hai seguito sostanzialmente l’istinto senza un genere specifico in mente.
A dire il vero, non avevo proprio intenzione di realizzare un album. Stavo solo cercando di comporre un po’ di musica per tirarmi su il morale. Sono abituato a suonare ogni giorno della mia vita. E sono molto grato di poterlo fare perché, oltre a darmi un grande senso di soddisfazione, mi aiuta a mantenere in equilibrio la mia salute mentale e tante altre cose. Mi è davvero mancato quando sono stato costretto a letto per tutte quelle settimane. Le canzoni di Lost in Another World sono state un modo per ricollegarmi con la versione “normale” di me stesso.
Cosa provi oggi quando lo riascolti?
Beh, adesso che sto cercando di organizzare una specie di piccolo concerto dal vivo e mi sto occupando della promozione, mi riporta molto indietro nel tempo. Non ne sono ancora completamente fuori. Riascoltarlo a volte mi sta trascina un po’ troppo a quei momenti negativi, però sto cercando di lasciarmi tutto alle spalle e allontanarmene.
E non hai paura di essere rigettato di nuovo in quel mondo quando lo suonerai dal vivo?
Sì, abbastanza. Ricordo che quando ho iniziato a fare le prime prove, cercando di reimparare i testi, mi sentivo davvero in imbarazzo e a disagio. Adesso che ci lavoro da un po’ riesco a distaccarmi un po’ di più. In fin dei conti, anche se non è stata l’esperienza più piacevole della mia vita, sono contento che ne sia venuta fuori della musica e sono felice che la gente possa ascoltarla. È un ritratto fedele di me stesso in quel periodo. Una fotografia o, come hai detto prima, un diario.
Ed è questo il motivo per cui non l’hai post-prodotto?
Sì, decisamente. Appena sono tornato a casa, l’ho ripreso sottomano e ho iniziato a spostare e cambiare sezioni. Ci sono tantissime cose che avrei fatto diversamente se fossi stato nel mio studio. Pensa che avevo addirittura in programma un album solista prima del ricovero, ma era ovviamente molto diverso da questo. Per questo motivo ho capito subito che dovevo fermarmi. Ho iniziato ad avere paura che, cambiando degli elementi, il disco potesse perdere autenticità. Ho persino chiesto a qualcun altro di mixarlo, perché all’improvviso non mi fidavo più di me stesso e temevo di stravolgerlo troppo. Dal punto di vista sonoro, con il mix è migliorato un po’, ma è praticamente identico a quello che ho registrato in ospedale.
In quei momenti, in ospedale, cantare quel genere di canzoni, con accanto gli infermieri, deve essere stato piuttosto strano. Io ho dalla voce ho percepito una dimostrazione molto forte di vulnerabilità.
È stato piuttosto strano. Le infermiere entravano, mi misuravano la pressione, mi prelevavano il sangue e cercavano di fare piano perché, nel frattempo, io ero con le cuffie intento a registrare. Erano tutti molto curiosi e perplessi dato che credo non avessero mai assistito a una roba del genere. Ma anche contenti che stessi cercando di fare qualcosa. Il momento più bizzarro però è stato quando mi sono ritrovato in una stanza con un altro paziente. Letteralmente c’erano il mio letto, il mio tavolino e una tenda che mi divideva, ma lui mi sentiva chiaramente cantare sottovoce al microfono.
In Here Today mi sembra di sentire suoni giapponesi o asiatici. È così?
Sì, è merito di un sintetizzatore koto giapponese degli anni ‘80, lo stesso che si sente anche in Overtones. L’ho campionato sul mio pc perché adoro quel genere di atmosfere: Sakamoto e tutte le variazioni di quello stile da David Sylvian a Bowie. Mi sembrava che si adattasse al mio stato d’animo e a questa sensazione che provavo in ospedale: mi sentivo come se stessi vivendo un futuro alternativo e fossi finito in una dimensione parallela, in un multiverso negativo della mia vita, dopo aver preso una strada sbagliata.
Mi vengono in mente i primi versi di Parallel Dimension: «Now I’m trusting in the process / But it really fucking hurts / And I’m not sure this poison / Isn’t just making it worse». Eppure, nel complesso, Lost in Another World non è un disco cupo.
La prima volta che l’ho riascoltato qualche mese dopo ha sorpreso molto anche me questa cosa. Ero convinto che in una situazione del genere avessi scritto qualcosa di molto più triste, invece, si percepisce proprio come stessi cercando di convincermi che tutto sarebbe andato bene. È una sorta di lungo discorso d’incoraggiamento. Ci sono anche alcuni messaggi di amore e gratitudine verso mia moglie e mio figlio. Alla fine, l’autocommiserazione ti conduce nei posti più bui della mente, quindi devi sempre tentare di rimanere positivo e concentrarti sul futuro.
C’è anche un brano intitolato Did You Ever Want to Go to Your Own Funeral?. Da dove nasce quel pezzo?
È figlio dei sentimenti intensi che ho provato in ospedale. Avendo parlato apertamente della mia malattia, ho ricevuto tantissimo affetto e sostegno da amici e colleghi. Mi sono sentito come se fossi una mosca al mio stesso funerale. In un certo senso, spesso la gente dice ed esprime certe cose solo in momenti del genere. È stata una cosa molto positiva, scaturita da una situazione molto negativa.
Pensi che il fatto che oggi sia possibile scrivere e produrre un album — non solo nella propria camera da letto, ma persino da una stanza d’ospedale — cambi il ruolo del produttore? Dopotutto, le nuove generazioni di artisti potrebbero finire tutte per autoprodursi.
La tecnologia ha reso tutto molto più democratico, nel bene e nel male. Noto che sta emergendo una generazione composta da musicisti brillanti che sono cresciuti con lo streaming, hanno gusti musicali molto vari e sanno come produrre. Ma comunque, a volte penso che sia fondamentale avere un orecchio obiettivo e qualcuno che abbia esperienza nel portare a termine le cose. Spesso gli artisti emergenti hanno proprio difficoltà nel chiudere i progetti perché quando hai tutte le opzioni a disposizione, rischi di confonderti e finisci per continuare a ritoccare e ritoccare. Bisogna essere molto determinati per tracciare una linea e dire: «Il disco è finito». L’ho scoperto io stesso sulla mia pelle quando ho prodotto i miei materiali. Quindi penso che i produttori siano ancora una componente preziosa.
In ospedale hai lavorato da remoto anche a Help(2). Cosa ha significato per te quel progetto?
Speravo di potermici dedicare di persona. Ho organizzato l’intera sessione, coordinandomi con tutti gli artisti coinvolti, raccogliendo i demo e concentrando tutto su questa settimana ad Abbey Road. E proprio prima di quella sessione mi sono ammalato di nuovo e sono finito in ospedale. Ero davvero triste anche se, in parte, ho finito per lavorarci comunque molto, mixando e arrangiando tracce specifiche. È stata un’esperienza meravigliosa che mi ha aiutato ad avere qualcosa su cui concentrarmi e che mi distogliesse dalla mia situazione personale mentre ero in ospedale. In più era anche qualcosa di positivo che aveva un certo significato per il mondo. C’era un grande senso di comunità da parte di tutti gli artisti coinvolti.
Olivia Rodrigo ha detto di aver registrato The Book of Love con la tua voce in cuffia. Puoi raccontarmi com’è andata?
Quel brano l’abbiamo scelto insieme e avevamo avuto l’idea di registrarlo dal vivo con una sezione d’archi. Abbiamo organizzato tutto, ma poi non sono riuscito a essere effettivamente lì. Grazie al mio portatile mi sono collegato dall’ospedale mentre facevo una trasfusione. Riuscivo a interagire. Potevo sentire tutto quello che stavano facendo dalla console. Potevo anche premere la barra spaziatrice e parlare nelle cuffie di tutti quelli che erano nella sala, compresa anche Catherine Marks con cui ho collaborato a stretto contatto. È stato incredibilmente surreale. Me ne stavo lì seduto ad aspettare che la trasfusione finisse e intanto mi sentivano dire: «Oh, questa è molto buona. Cambia questo, prova quest’armonia…» (ride, n.d.r.).
Tra i vari artisti coinvolti c’erano i Fontaines D.C. Hai collaborato con loro a Romance dopo tre album prodotti da Dan Carey, il cui stile è molto diverso dal tuo. Cosa ti ha colpito di loro?
La prima cosa è stata la loro serietà. Non prendono le cose alla leggera. Lavorano costantemente per essere la versione migliore di loro stessi e per questo sono anche molto prolifici. Ero un loro fan dagli inizi e apprezzavo tantissimo il lavoro fatto con Dan (Carey, n.d.r.). Lui è un producer geniale. Quando mi hanno contattato sono stato felice. Tanti pensano che sono stato io l’artefice principale del loro cambio di stile, ma in realtà sono stati loro a guidare me. Anzi, io cercavo di frenarli un po’ e loro invece spingevano per qualcosa di totalmente diverso. È una cosa che ammiro. Mi piace quando le band continuano a evolvere.
E lavorerai di nuovo con loro nel prossimo album?
Il piano è quello.
Trovo dei parallelismi incredibili tra la loro carriera e quella degli Arctic Monkeys e con il modo in cui hai traghettato la loro musica in nuovi territori dal quarto album (Suck It and See) in poi. Poi è arrivato il quinto disco AM che tuttora è il loro più ascoltato e quello di maggiore successo. Anche i Fontaines D.C. sono al quinto, senti che potrà essere il loro AM?
Ad essere sincero già Romance è andato in quella direzione. È stato sicuramente una svolta. Mentre ci lavoravamo ho provato le stesse sensazioni che avevo provato con AM. Sentivo che fosse molto diverso, mi piaceva, ma allo stesso tempo ero nervoso rispetto alla possibile reazione dei fan. Un parallelismo con gli Arctic Monkeys che ho notato subito anch’io riguarda il loro rapporto personale: sono entrambi dei gruppi di amici di scuola o università e quel tipo di fratellanza fa la differenza in alcuni casi.
E invece quando hai prodotto 3D Country dei Geese, immaginavi che avrebbero potuto diventare quello che sono oggi?
Al cento per cento. Rimasi scioccato. In realtà mi ha sorpreso che non abbiano ottenuto lo stesso tipo di successo già con 3D Country. È proprio il discorso che facevo prima riguardo alle nuove generazioni. Tutti giovanissimi, tra i 19 e i 20 anni, ma incredibilmente talentuosi, sia a livello musicale che di idee. Sono rimasto anche molto stupito dal modo in cui interagivano tra loro. Mi sono reso davvero conto di trovarmi difronte a una generazione nuova e speciale.
Cosa ne pensi di questi nuovi interessi per la musica rock, non più solo in Inghilterra, e più in generale della rinascita del concetto di band?
Sembra che ci sia davvero tanta energia e voglia di far parte di una band in questo momento storico. Nonostante sia molto difficile. Dal punto di vista economico è davvero dura. Le vendite dei dischi non contano più e addirittura nemmeno i tour fino a che non superi un certo livello. Tutti questi giovani gruppi all’inizio perdono soldi; eppure, il loro entusiasmo non si frena. Questa è l’ennesima dimostrazione che la musica è una delle cose più potenti del nostro mondo.

